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Mai abbastanza brave

Come giocano le ragazze? Più attente, determinate, desiderose di imparare: abbiamo incontrato l’unica donna ad allenare una squadra di basket in A1

di Teresa Cardona e Federica Venni

Classe 1964, occhi sulle sue ragazze, non sta ferma un minuto. Cinzia Zanotti, stella del basket tra gli anni ’80 e ’90, ha iniziato in una squadra di Cagliari per poi arrivare in A1 alle porte di Milano dove a 18 anni ha segnato per più di due volte 40 punti.

Oggi è l’unica donna in Italia ad allenare una squadra femminile in serie A. Modesta, forse troppo. La febbre della pallacanestro lei ce l’ha nel sangue da sempre, da quando ancora viveva in Sardegna fino a oggi, qui, nella palestra di Sesto San Giovanni, dove ha giocato quando era ragazza e dove ora allena il Geas Basket.

Poi sono arrivati i successi anche in panchina allenando la squadra di Sesto. Cinzia ha capelli corti, un sorriso luminoso e determinazione da vendere. Severa il giusto come quando, scherzando con Ilaria – una delle sue giocatrici – la mette in guardia: “Sei brava, ma non ancora abbastanza”.

 

Cinzia Zanotti intervista spns

Cinzia Zanotti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quando e perché hai iniziato?
Sono nata a Brescia, ma ho trascorso buona parte della mia infanzia a Cagliari. Quello per il basket è stato un amore giovanissimo, io e la palla a spicchi ci siamo incontrati quando avevo soltanto otto anni. Uscivo da un lungo periodo di ospedale dove mi avevano ricoverata per un’epatite virale e avevo assolutamente bisogno di riprendere contatto con il mondo e con il mio corpo.

 

Mia mamma, ahilei, mi iscrisse a nuoto: fu un esperimento mal riuscito, stavo tutto il tempo a bordo vasca a fare le bolle, odiavo nuotare. Mio fratello giocava a pallacanestro così volli provare anche io.

 

Fu subito colpo di fulmine: da lì è diventato il mio obiettivo per tutta l’adolescenza e anche dopo, tanto che ho giocato ininterrottamente da professionista fino a trent’anni. Erano gli anni d’oro della pallacanestro femminile e per me questo sport era l’opportunità di fare qualcosa nella vita che mi piacesse davvero. Ho fatto tanti sacrifici, ma non li ho mai vissuti come tali. Anzi, privarmi di quel tempo tra i canestri era la punizione peggiore: mia madre lo sapeva, perciò il suo “guarda che se non fai i compiti non vai in palestra” era un avvertimento piuttosto efficace.

Quando hai avuto i tuoi due figli hai smesso, per poi ricominciare quando sono cresciuti. Ti è pesato lasciare lo sport?
Altroché! È stata una sofferenza. Soprattutto quando è nata Francesca, la primogenita, anche se l’avevo fortemente desiderata. Vedevo mio marito, Roberto, che nonostante l’impegno della bimba continuava a lavorare, a fare la sua vita, mentre io non potevo. Credo che questo sia uno degli aspetti più faticosi della vita di una neo mamma, dover rinunciare a molte cose. Certo, io sono stata fortunata: grazie agli aiuti ricevuti – tata e famiglia – ho giocato ancora due anni in A1 e poi, dopo l’arrivo di Filippo il mio secondogenito, altri due. Fare sport avendo due figli era chiaramente molto diverso: prima stavo molto più attenta al sonno e all’alimentazione ad esempio, perché per me la pallacanestro era quasi una religione. Ancora oggi a casa mi prendono in giro perché la domenica pre-partita cucino ancora il menù dell’atleta: bresaola e pasta al pomodoro. Sono stata qualche anno senza far nulla e poi sono tornata sui campi con Francesca che veniva a giocare proprio qui a Sesto.

 

Ho trovato un’allenatrice che a furia di vedermi ferma ha sbottato: “Ma cosa fai, ma perché stai lì con le mamme a chiacchierare, dammi una mano sul campo”. E da qui più o meno è iniziata la mia vita da coach. Ho capito che si poteva stare in campo anche in altro modo e mi è piaciuto.

