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Parla di quel che sai

Il late show su Sky, X Factor, gli anni a MTV e “Quando mi sentirete parlare di TAV, flat tax o Brexit, dovrete spararmi”: parla Alessandro Cattelan

di Paolo Armelli

Per chi segue ancora la tv (ma anche la musica, i social) Alessandro Cattelan non ha bisogno di presentazioni. Dopo un esordio su reti musicali – Viva, All Music e Mtv – e la gavetta fra Rai e Mediaset, è ormai da dieci anni il volto di punta di Sky.

Qui è il padrone di casa di X Factor, dove a settembre guiderà la sua nona edizione, e soprattutto di E poi c’è Cattelan, modellato sui late night show stile Letterman o Jimmy Fallon. Proprio Fallon è uno degli ospiti della nuova stagione del programma, inaugurata da qualche settimana il giovedì in prima serata su Sky Uno.

Un pot-pourri che Cattelan tiene insieme con un misto di nonchalance e incoscienza. Viso innocuo, passioni comuni a tutta una generazione (dai Backstreet Boys al Game Boy e i Ghostbusters), Cattelan è il classico ragazzo di provincia – la sua Tortona – che ce l’ha fatta senza sbracare e senza smettere di sognare in grande.

Hai detto che l’etichetta di bravo ragazzo ti sta un po’ stretta, eppure non sei apprezzato proprio per quello?
Più che altro quella di “bravo presentatore”. È solo una parte di quello che faccio, quello che ho scelto di fare in questi anni a X Factor. Poi se uno guarda EPCC si rende conto che di quella pulizia lì c’è abbastanza poco. Parliamo di televisione quindi è tutta commedia, non è realtà, e sicuramente a EPCC c’è la parte più simile a me nella vita vera. 

Ti si rimprovera di non esporti troppo
Non è sicuramente una scelta, ci sono cose volute e altre no. L’anno scorso in una puntata abbiamo distrutto le schede elettorali della gente dicendo che non è in grado di votare: in tv non si era mai visto. Poi è ovvio che non intervisto i miei ospiti per litigarci, ma perché venga fuori qualcosa di bello.

 

Si può essere l’uno e l’altro: un po’ di cose divisive le abbiamo fatte, come la campagna con Burioni contro i laureati da Facebook.

 

Quando c’è qualcosa in cui io e il mio gruppo crediamo non mi tiro indietro, ma evitiamo la polemica solo per il gusto di farla.

Per la scorsa edizione in teatro di EPCC hai parlato della soddisfazione del “puro ego”: quanto conta per te?
Sicuramente tanto, nel senso che è un programma che porta il mio nome, dove tutto quello che viene detto e fatto in scena è qualcosa che viene da me. Poi quando lo scriviamo alcune cose sono mie, altre degli autori, ma è un programma che si basa comunque molto su chi lo conduce.

 

L’ego è un particolare fondamentale per la riuscita della cosa: se a un cantante si leva l’ego non gli viene neanche voglia di salire sul palco, ma è così un po’ per tutti quelli che fanno spettacolo. 

 

Da Cesare Cremonini a Roberto Saviano, da Milena Gabanelli a Emily Ratajkowski solo per citare alcuni dei tantissimi che sono venuti da te. Cosa cerchi in un ospite?
Questo è cambiato un po’ nel tempo: all’inizio puntavamo molto sul gioco, sulle gag. Ora ci prendiamo più spazio per chiacchierare, soprattutto quando ci sono persone che hanno un peso sociale, che il pubblico ascolta, nel bene o nel male. In realtà ciò che cerchiamo in loro è la disponibilità a valutare quello che proponiamo: poi le puntate sono varie, ci sono quelli con cui sai che riderai di più, quelli con cui ridi meno ma le due cose che ti dicono sono importanti.

 

alessandro cattelan epcc intervista

Alessandro Cattelan © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Se venisse Silvio Berlusconi, previsto per la scorsa stagione ma poi saltato all’ultimo minuto, avete già in mente qualcosa?
La puntata era già quasi pronta: avremmo parlato un po’ della sua storia, poi fra le altre cose è cresciuto dove io sono venuto a vivere per la prima volta a Milano, a Isola, che prima era un quartiere povero. Immagino che raccontata a modo suo sarebbe stata una storia molto divertente. Poi avremmo parlato di come si sente, dopo essere stato criticato per anni, a essere in una posizione in cui anche i suoi detrattori quasi lo rimpiangono.

