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A cosa serve l’italiano?

Claudio Giunta racconta “Come non scrivere”, il suo anti-manuale per evitare trappole, retorica e scemenze della lingua italiana

di Gabriele Ferraresi

Claudio Giunta racconta “Come non scrivere”, il suo anti-manuale per evitare trappole, retorica e scemenze della lingua italiana.

Torinese, classe 1971, Claudio Giunta insegna Letteratura Italiana all’Università di Trento e non si capisce bene come faccia a fare tutto. Firma infatti sia corpose antologie di letteratura italiana – Cuori intelligenti, per Garzanti Scuola – che saggi brevi e divertenti – Il paese più stupido del mondo ed Essere #MatteoRenzi, per Il Mulino – cui alterna saggi non tanto brevi sul futuro dell’istruzione umanistica. Ma non solo.

Un anno dà alle stampe una raccolta di reportage – Una sterminata domenica. Saggi sul Paese che amo, sempre per Il Mulino – un altro va in Islanda e tira fuori un racconto di viaggio, un altro ancora scrive un romanzo o si dedica alla prefazione di un libro fotografico con le immagini di Carlo Mollino all’Expo ’70 di Osaka.

A tutto ciò abbina interventi su Il Sole 24 Ore e Internazionale e la condirezione della Nuova rivista di letteratura italiana. Non è al momento chiaro quando Giunta respiri.

Queste attività però sono tutte side business, il suo lavoro è un altro, ed è studiare, scrivere e istruire allievi; ma anche dare qualche dritta su Come non scrivere sia a noi che ai suoi studenti, primi destinatari di un libro stranamente divertente di “Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano” uscito per UTET a gennaio di quest’anno.

Perché Come non scrivere è un libro stranamente divertente? Perché non è facile far sorridere o ridere con un manuale di (non) scrittura: provateci voi. Tra le tre regole, le tre leggi da cui parte Giunta, infatti citiamo volentieri la “legge di Silvio Dante” dalla serie tv I Soprano: Wanna say something? And say it then, Walt fucking Whitman, over here!”. Traduzione: se siete poeti potete permettervi un po’ di vaghezza, ma se non lo siete – e con buone probabilità non lo siete – accettate il cordiale invito di Silvio Dante.
Andate dritti al punto.

Claudio Giunta, partiamo da questo: perché essere chiari quando scriviamo è un obbligo morale?
Perché per certi versi è un altro nome dell’onestà. Quanto più cerco di farmi capire da chi mi ascolta, tanto più ho rispetto per lui e ho anche rispetto del suo interesse, delle sue idee, della sua personalità in generale. Da questo punto di vista essere chiari vuol dire non avere nulla da nascondere e voler dire tutta la verità a chi ascolta.

In Italia tra quelli che scrivono per lavoro la chiarezza è merce rara
Essere chiari è un obbligo anche perché è un po’ una medicina alla malattia retorica nazionale. Specie gli intellettuali italiani hanno introiettato l’idea che essere oscuri, involuti, ampollosi, retorici, arabescati, sia una qualità. Infatti i professori a scuola premiano i ragazzi che scrivono in maniera più contorta e apparentemente elegante. Sbagliano: bisogna essere chiari.

 

Il dovere morale è quello di sostenere una comunicazione scritta che faccia sì che il lettore possa capirci con il minor sforzo possibile, laddove l’argomento lo consenta.

 

La moralità – anche se è una parola che userei meno possibile – sta nel non mettere noi stessi su un piano diverso da quello dell’ascoltatore o del lettore. Il rapporto deve essere paritetico.

Insegni Letteratura all’università e i tuoi studenti arrivano con una preparazione in italiano debole: dove si sbaglia alle superiori?
La prima cosa da dire è che il problema non è la scuola superiore, ma l’università. Lettere non è più una facoltà vocazionale. Una volta in questa facoltà andavano gli aspiranti letterati; adesso vanno anche e soprattutto persone che hanno una vocazione molto debole, e vengono da scuole dove la letteratura, il latino, il greco, quasi non ci sono. È comprensibile che queste persone abbiano problemi grossi: a Medicina, a Ingegneria o Fisica ci sono ragazzi che scrivono meglio di molte matricole di Lettere. Dall’altra parte è anche vero che a scuola si scrive poco, ed è difficile con 25 ragazzi in classe seguire i temi e i pensierini di ciascuno di loro; i professori possono correggere un po’, ma non possono correggere in profondità, o almeno quanto serve per imparare a scrivere.