 

 

Cinzia Zanotti intervista spns

Cinzia Zanotti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Così ho frequentato il corso per allenatore Nazionale e da dieci anni alleno il Geas: sono stata responsabile del settore giovanile, allenando l’Under15, poi l’under17 e l’Under19, e ora la prima squadra. Questa società è la mia casa e ho lavorato tanto per popolarla di brave giocatrici: ci sono stati anni in cui giravo mezza Lombardia per trovare le ragazze, tessendo rapporti con i presidenti delle altre squadre e con le famiglie delle atlete per avere il loro cartellino. Abbiamo vinto sette scudetti a livello giovanile, sono stati anni fantastici.

Il mondo del basket femminile, almeno oggi, non è tanto conosciuto. Ci sono molte giocatrici? E allenatrici?
Purtroppo no. In questo momento la pallacanestro femminile è un po’ in difficoltà perché non ci sono molte iscritte, manca un lavoro di sensibilizzazione radicale su questo sport. E tutto ciò temo sia frutto del pregiudizio per cui il basket, ma forse più in generale certi sport come anche il calcio, siano una faccenda da uomini e a una femmina calzino meglio la ginnastica artistica oppure la pallavolo, che non ha contatto fisico. Noi proviamo ad andare nelle scuole per coinvolgere le famiglie, ma il dispendio di persone e di energie non è direttamente proporzionale ai risultati ottenuti.

 

Per quanto riguarda invece le allenatrici… in A1 femminile io sono l’unica, in A2 c’è qualche donna in più ma siamo comunque pochissime.

 

Tenete conto che quando ho frequentato il corso da allenatore eravamo tre donne su quaranta partecipanti… negli Stati Uniti è completamente diverso, nella WNBA, la NBA femminile, le allenatrici sono quasi tutte donne.

In Italia insomma non è uno sport per donne
Onestamente non so se sia una questione di preclusione da parte di un universo prettamente maschile verso le donne o se invece tutto sia semplicemente dovuto a una mancanza di interesse da parte delle donne stesse che non vogliono allenarsi e giocare, che non vogliono fare sport o non vogliono fare questo sport. Se devo essere sincera io, come donna, non ho mai avuto problemi. Anzi. Il mio vecchio presidente, Mario Mazzoleni, fin dall’inizio insistette per coinvolgermi: “Il mio sogno è che tu vada ad allenare la prima squadra” mi diceva sempre. Io sono abbastanza contraria alle quote rosa come metodo per gestire la carriera delle donne. È giusto affidare ruoli alle donne se sono persone capaci, il criterio utilizzato nella scelta deve essere uguale a quello che si mette in campo con gli uomini. Se una donna è brava merita un posto, altrimenti no perché un incarico ottenuto solo in virtù della parità di genere rischia di diventare controproducente per lo stesso universo femminile.

 

Cinzia Zanotti intervista spns

Cinzia Zanotti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ti piacerebbe allenare gli uomini?
Non ci ho mai pensato però sì, non mi dispiacerebbe. Io non ho mai allenato uomini, ma credo che l’approccio sia un po’ diverso. Ho parlato con allenatori uomini che passando alle squadre femminili hanno confessato: “Scopro un mondo fantastico!”.

 

Le ragazze sono più attente durante l’allenamento e sono molto, molto determinate: corrono e si riscaldano anche quando sono acciaccate e sono tremendamente desiderose di imparare. Poi sono sensibili a qualsiasi sfaccettatura: se dici una parola in più o in meno, se le sgridi, se le gratifichi… A livello di gioco, invece, la differenza non c’è: sì, la palla è un po’ più piccola, ma il canestro è alla stessa altezza e il campo è lungo uguale.

