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Milano per me

Dal ricordo di Piazza Fontana alla Milano “the place to be”: abbiamo incontrato Alberto Rollo.

di Matilde Quarti

Quando si parla di professionisti dell’editoria, non si può non nominare Alberto Rollo. Classe 1951, Rollo ha vissuto con i libri e per i libri: dagli anni ’70, quando ha cominciato a lavorare per Editori Riuniti, fino a una carriera ventennale per Feltrinelli, un passaggio da Baldini+Castoldi e, oggi, un nuovo ruolo in Mondadori.

Insomma, Alberto Rollo i libri li conosce da tutti i punti di vista: quello del direttore editoriale, quello del critico letterario, e, da qualche anno, anche da quello di autore. L’esordio in narrativa, per Rollo, arriva nel 2016 con Un’educazione milanese, memoir in cui ripercorre la sua infanzia e la sua giovinezza a Milano, città che diventa per lui un tutt’uno con la sua esperienza di vita e di crescita.

La Milano raccontata da Rollo è quella delle case popolari, prima, e, poi, quella delle contestazioni, delle occupazioni, dei collettivi teatrali, della tensione verso un futuro che sembrava contenere tutte le possibilità. Soprattutto, Milano è una città che educa, capace di lasciare sui suoi figli un imprinting che, oggi, il Rollo scrittore indaga alla ricerca della trama di legami che si crea tra uomo e metropoli. 

Da Editori Riuniti a Feltrinelli a Mondadori: hai lavorato nell’editoria tutta la vita. Che cosa significa per te mettere mano a un testo?
Mettere mano a un testo vuol dire entrare nell’officina di un autore: significa entrare nella sua dimensione operativa, nello spazio ideale in cui la sua immaginazione diventa opera e la sua opera si dispone a cercare i suoi i lettori.

 

Il mio lavoro contempla necessariamente un rapporto tra la dimensione intima del lavoro dell’autore, quella della creazione, e la dimensione che invece sta fra la casa editrice e il potenziale pubblico dei lettori. So di essere un ponte tra questi due momenti. 

 

Cosa significa questo ruolo?
Significa guadagnare la fiducia dell’autore che ho davanti, entrare nel suo mondo e nella sua immaginazione. Non per “aiutarlo” ma per renderlo eventualmente cosciente dei passi che ha fatto durante la scrittura.

 

Certamente non mi sostituisco all’autore, farlo sarebbe un fallimento.

 

Anzi, sono contento quando una volta fatto un passo – o più passi – posso finalmente sparire. E nella sparizione sta la bontà del mio lavoro.

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un lavoro in cui ti sei confrontato con decine e decine di scrittori stimati, anche molto famosi. C’è qualcuno di cui hai una memoria specifica?
Tutti hanno un momento in cui si rivelano vividi e specifici, ma cominciano purtroppo a diventare più vividi quelli che non ci sono più.

 

Quando penso alle nottate con Antonio Tabucchi, per esempio, penso a un’area esperienziale, umana e letteraria indimenticabile.

 

Passava per autore complicato, ma in realtà era fra quelli che ascoltavano di più, quello più sensibile ai suggerimenti. E soprattutto quello che domandava di più – questo è un altro aspetto molto significativo: io mi ricordo le sue domande.

 

Un altro autore che rammento con piacere è Alessandro Baricco: un grande professionista. Anche lui pronto a fare domande e disposto ad ascoltare.

 

Più mobile e “creativo” il rapporto con un grande narratore orale come Maurizio Maggiani, con Benedetta Cibrario così scrupolosa e piena di vento creativo o con la maestosa immaginazione di Simonetta Agnello Hornby. 

Al tuo lavoro di editor si affianca quello di scrittore. Prima di Un’educazione milanese, hai scritto (e scrivi tuttora) per giornali e riviste. Nasce prima l’editor o lo scrittore?
Lo scrittore non c’è stato mai, e non mi sono mai posto quell’obiettivo. Anzi: avevo anche dichiarato pubblicamente più volte che non mi interessava quella strada.

