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L’altro antipatico

Claudio Martelli è un simbolo della Prima Repubblica: l’abbiamo incontrato e non abbiamo parlato di Craxi.

di Gabriele Ferraresi

Claudio Martelli, nato il 24 settembre 1943 a Gessate – provincia di Milano – è uno dei simboli incarnati della Prima Repubblica. Martelli il delfino di Craxi, Martelli e la Villa sull’Appia, Martelli Ministro, Martelli e Falcone, Martelli viveur. Martelli nei video YouTube sgranati e in 4/3, come il confronto con Carlo Sama con Natalia Aspesi tra i giornalisti in aula, era il 1993.

E ancora: Martelli e le giravolte ironiche, perché la Prima Repubblica è diventata memetica, e quindi anche lui. Così ero andato da Claudio Martelli, be’, per parlare soprattutto di Bettino Craxi.

Del resto c’era il film di Gianni Amelio al cinema – Hammamet – il 19 gennaio erano vent’anni dalla morte, e poi proprio Martelli aveva scritto un libro su Craxi – L’antipatico – Bettino Craxi e la Grande Coalizione in libreria con La Nave di Teseo – ma alla fine poi no. Abbiamo parlato d’altro.

I primi momenti speravo in un’intervista compiutamente disastrosa e quindi ricamarci sopra come sto più o meno facendo ora. Invece alla fine no, neanche quello. 

Il 19 gennaio saranno vent’anni dalla morte di Craxi: quando è stata l’ultima volta che…
Io non ce la faccio più a ripetere, a dare sempre la stessa risposta. È raccontata nel libro, nel libro precedente, è raccontata in cinquantamila interviste televisive, mi cascano proprio le palle.

 

Nel libro accenna a quando parlaste della Tunisia
Non ce la faccio, mi si blocca tutto a ripetere le stesse cose all’infinito. Non faccio un buon servizio neanche ai suoi lettori.

 

Non c’è problema: nel libro tocca la stagione di indignazione e risentimento che da Mani Pulite è arrivata a oggi. Come sta l’Italia del 2020?
È un Paese piuttosto spaventato. Spaventato di tutte le novità del momento, dell’attualità, un Paese anche piuttosto rancoroso, diviso, polemico, insomma molto portato alla litigiosità. Devo dir la verità però: io la ricordo più o meno sempre così l’Italia, anche quando avevo vent’anni.

 

claudio martelli intervista craxi

Claudio Martelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dice: non siamo cambiati tanto?
Le visioni erano altre, certo, ma al di fuori della sinistra in Italia c’è sempre stata una destra robusta, magari camuffata. All’indomani della caduta del fascismo già era risorto un Movimento Sociale Italiano che poi ha oscillato nel corso della sua esistenza dal 6, 7 fino al 10%, fino ad essere il terzo partito superando il PSI in un paio di elezioni. Un nocciolo duro di destra c’è sempre stato. In parte questa destra si nascondeva dentro o ai margini della Democrazia Cristiana.

E dall’altra parte?
Dall’altra parte c’era il Partito Comunista più importante dell’occidente – e il più pagato, come diceva Craxi… – ed è vero e documentato, per esempio nel libro di Gianni Cervetti, segretario amministrativo del PCI, L’oro di Mosca. Io non mi voglio accanire sul PCI, sul PDS, sul PD, perché c’è poco su cui accanirsi, appunto. E ancora meno su cui accanirsi sul PSI.

Di cui non rimane niente
È stato raso al suolo dall’operazione Mani Pulite. E tutta quest’altra storia di Tangentopoli… è verissimo, ma Tangentopoli non è che nasce negli anni ’80.

Negli anni ’80 c’erano state le amnistie, una anche nel 1989
Ben due amnistie negli anni ’80. Si vede che la prima non era bastata, si vede che avevano ricominciato dopo la prima a compiere altri reati.

 

Lei c’era
Era il sistema, era normale.

 

Perché l’Italia repubblicana nasce così, nasce da un compromesso tra partiti armati che avevano appena finito la resistenza, che avevano visioni ideologiche e alleanze internazionali opposte, chi con Mosca e chi con Washington. Io capisco che chi ha vent’anni, trent’anni oggi faccia fatica a comprendere se ne sente parlare, ma lì c’erano ancora le pistole fumanti appena finita la guerra.

Chi ha venti, trent’anni oggi ha un rapporto più sereno con Tangentopoli?
Sì, è sicuro che sia così, ma non so se è perché non sanno o se perché c’è una distanza tale per cui la cosa sembra riguardarli di meno.