 

Nel libro di Clayton Christensen, Fare i conti con la vita si parla di un allenatore che fa giocare i più bravi in prima squadra mentre tiene sempre in panchina i giocatori meno dotati. Nella partita fondamentale però i giocatori del quintetto base sono stremati e tocca fare i cambi. Ma chi non ha mai giocato non è pronto e la squadra perde. Qual è la tua filosofia di allenamento e di squadra?
La cosa più importante all’interno di una squadra è che ci siano le giuste gerarchie. Ovviamente c’è chi gioca di più, chi ha più responsabilità, chi ha più attitudine difensiva e chi offensiva. C’è chi comunque parte dalla panchina, c’è quello che si allena e non sa se gioca. È ovvio che in un mondo ideale piacerebbe avere tutti coinvolti allo stesso modo, ma in quello reale ognuno deve avere il proprio ruolo. Anche se è fondamentale che passi il messaggio per cui la partita si vince – o si perde – grazie al contributi di tutti, anche di chi non entra in campo per tutto il match. Perché, molto banalmente, anche chi gioca due minuti o zero deve restare attivo studiando la partita e incitando i compagni.

 

La bravura di un allenatore credo stia qui: nel gratificare tutti, trasmettendo però la consapevolezza di quale sia il proprio posto nella squadra.

 

L’altra sera guardavo Invictus, il film di Clint Eastwood su Nelson Mandela mi è rimasta impressa la frase “per far grande una nazione bisogna superare le proprie ambizioni”. E poi ci vuole un giusto bilanciamento tra talento e tecnica. Il talento sicuramente dà una grossa mano, permette di arrivare da soli lì dove altrimenti qualcuno dovrebbe insegnare e spiegare. Ma l’allenamento è fondamentale: allenarsi significa darsi da fare per fare la cosa giusta al momento giusto.

 

Cinzia Zanotti intervista spns

Cinzia Zanotti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Oggi sei assistente di Marco Crespi, Ct della Nazionale: ti piacerebbe essere l’allenatrice?
Con la Nazionale ora abbiamo portato a casa la qualificazione per gli Europei. Grandi soddisfazioni, ma se domani mi dicessero “Vuoi allenare la nazionale” io risponderei “No grazie”. Voglio essere onesta, non mi sento pronta in questo momento per allenare la nazionale italiana. Non lo farei. Servono molte conoscenze e io alleno una formazione senior da soli quattro anni.

È tipicamente femminile non sentirsi pronte anche se si è brave. Si chiama “sindrome dell’impostore”, quella che si porta addosso chi si sente sempre inadeguato, pur avendo tutte le carte in regola
Allora sì, può essere che io ne sia affetta. Quando faccio una cosa devo sentirmi in grado. Ricordo che il primo anno in cui ho allenato una squadra in A2 vivevo tra il campo e il mio pc: stavo lì, guardavo, poi studiavo, riguardavo le partite, tornavo indietro e rivedevo l’errore. Fino a che non ho acquisito esperienza e ora porto a termine tutto più facilmente.

 

Quando giocavo, da ragazza, se durante l’allenamento non facevo canestro rimanevo in palestra mille ore perché per me non esisteva altro modo che star lì, abbassare la testa e lavorare per migliorare. Certo che siamo testone noi donne, difficilmente ci accontentiamo di un “Va be’, come viene viene”.

 

Cosa diresti a qualcuno che è indeciso o meno se iniziare a giocare a pallacanestro? Perché proprio il basket?
Innanzitutto perché è uno sport di squadra e secondo me lo sport di squadra è un allenamento per la vita, ti insegna a rispettare regole e tempi e a prendere decisioni in maniera tempestiva. La pallacanestro è uno sport veloce che ti porta a scegliere senza pensarci su troppo, a usare l’istinto e l’esperienza.

 

Ho provato, ad esempio, a giocare a golf ma non mi piace molto. Il golf lascia troppo tempo per pensare e io non sono abituata alle pause del pensiero.

 

Il basket è dinamicità, contatto fisico. È per questo che lo amo. Anche se devo dire che non mi sono mai chiesta perché ho scelto la pallacanestro e non un altro sport: non c’è una risposta. Per me sport vuol dire basket, punto.

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