 

Un ospite che vorresti avere, anche fra gli irraggiungibili?
Dico sempre Paul McCartney. Dopo Jimmy Fallon ho abbassato tremendamente l’asticella dell’impossibilità, ora valuto tutto come possibile. Fra gli italiani di quelli che volevo sono venuti più o meno tutti, forse solo Vasco che però non va mai da nessuna parte. 

 

I tuoi modelli sono sostanzialmente americani, cosa manca alla tv italiana per avvicinarsi a quegli standard?
Manca un po’ la forma mentis, anche se internet ci sta aiutando a cambiare. Anche gli ospiti ora iniziano a capire che la parte promozionale in quanto tale, in questo tipo di programmi, è la meno interessante: è meglio partecipare a momenti che possano diventare virali, noi ragioniamo così.

Quanto conta la promessa di viralità nella preparazione di uno sketch?
Per noi tantissimo. Spesso si parla ancora di ascolti, che peraltro per il nostro canale sono ottimi. Ma noi viviamo molto di viralità: alcune nostre clip hanno fatto 6-7 milioni di visualizzazioni. È una strada che in generale la televisione prenderà, l’intrattenimento ancora di più, noi siamo fra i primi ad averla seguita.

In Italia un late night show embrionale era Barracuda di Daniele Luttazzi, chiuso però subito nel 1999: hai anche punti di riferimento di questo tipo?
Io ero super fan di Luttazzi, uno dei traumi più grandi della mia vita è quando hanno chiuso la sua posta su GQBarracuda mi piaceva tantissimo, ovviamente lui ha un’indole più ruvida, spigolosa, poi insomma è andata com’è andata. Quando vedevo che uno come lui tentava una cosa che all’epoca a me già piaceva e nessun altro faceva, ero felicissimo. Spero di svolgere un po’ lo stesso ruolo pur con caratteristiche completamente diverse.

 

In EPCC hai sempre toccato temi impegnati: dall’inquinamento al bullismo, dall’immigrazione all’omofobia
Dico sempre che quando mi sentirete parlare di TAV, flat tax o Brexit, dovrete spararmi perché vuol dire che sto impazzendo. Devi parlare di cose che sai, soprattutto se stai in televisione che è un megafono e un’arma a doppio taglio.

 

Però ovvio che su certe cose mi sembra non ci possano essere discussioni, come che i governi debbano preservare il pianeta o che le coppie omosessuali debbano avere gli stessi diritti di quelle etero. Su questi temi mi sento di metterci la faccia, su altri non ho le competenze e sono obbligato a fidarmi di chi governa questo Paese e spero lo faccia sempre con raziocinio.

Quindi non ci dirai nulla su questo governo?
Cerco sempre di essere in qualche modo fiducioso altrimenti impazzisco. Non è facile, molto spesso storco il naso però cerco di parlare di cose soprattutto sociali, sui temi tecnici ho la mia opinione che però non ha grosso valore perché non ho fatto studi adeguati. Non posso parlare di TAV perché non sono un geologo, ho la mia opinione e cioè che il mondo debba sempre andare avanti ma non te la saprei sostenere con dei dati. Poi è difficile perché anche chi dovrebbe contrastare un certo tipo di pensiero nel nostro Paese un po’ si perde via e non usa gli strumenti giusti.

 

Per esempio, sull’immigrazione, non si può contestare l’idea che debba essere regolamentata. Detto ciò, di fronte a una regola – che è giusto ci sia perché il mondo deve andare avanti per regole – le vite delle persone devono essere comunque più importanti. Non è possibile che un paese come l’Italia o un continente come l’Europa permettano alle persone di morire così. Non si può essere sempre così cinici di fronte a tutto.

 

Tornando alla tv, dalla prossima stagione di X Factor sarai anche autore e produttore, come mai questa scelta?
Mentre in EPCC ho tanti autori bravissimi ma lo scrivo anche io ed è molto centrato su di me, a X Factor non ho mai partecipato a decisioni di alcun tipo. Andavo lì il giovedì, facevo il programma e poi andavo a casa. Ma visto anche come va EPCC me l’hanno chiesto, è venuto naturale unirmi al gruppo autorale.

Ogni anno si dice che tu sia stanco di fare X Factor ma che lo fai ugualmente perché è una macchina rodata e ti permette la libertà di fare anche altro, come EPCC… è così?
Questa cosa ha iniziato a venire fuori da quando è cresciuto molto EPCC, io capisco che ci sia uno scontro, sembro due persone diverse: da una parte faccio quello che mi pare, giro, salto e dall’altra sono più impettito. Sono due ruoli molto diversi, in X Factor serve fare molti passi indietro. Non è stanchezza, è uno dei programmi d’intrattenimento migliori che ci sia, non mi crea fatica né stress. 