 

intervista claudio giunta foto eurac biblioteca digaetano lUZ

La biblioteca del centro EURAC Research di Bolzano © Alessandro Digaetano / LUZ

 

Aggiungi poi il fatto che viviamo in un mondo in cui la scrittura posata, la concentrazione sulla pagina, il tempo dato alla lettura pacata è molto poco e tutti quanti scriviamo e leggiamo cose molto rapide. Metti insieme queste tre cose: il fatto che Lettere sia ormai un’università non più vocazionale, che a scuola si scrive pochino, e che viviamo in un mondo in cui la cultura scritta ha sicuramente un prestigio e un’utilità minore rispetto a quella di alcuni decenni fa.

Nel libro non citi i “cattivi” per nome, mentre fai i nomi di quelli bravi, quelli da cui possiamo imparare qualcosa. Come si diventa bravi come quelli lì?
Ti posso dire come sono diventato io meno peggio di come ero. Ho fatto delle scuole buone, ho fatto la Normale, e insomma, ero un piccolo secchione; ma il mio stile di scrittura non era particolarmente sciolto o elegante. Poi ho letto in una settimana un libro di saggi di Gore Vidal; nel mio caso un po’ di salvezza è venuta dalla lettura di molta saggistica anglosassone. Avevo assimilato un linguaggio – critico, soprattutto – molto italiano, molto francese, molto denso. Invece imparare l’inglese bene e leggere tanta saggistica anglosassone mi ha aiutato a correggere l’italiano. Mi è stato utile leggere Gore Vidal, David Foster Wallace, Zadie Smith, Daniel Mendelsohn, e prima ancora Lionel Trilling, e tanta saggistica sulla letteratura, la politica e la storia di matrice britannica e americana.

Viviamo nell’epoca della distrazione: tu come fai a non distrarti?
Io sono un cattivo esempio, sono perennemente distratto, ascolto la radio continuamente, spesso vedo la televisione mentre studio, mi piace fare tante cose insieme. Penso alle cose che devo scrivere praticamente sempre, però a volte lo faccio sentendo la radio, o controllando la posta elettronica, o guardando un video su Youtube.

 

Sono abbastanza vittima del sistema di distrazione che si è costruito in questi ultimi anni. Avendo però più di quarant’anni e una capacità di concentrazione anche nel casino, non è pericoloso per me. È più pericoloso per un ragazzo di vent’anni che tende a non saper dosare i tempi, quindi a essere completamente preda di questi sistemi.

 

Io consiglio di fare quel che si vuole, ma chiudersi in biblioteca senza smartphone può essere un’idea. Ma davvero non sono un buon esempio, sono già di quella generazione che è sempre connessa, come te.

Il tuo libro è nato per i tuoi studenti: hai notato qualche miglioramento?
No, direi di no. Direi che non serve a niente. Sai, alla fine secondo me riflettere sulla scrittura fa diventare più intelligenti, ma non è detto che faccia diventare più bravi a scrivere. Ogni riflessione sulla lingua e sulla scrittura non è che serva a migliorare la nostra lingua e la nostra scrittura, sono competenze che si sedimentano negli anni. Se leggo un libro sullo sci non miglioro il mio stile di sci, ma rifletto sulle cose che faccio. Ecco, riflettere sulla lingua e sulla scrittura secondo me fa diventare più intelligenti, è utile: parlare per 300 pagine di scrittura per me ti fa diventare meno scemo. Più consapevole.