 

claudio martelli intervista craxi

Claudio Martelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

La nostalgia per la Prima Repubblica emerge sui social media, su Facebook soprattutto. Lei usa Facebook?
Di tanto in tanto, sì.

 

Conosce pagine come “Socialisti Gaudenti”, o “Una foto diversa della Prima Repubblica ogni giorno”?
Sì le ho viste quelle pagine, ma non mi faccio tanto commuovere. Sorrido, qualche volta mi incuriosiscono, qualche volta mi inteneriscono, ma credo che sia tutto frutto di un generale disincanto. Forse anche della curiosità di vedere e conoscere quelli che sono stati dipinti come dei mostri.

 

La nostalgia emerge quando il presente non è all’altezza delle nostre aspettative: vale anche per la classe politica?
Una volta la politica era un mestiere non soltanto dignitoso, ma anche nobile. Era considerato un mestiere nobile. Era considerato qualcosa che riguardava la classe dirigente del Paese. A cui si accedeva attraverso una selezione piuttosto dura e faticosa.

Selezione cominciata a 13 anni, iscrivendosi al PRI?
Sì, nel 1956. In realtà mi iscrisse mio fratello maggiore, aveva bisogno di voti, c’erano due correnti, una di mio fratello e una di Giorgio La Malfa. Adesso non mi ricordo chi ha vinto. Sono entrato a 13 anni nella sede di un partito, quindi era un destino, forse.

Era strano andare a 13 anni in una sede di un partito?
Sì, era molto strano anche a quell’epoca, infatti i miei compagni di classe – che portai lì come se fosse una gita scolastica – ricordo che si erano portati le carte e le fiches, quelle piccoline per giocare, sennò non avrebbero saputo cose fare in mezzo alle scartoffie.

 

Stop: immaginiamo Luigi Di Maio a 13 anni.
[Silenzio, sguardo vagamente attonito, ndr]

 

Prima accennava alla durezza della selezione
Quella veniva dopo, nel partito: ma prima c’era qualche assaggio nelle federazioni giovanili. C’erano tornei di oratoria, piccole assemblee, votazioni, c’era tutto l’armamentario della lotta politica democratica. Quindi i partiti, le sigle, i programmi, le ideologie, le correnti, i gruppi, i congressi, quel tanto di potere che consisteva nell’avere un ufficio, magari un ciclostile e qualche rimborso spese per i viaggi, le trasferte, la carta da comprare.

E arriviamo quasi al ’68
I comunisti ne trassero conseguenze apocalittiche, come se il capitalismo stesse per crollare da un momento all’altro. Noi eravamo più moderati e più saggi, più acuti nelle nostre analisi. Poi sai, quando ti iscrivi all’università, a filosofia come nel mio caso, entri in una specie di tempio della cultura politica. Quando mi ero iscritto ero l’unico non marxista: ma eravamo solo ventisette iscritti. Avevamo dei maestri fantastici, Mario Dal Pra, Enzo Paci, Ludovico Geymonat. Li ricordo ancora tutti.

Il livello era alto
Era molto alto. Era un’università di élite, non per ricchi, ma per la qualità. E anche l’università contribuiva a formare quell’intreccio, la mescolanza di studio e analisi di quello che succedeva nel mondo e in Italia – con tutti i vizi che poteva quella formazione – però c’era, e contemporaneamente c’era un’educazione alla lotta democratica. Quindi come conquistare il voto, trovare gli argomenti, parlare in pubblico, vincere questo pudore.

 

claudio martelli intervista craxi

Claudio Martelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Adesso il pudore è sconfitto: in compenso non sappiamo dire niente
Sì, è vero. Il successo di Salvini è cominciato con quella copertina del l’Espresso con lui mezzo nudo.

Di Oggi, forse?
Io Oggi non l’ho visto, mi ricordo quella di sei anni fa, Salvini con la cravatta nudo… però forse ha ragione lei, nudo con la cravatta? Massì, parliamo della stessa.

Sì, un po’ languido: mezzo nudo a letto con la cravatta, era su Oggi
È una tendenza che si ripete, non è una novità assoluta, anche tutta la cosa del Papeete, l’estate del Ministro degli Interni in costume da bagno con quella che gli sculetta davanti, il mojito in mano e le prediche sulla pacchia dei migranti…

 

Esatto
Ma come fa a non arrossire? La pacchia dei migranti disperati e il Ministro degli Interni sta in spiaggia in infradito, con il mojito in mano, a torso nudo a gustarsi quella che gli balla davanti.

 

Non è che voi foste delle monache di clausura
No, assolutamente.