In alcune recenti interviste si accennava al prossimo anno come l’ultimo…
Sì, in realtà cambio idea di continuo. Ci sono dei momenti in cui dico “Sì, dai basta, meglio concentrarsi su altro”, altri in cui dico “Però è bello, perché smettere?”.

 

Quindi avrai voce in capitolo sui giudici di quest’anno?
Partecipo alle riunioni ma non ho ancora capito se mi ascoltano. Sui giudici non c’è ancora niente da dire purtroppo, anche se i tempi stringono.

 

Nel frattempo, su Rai2, Simona Ventura e Morgan si sono ricongiunti nella nuova edizione di The Voice. Che effetto ti fa rivederli insieme?
Secondo me andrà bene, è un bel gruppo. Sono contento anche per Elettra Lamborghini, che è una super amica, per Guè… le potenzialità ci sono tutte. I ricordi di loro a X Factor sono divertenti, spesso Morgan avrebbe potuto essere un problema, ma per come sono fatto io mi son divertito, non vedevo l’ora: ci sono stati momenti in cui si rischiava di non andare in onda, idem con Simona che è un altro vulcano totale. 

Restando sul tema musica, dal tuo album d’esordio nel duo rap degli 0131 alla recente hit virale Broccoletti, di’ la verità: hai sempre voluto fare la popstar!
Da ragazzino sì, poi bisogna scontrarsi con il fatto che non tutto è possibile. Ho sempre provato a fare ciò che in qualche modo mi piaceva subire: mi piaceva il calcio e ho giocato, mi piaceva leggere e ho scritto tre libri… Poi ovvio ci sono cose che ti vengono bene, altre medie, altre in cui fai cacare. Cantare ad esempio è una di queste, però tutto fa esperienza.

 

alessandro cattelan epcc intervista

Alessandro Cattelan © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La trap però aiuta anche chi non sa cantare…
Beh certo, Broccoletti nasceva un po’ così, far vedere che in quattro minuti di tempo puoi scrivere, produrre e registrare un brano che può avere il suo successo.

In effetti hai scritto tre romanzi, fai la radio, hai debuttato in Champions League: fai così perché non riesci a fare a meno di correre, provare esperienze e così via?

 

Faccio quello che mi va di fare. Una volta un ragazzo che non conoscevo mi ha scritto su Twitter: “Ciao Ale, stasera giochiamo a calcetto, siamo in nove, ti va di venire?”. E io sono andato perché quella sera avevo voglia di giocare. Sì, è così: perché poi muori e quando sei morto è meglio aver fatto delle cose invece di non averle fatte.

 

Parli anche del “dono della mediocrità”, ma cosa la salva dal livellamento verso il basso che si vede in giro?
Finché non provi non sai come farai certe cose, anche se spesso va proprio al contrario di come ci si aspetta. L’importante è, una volta provato, rendersi conto del risultato o quantomeno avere amici o genitori sinceri che ti sconsigliano. Poi se ti dà gioia non è che tutti devono essere Michael Jordan per giocare a basket. In questo senso secondo me la mediocrità, quella del fare, non è un problema, l’importante è che non lo sia quella del pensiero. 

Che ricordi hai dei tuoi esordi? Hai detto che su Viva a volte non ti vedeva neanche tua nonna
A programma già rodato abbiamo fatto questa puntata in cui secondo l’Auditel non ci aveva visto proprio nessuno: nei miei record c’è anche questo. Viva era una rete piccolissima, nata come competitor di Mtv però senza lustro né soldi. Loro sceglievano gli ospiti fighi, noi prendevamo tutto: il che ti portava a fare puntate in cui in onda c’erano delle porcherie terribili, però io sono stato il primo ad avere in tv Tiziano Ferro, Amy Winehouse, Shakira, perché li ho potuti chiamare quando ancora non lo faceva nessuno.

 

E invece gli anni a Mtv?
Quelli sono stati gli anni da rockstar della mia vita: Mtv aveva un’aura e un potere di far sembrare tutto bello, esotico e desiderabile.

 

Andavamo in giro per il mondo, intervistavamo nella stessa settimana Beyoncé, Ligabue, Eminem… era la nostra quotidianità, ogni giorno con migliaia di ragazzini urlanti sotto il balcone. Era una cosa emotivamente impattante. È stato il nostro periodo Beatles, poi è finito.