Diventare più consapevoli della lingua italiana è cosa buona e giusta, ma la deriva grammarnazi è dietro l’angolo: a che serve essere ossessionati dal correggere i “piuttosto che”?
Cosa vuoi, è uno dei tanti nomi della vanità, la gente ha molto tempo libero e si sente libera di scrivere qualsiasi cosa. Tendenzialmente chi meno sa più tende a manifestare la sua conoscenza. Il premio Nobel per la fisica non va a correggere gli errori di fisica dei giornalisti, mentre chi sa qualcosina di solito vuole dirlo, già dalla scuola, dove alza la mano l’insicuro che vuole sfoggiare il suo piccolo sapere. Su Facebook molto spesso succede questo. Ci si sgomenta perché uno dice “piuttosto che” con valore disgiuntivo e la gente sviene dal dolore, ma è solo perché così uno indossa un abito che lo fa un po’ brillare, sono piccole soddisfazioni, innocue.

 

Nel libro cito un pezzo di Savinio molto bello in cui dice “Fate il cazzo che vi pare, basta che sappiate perché lo fate” insomma, basta essere consapevoli.

 

Dopodiché sono consuetudini, non c’è nulla di sbagliato nel dire “piuttosto che” in forma disgiuntiva, è sbagliato perché l’uso grammaticale corrente ci dice che non si fa, ma non è che c’è una legge dello Stato.

Sulla lingua italiana dici di fidarsi dei libri, ma di non essere acritici
Le leggi della lingua non sono leggi, sono norme di uso. La nostra lingua è modellata sulla lingua degli scrittori e sui dizionari, ma non c’è un tribunale che decide se una cosa è giusta e una sbagliata. All’Accademia della Crusca abbiamo affidato in maniera un po’ empirica l’arbitrato sui dubbi linguistici e ai libri di grammatica l’arbitrato sulle forme giuste o sbagliate della nostra lingua. Ma la lingua evolve, non c’è nessuno che ci imprigiona se usiamo una forma diversa dall’uso. Aldo Busi in un suo libro a un certo punto scrive “C’aveva”. Benissimo. Ci sarà forse un giorno in cui scriveremo “C’aveva”.

Scrivere bene diventerà un hobby di lusso?
È già successo: che una competenza nel parlare e nello scrivere sia oggi una competenza meno preziosa di un tempo mi pare evidente. Se passi in quattro generazioni da De Gasperi e Togliatti – che con tutti i loro limiti erano degli intellettuali e degli scrittori – a Di Maio e Salvini è evidente che quel tipo di competenze, in un mondo molto più visivo e disintermediato, sono competenze meno importanti. Non ci vedo nulla di male, salvo che io faccio il mestiere che più di ogni altro tende a difendere quelle competenze, perché suppone che quelle competenze siano sinonimo di qualcosa d’altro, di affidabilità, di intelligenza, di cultura, di onestà, anche se non sempre è vero.

 

intervista claudio giunta foto eurac biblioteca digaetano lUZ

La biblioteca del centro EURAC Research di Bolzano © Alessandro Digaetano / LUZ

 

Ci sono un mucchio di intellettuali bravissimi a scrivere che sono delle carogne. Quindi direi che è già successo, c’è un declino nelle competenze e nel prestigio che queste competenze hanno. Non so se nel futuro scrivere bene diventerà come saper cantare bene o saper suonare uno strumento, ma forse sì. La bella scrittura non è più il viatico alle professioni più remunerative come un tempo, ma è un di più, un atout, qualcosa che qualche datore di lavoro giudicherà importante. Ma non, per esempio, i direttori dei grandi giornali italiani, che francamente non mi pare premino la bella scrittura; ecco, non mi pare che chiedano quello come prima cosa.

Chiedono “l’emozione” e il risultato finale è tremendo: “una forbita lingua di pattumiera”
Chiedono video ben fatti, scoop, ma soprattutto l’emozione, e la capacità di scrivere tanto e di essere un po’ sfacciati. Insomma, non chiedono la bella pagina che si chiedeva a Camilla Cederna.

Tu hai ancora dei dubbi sulla lingua italiana?
Sì, mi capita, mi capita. Non ne ho tanti, però mi capita. L’ultima volta che ho usato una grammatica era per guardare l’alternativa tra “potè” e “potette”: mi sembrava scorretto invece è solo un po’ vecchio. Ho dei dubbi e i libri aiutano a sciogliere questi dubbi perché ci fanno vedere come gli scrittori o persone più colte di noi hanno sciolto questi dubbi: ma i libri non sono le tavole della legge.

[Foto in apertura: © Alessandro Digaetano / LUZ]

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