Preferivi un altro tipo di scrittura
Sì, la mia scrittura è stata, fino a Un’educazione milanese, di tipo critico: per tantissimi anni ho collaborato alle pagine culturali di quotidiani e riviste, e sono stato vicedirettore di Linea d’Ombra. Insomma, mi piaceva partecipare al dibattito culturale letterario, più che essere una voce creativa, davvero non mi passava neanche per l’anticamera del cervello: scrivere un libro è stata una sorpresa anche per me. Ma è stata la risposta a un’urgenza molto importante, che aveva a che fare con la mia formazione, con la mia “educazione” e con la mia città. 

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parliamo della città: siamo a poche settimane dal cinquantenario di Piazza Fontana – al momento dell’intervista, ndr. In Un’educazione milanese scrivi: “Noi eravamo giovani ed eravamo molto educati alla morte. La nostra città lo era. Erano passati solo tre anni dal 1969”. Che ricordo hai di quella giornata?
Andavo ancora al liceo, e la notizia è arrivata, come per tutti, con la televisione, la sera se non erro.

 

Non ho tanto la percezione specifica del giorno dell’attentato, quanto di quelli successivi che portano al funerale. È stato uno spazio di grigiore, di silenzio, di interrogazione.

 

Veniva voglia di non andare a scuola, non per non far niente, ma per lasciarsi interrogare da quel clima, che ho provato a descrivere in Un’educazione milanese. E ho visto che Enrico Deaglio ha ripreso quel passo nel suo bellissimo La bomba. 

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Arrivano gli anni ’70 e tu sei alla Statale di Milano, in piena contestazione. Che periodo è stato?
Sono stati anni di grande entusiasmo e di tensione verso il futuro. Naturalmente coincideva con l’essere giovani, ma aveva a che fare anche con la scoperta della possibilità di un altro mondo, un mondo un po’ più significativo rispetto a quello in cui vivevamo. E tutto andava di pari passo con le scelte di tipo politico. Allora, soprattutto per quanto concerneva la sinistra extraparlamentare, c’erano tanti gruppi diversi, non uno solo. E sembrava fondamentale che ci fossero tanti gruppi, sembrava costitutivo di quel tempo lì: scegliere l’uno, scegliere l’altro, dove schierarsi, come schierarsi.

 

Ecco, sono stati anni in cui veniva voglia di schierarsi.

 

Non per dovere ma come moto interiore: dove sto? Con chi sto?

E come è cambiata Milano in quegli anni?
Più che “come è cambiata”, direi “come stava cambiando”.

 

Si avvertiva continuamente che stava succedendo qualcosa, praticamente ogni sabato c’era una manifestazione politica – non c’erano “eventi” per fortuna – e si viveva molto nella dimensione multipla, collettiva, per poi tornare a quella individuale ma ricchi di tormenti e stimoli.

 

Questo è significativo di qualcosa che stava cambiando, e anche qui c’era in ballo il senso dello schieramento: da una parte le istituzioni e dall’altra il desiderio di riassestare il mondo che avevamo intorno. A Milano questo sentimento fu siglato in maniera potentissima da Piazza Fontana. E anche dalla morte di Pinelli e, qualche anno dopo, dall’attentato in via Fatebenefratelli che è stato ugualmente molto forte. Tutti episodi di morte. Eppure la città si muoveva sia dal punto di vista civile che da quello culturale. Sembrava di lasciarsi alle spalle un passato consumato.

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un’educazione milanese è anche un romanzo “di classe”. Oggi c’è ancora una distinzione in classi sociali?
Esiste una distinzione, ma non ci sono le classi in senso stretto, di cui ho fatto in tempo a fare esperienza. Credo che adesso ci sia una distinzione soprattutto tra ricchi e poveri, non c’è un’identificazione con chi fa andare avanti il paese lavorando. Era quella la classe operaia: quella che lavorava nelle fabbriche.

 

Ora le fabbriche sono state destituite dalla loro funzione; ce ne sono, ma non hanno la muscolatura di quelle degli anni ’60 e ’70. Quelle che ho fatto in tempo a conoscere non ci sono più, e la coscienza di classe ora suona piuttosto, quando c’è, coscienza civile. 

 

In cosa si manifesta?
Per esempio nella differenza fra ricchi e poveri, oppure tra quelli che campano e quelli che fanno fatica a campare. C’è un’identificazione in quegli strati sociali non solo meno abbienti, ma con una vita difficile, prima di tutto gli immigrati. La loro è una nuova classe, non so se ce ne sia già consapevolezza, ma certamente c’è una forte progressione in tal senso: ma può venire soltanto da chi soffre una determinata condizione, nessuno può imporla dall’esterno. 