Hai fatto tanta gavetta?
Sì, sì, ho fatto Viva che era minuscola, poi Mtv dove facevi cose giganti ma – non ho mai capito perché – non venivi mai cagato dai grandi esperti di televisione, eppure portavamo centinaia di migliaia di persone in piazza, cose che nessun’altra rete faceva ma venivamo comunque considerati quelli che giocavano.

 

Ti facevano trovare di fronte Beyoncé senza averci mai parlato prima e senza aver tanti autori dietro, e tu dovevi essere preparato e pronto a buttarti. Poi ho fatto produzioni grandi con un ruolo piccolo, come Quelli che… il calcio, in cui ho visto come funziona, come ci si comporta.

 

Non è stata una scelta, io avrei fatto EPCC fin da subito, ma non avendo avuto aiuti o fatto mai grandi PR, sì, ho fatto tanta gavetta.

La nostalgia sembra essere un tema che ti identifica molto, perché funziona secondo te?
Perché alla gran parte del pubblico che mi segue o che in generale guarda la tv, dai 30 ai 45 anni, gli anni ’90 forse ricordano un periodo in cui erano felici, è sempre così. Quando dicono “ai miei tempi la musica era più bella”, non è vero, era più bella per te, perché eri più bello e felice tu, quello che ti ricorda quel periodo non è più bello di altro, la musica è sempre bella il giusto. 

 

alessandro cattelan epcc intervista

Alessandro Cattelan © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Guardare sempre al passato non rischia di essere un’arma a doppio taglio?
Dipende da come la fai, da quanto sei bravo a mascherare il passato in qualcosa che punta al futuro: tu puoi fare un’operazione nostalgia come tema, ma che poi ti fa diventare virale sui social. L’importante è fare qualcosa da 2019, anche da 2020, portandoci dentro un po’ del tuo passato. Anche come la dosi è importante, è un po’ come fare un dolce.

 

E nella tua chiavetta nello spazio cosa ci sarebbe? Scegli 5 cose che vorresti salvare in un futuro lontano
Un po’ di libri, i Backstreet Boys, l’Inter, la birra. E un frigo per tenerla fredda.

 

A proposito di libri, hai creato su Instagram una rubrica in cui recensisci una pila di libri con giudizi molto sintetici, ironizzando su chi “scrive recensioni più lunghe dei libri stessi”
È la rubrica più bella di tutto Instagram, o no? Sono sempre stupito dal fatto che una foto che non sia di tette o culi ma una pila di libri possa generare così tante interazioni e commenti. L’ho preso un po’ come un compito, di solito ne faccio due l’anno: è un modo carino per parlare con la gente e tanti mi scrivono che hanno iniziato a leggere così. Io stesso ho iniziato tardi: da ragazzino piuttosto mi sarei tagliato un piede, poi per il mio ventunesimo compleanno mi hanno regalato la biografia di Roberto Baggio. Da lì non mi sono più fermato, prima i saggi, poi la narrativa e ora leggo proprio per il gusto di farlo.

In apertura di EPCC quest’anno c’era il sindaco Beppe Sala, come vivi a Milano in questi anni?
Ci ho sempre vissuto bene, quando sono arrivato sono capitato per caso a Isola, che ora è fra le zone più belle ma allora era ancora un postaccio, con prostitute, spacciatori e centri sociali. Avevo 20 anni e per me era comunque un sogno, era la cosa più simile al Village di New York che potessi sperare. Poi il quartiere è cambiato radicalmente, mantenendo però quella “sporcizia” mischiata a cose nuove fighissime. I primi anni mi rendevo conto che Milano aveva dei posti bellissimi ma che il tragitto dall’uno all’altro faceva schifo, invece ora riesci a girare vedendo cose belle ovunque. 

Non abbiamo parlato della serie tv su cui stavi lavorando: a che punto siete?
Per ora siamo fermi. In realtà ci manca solo una puntata da scrivere ma essendo il finale vogliamo fare qualcosa di veramente bello. Poi nel frattempo ho visto After Life di Ricky Gervais che mi ha depresso perché non arriverò mai a quel livello (ride, ndr). In più non voglio recitarci io, quindi devo essere abbastanza vecchio per non entrare più nella parte del protagonista: è talmente bella che voglio trovare qualcuno che la faccia al meglio. Riparliamone nel 2050.

Finiamo con una domanda da colloquio: come si vede Alessandro Cattelan fra dieci anni?
Avrò quanto? 48, 49 anni? Ma sì, sarò sempre qua a fare delle cose. Fra vent’anni invece proprio non lo so.

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