Siete gente che si è divertita
Ma l’ha fatto in un modo diverso. Bisogna chiedersi da dove viene e se c’è stato un degrado specifico della politica, della sfera politica civile, o se è una tendenza generale della società che è diventata tutta quanta più banale e più superficiale. È difficile dirlo. Io credo che ci sia un contributo specifico della politica, che segue quello che tutti hanno scritto, il crollo delle ideologie. È come se la gente si trovasse senza Dio, senza religione, senza più confessione religiosa a cui aderire.

Per voi era diverso?
Gli anni ’60: ti svegli al mattino e ti senti un militante. E quindi ti vesti, esci di casa, partecipi all’assemblea, alla manifestazione, alla protesta. Il ’68 però per noi giovani professionisti della politica era già una diminutio, una forma di banalizzazione della lotta politica.

 

claudio martelli intervista craxi

Claudio Martelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In che senso?
Per noi le assemblee di Mario Capanna, con mille, duemila, tremila ragazzi infatuati che ripetevano “Marx, Lenin, Mao Tse-tung” erano un modo di portare il cervello all’ammasso. Li guardavamo con disprezzo, effettivamente. Noi poi ci vestivamo alla maniera tradizionale, al liceo eravamo già in giacca e cravatta, e l’avevamo anche all’università. Non era un obbligo: era un’abitudine, una tradizione, ci si vestiva così. Non erano mica abiti firmati, erano presi da Lebole.

Oggi sarebbero il completo di Zara o dell’OVS
Gli altri portavano i jeans e l’eskimo. Avevamo poi una leggera differenza di età, io nel ’68 ne avevo 24, 25 anni, questi qui ne avevano 22, qualche volta 21, Capanna aveva due anni meno di me. Però si vestivano in un’altra maniera e avevano già imparato a comunicare in forma sloganistica: noi non usavamo gli slogan, noi ragionavamo, o almeno ci provavamo.

 

Ci sembrava già quella antipolitica: il primo fenomeno di antipolitica che ho visto è stato il ’68. Ha distrutto la scuola: il 6 politico, il 30 politico, era una cosa pazzesca, era ributtante questo modo di fare. Autoritari erano loro, e anche ignoranti.

 

Eravate una classe politica meglio vestita?
Eravamo vestiti normali. Oggi i politici son tutti vestiti uguali, i grillini soprattutto, sembrano degli yuppies in ritardo. Per noi il completo e la cravatta erano un abito da lavoro. Oggi invece sono tutti standardizzati: ma è uno standard molto basso.

Il MoVimento 5 Stelle sarà tutto uguale, ma è anche ormai integrato
Ogni tanto si sente anche qualche grillino o qualche grillina che fa ragionamenti sensati, stanno passando probabilmente attraverso una serie di processi di acculturazione. Alcuni affrontano le prove e le superano e migliorano, altri invece non vogliono, hanno paura di perdere l’anima se diventano un po’ più colti o un po’ più preparati o competenti di qualche materia. Perché del resto sono nati con un messaggio primordiale.

Un vaffanculo
Sì, sostanzialmente quello. Naturalmente bisognerebbe interrogarsi sul perché proprio qui hanno vinto due forze populiste come Lega e Cinque Stelle nel 2018. Io ora sto scrivendo un saggio sull’ignorantamento.

 

claudio martelli intervista craxi

Claudio Martelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quindi perché proprio qui?
Credo ci siano delle grosse responsabilità nelle cosiddette élite successive a quelle della Prima Repubblica. Non erano all’altezza, non lo era Berlusconi e non lo era neanche Prodi, spiace doverlo dire per l’uno e per l’altro, ho avuto buoni rapporti con entrambi. Però insomma, la qualità politica, al netto delle qualità personali di ciascuno dei due, era inadeguata. Prodi non era un politico, neanche Berlusconi: sono stati i due leader che hanno dominato la scena per vent’anni.

Con Berlusconi però al centro dello scenario mentale
Sì, sì, ma se uno fa il conto di quanto ha governato Berlusconi vede che è esattamente la metà. E gli altri dov’erano? Poi in particolare in quel periodo c’è una responsabilità specifica, degli ex PCI.

Cosa c’entrano gli ex PCI?
In tanti erano convinti che crollato il comunismo fossero finiti anche i comunisti. De Michelis diceva “Morti, finiti, basta!”, io gli dicevo di no, che si sbagliava. Purtroppo ha prevalso la sua visione e cosa sono diventati i comunisti senza il comunismo? Sono diventati i principali seguaci della globalizzazione, del capitalismo, del liberismo, del mercatismo. Sono diventati establishment. Ed è questa la crisi della sinistra, non è un’altra: è inutile che ce la raccontiamo in un modo diverso.

Alla fine non abbiamo parlato di Craxi
Ma abbiamo parlato tanto.

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