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un’educazione milanese affronta anche l’ultima trasformazione di Milano: da città grigia e invivibile, a città più cool del Paese
Quasi contemporaneamente all’uscita del libro cominciava non solo a esistere la Milano di cui parli, ma iniziava anche la “comunicazione” su quella città: the place to be. Allora, tutte le volte in cui mi sono trovato a dire: “Mi sento molto euforico rispetto a questa città che cambia” ho dovuto correggere il tiro: “Mi sento euforico, ma anche critico”. Perché è necessario essere critici.

 

È necessario stare dentro una città bella e smart, come si usa dire, e quant’altro, ma non bisogna perdere di vista il fatto che si tratta del manifestarsi di una contraddizione nazionale, non di un fenomeno di eccellenza e basta.

 

È una contraddizione: sarebbero guai seri se Milano restasse l’unico posto in cui stare.

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Parli anche molto di identità, legata alla classe, ma anche alla città. È un concetto importante per te?
L’identità, soprattutto legata alla città, era proprio quello di cui volevo parlare, ma non è una sola. L’identità metropolitana è tutta in divenire, da costruire continuamente: non abbiamo radici, non abbiamo la possibilità di identificarci continuamente in qualcosa. Per esempio, a Parma uno dice: “La città del più bel battistero d’Italia”. E allora senti quella pietra, senti quell’edificio, senti un dialetto, senti tutte quelle cose. Noi a Milano non le abbiamo. Né si può parlare di identità in qualsiasi metropoli del mondo. L’identità chiude, abbiamo bisogno di porte aperte.

E cos’è che abbiamo, invece?
Che cosa abbiamo in una metropoli? Ho cercato di raccontarlo.

 

C’è stato un momento in cui la vera identità era quella di classe: appartenere al proletariato o alla borghesia si portava appresso consapevolezza e cultura.

 

Per quanto concerne la borghesia, la piccola borghesia milanese, basta pensare a Gadda. Lui ha saputo dire una Milano che veniva affermando in maniera scomposta valori nuovi – lo ha fatto lasciando ritratti memorabili di quella fisionomia sociale. Così come Giovanni Testori ha provato a raccontare la Milano delle periferie, a farci sentire “il grido dell’Arialda”.

Quindi c’è una Milano sola o molte Milano?
C’è uno spazio in cui si può stare per modificare ogni volta il modo in cui si sta al mondo, in cui si decide di stare al mondo. Non è fondamentale che ci siano più Milano, a Milano. Quella dei quartieri disagiati, quella del centro, quella che si rinnova: sono effettive visioni della città, ma non è che ciascuna corrisponda a un’identità diversa. L’identità comincia nel momento in cui stabilisco una relazione tra il punto a, il punto b e il punto c: quella relazione è la possibile Milano.

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

All’inizio del libro racconti un episodio della tua infanzia e scrivi: “Milano mi ha voluto”. Cosa significa?
Fa parte della costruzione della memoria. Corrisponde all’essere di Milano e per Milano, attraverso un piccolo episodio come quello che racconto posso sentirlo in maniera effettiva. Non c’è una correlazione diretta, ma io, in seguito, non ho mai voluto cambiare città, non sento la necessità di cambiarla.

 

Nel periodo in cui tutti scappavano nei weekend e “sconsideravano” the place to be – che non era ancora the place to be – io la trovavo invece la città in cui stare. Non ce n’è mai stata un’altra, non mi interessa, e quindi penso che ci sia un fortissimo legame.

 

Non è che per questo mi aspetti la bellezza, o necessariamente una buona conduzione amministrativa della città. Io mi aspetto di restare legato a questa continuità che c’è all’interno di una tradizione lunghissima.

 

Alberto Rollo intervista

Alberto Rollo © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cos’è Milano per te oggi?
È la città in cui vivo e in cui vive mia figlia, in cui sento questo tipo di continuità, in cui ci sono le persone più giovani con cui ho a che fare, anche dal punto professionale.

 

Milano è la città che è interessante indagare insieme ad altri in occasioni pubbliche, in riunioni di quartiere, ma perfino in un bar.

 

Ecco, Milano è una città da esterni. 

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