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Genova nel cuore

Dal teatro a “Il principe libero”, da Luca Marinelli all’A-Team, storia di un attore che scriveva i sottotitoli alle serie tv di notte

di Cristian Micheletti

Da Diaz a Il principe libero, da Luca Marinelli all’A-Team, storia di un attore che scriveva i sottotitoli alle serie tv di notte

Il tono di voce calmo, lo sguardo sereno: Davide Iacopini ha appena registrato un provino video per un casting internazionale e quando arriva da noi è in piena fase di rilassamento.

Genovese classe 1983, università abbandonata per problemi atmosferici e una carriera da attore che inevitabilmente l’ha portato a Roma, dove vive da dieci anni. Dieci anni durante i quali Davide Iacopini ha lavorato in alcune tra le principali serie italiane, senza dimenticare il cinema.

È stato fratello dell’ispettrice Valeria Ferro, protagonista di Non Uccidere, e ha interpretato Mauro De André, fratello di Fabrizio, ne Il principe libero, uno dei grandi successi dell’ultima stagione televisiva. Due ruoli estremamente lontani, che potrebbero racchiudere gli estremi di una carriera corposa.

Tanta tv, tanti generi diversi: se dovessi scegliere una sola esperienza di questi dieci anni, quale sarebbe?
Ne devo scegliere due. La prima cosa che ho fatto al cinema e l’ultima che ho fatto in televisione. La prima è Diaz, sette anni fa. Sono molto affezionato a Diaz perché racconta una fase storica che ho vissuto di rimbalzo: non sono andato al G8, e così l’ho vissuta quasi dieci anni dopo con il film. Mi rispecchia perché è qualcosa che con il senno di poi avrei voluto fare. L’altra è Il principe libero, il film tv su De André, io sono cresciuto con lui e interpretare suo fratello, poter raccontare quella storia è stato un privilegio.

 

Dori Ghezzi era sempre sul set, anche quando giravamo le scene del sequestro: eravamo in Supramonte e c’era Dori che con il piumino guardava se stessa mentre era sequestrata… roba da analisi.

 

Diaz e De André, due storie di Genova: cosa rappresenta per te la tua città?
A Genova ci sono nato, ho vissuto a Novi Ligure e sono tornato a 19 anni per la scuola di teatro, nel pieno dell’età in cui fai stronzate. E da quel punto di vista è una città perfetta. Tornarci a lavorare con le troupe mi faceva effetto, mi sembrava di portare gli amici in visita a casa mia. Sono quelle cose un po’ viscerali su cui fai fatica ad appoggiare degli aggettivi, ma che magari hanno un peso maggiore nella mia testa.

Nell’intervista che le abbiamo fatto, Camilla Semino Favro, anche lei genovese, racconta di come fosse scontato che a Genova l’unico sbocco possibile per un attore fosse il teatro. Anche per te è stato così o l’hai cercato di proposito?
In realtà è stato casuale: io in realtà avevo come obiettivo quello di non andare più all’università. Facevo Scienze Politiche a Pavia, una città che ancora adesso non so come è fatta, perché era solo nebbia. Dopo un anno non ne potevo più ed ero diventato grigio come le risaie di Pavia. Una mia amica mi ha proposto di andare a fare un provino alla scuola di recitazione a Genova, io ci ho ragionato venti-ventidue secondi e ho detto che ci avrei provato. Mi hanno preso e una volta finita la scuola ho iniziato a fare teatro perché era lo sbocco più naturale: ho fondato una compagnia con degli amici e abbiamo fatto uno spettacolo che abbiamo portato in giro. Dopo quello mi hanno preso per uno spettacolo a Roma abbastanza grosso, La macchina infernale di Jean Cocteau, mi sono trasferito e dopo aver visto lo spettacolo un’agenzia mi ha contattato. A quel punto è venuto naturale restare qua, anche perché dopo cinque anni di teatro ero curioso di vedere come funzionassero cinema e tv. Trasferendomi a Roma però ho azzerato tutti i miei contatti e ho dovuto ricominciare da capo: produzioni, registi, casting, tutti che si chiedevano chi fossi.

 

Davide Iacopini intervista

Davide Iacopini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

È stato in quell’occasione che hai chiamato “lavoro” il fatto di essere un attore?
È stato quando ho cominciato a divertirmi. Dall’università arrivo alla scuola di recitazione, dove mi impegnavo come un pazzo tutto il giorno fino alle sette, poi andavo a lavorare nei locali e finivo alle quattro. Dovessi farlo adesso, durerei tre giorni, poi sarei morto. Mi divertivo come un matto, ma ero ancora studente. Una volta finito la scuola ho continuato a recitare e sono arrivati anche i primi soldi, allora mi sono detto: “Fermi tutti: ma quindi questo è un lavoro! Devo fare qualsiasi cosa per continuare a farlo”.

 

Devi avere un grandissimo culo a trovare qualcosa che ti piace già a vent’anni, c’è gente che non lo trova mai. È un privilegio assurdo, anche se non diventi milionario, l’importante è vivere di quello che ti diverte. E il divertimento è una cosa che si ripete ogni volta, a meno di esperienze tremende.

 

In quei casi, durante quelle esperienze tremende, in che modo si riescono a bilanciare le proprie sensazioni e quelle che si devono trasmettere al pubblico?
Dipende da dove sta il problema. Se è con gli altri attori in scena, io cerco di salvarmi: la parte più interessante del mio lavoro sono le relazioni tra i personaggi, il modo in cui evolvono, per cui quando capisco che c’è una situazione critica, cerco di farmi il mio film in testa provando a spronare in questo modo chi mi circonda. Se invece è il regista che mi fa cagare, è un altro paio di maniche, perché diventa un qualsiasi ambiente lavorativo in cui non ti trovi bene con il capo e reagisci nello stesso modo, ovvero facendo squadra con i colleghi.

Quando guardi uno spettacolo o un film, cosa cerchi nell’interpretazione dei tuoi colleghi?
Per me si riduce tutto alle relazioni, poi uno può essere più o meno talentuoso, spiccare o meno rispetto agli altri, ma quando vedo un film o uno spettacolo, alla fine sono contento se mi è piaciuta la storia. Se la storia è bella e le relazioni sono credibili non mi interessa che un attore non sia De Niro, perché comunque mi intrattiene.

Ma quindi riesci comunque a goderti quello che vedi, senza focalizzarti sui dettagli più tecnici?
Senz’altro ho uno sguardo più da addetto ai lavori rispetto a chi non lavora in questo ambiente, però riesco a godermi eccome quello che vedo. Avevo più problemi qualche anno fa quando facevo i sottotitoli per SubsFactory e mi occupavo di tradurre e adattare.

Quindi eri uno degli eroi che regala i sottotitoli per le serie tv?
Era una fatica incredibile, anche perché, vista la concorrenza che c’è tra i vari siti di sottotitoli, cerchi sempre di farlo nel minor tempo possibile: ogni puntata te la dividi in quattro o cinque persone e poi un editor uniforma tutto. Non appena usciva la puntata, avevi tre ore per consegnare tutto. In quel periodo quindi mi fissavo sempre sulle traduzioni, mi lamentavo in continuazione degli adattamenti e mi facevo distrarre dalla visione.

E come ci sei arrivato ai sottotitoli?
Mi piace molto l’inglese e mi affascina molto l’adattamento. Mi rendevo conto che certe traduzioni non mi piacevano, allora ho provato a contattarli per capire quanto fosse difficile: ho fatto il test, mi hanno preso e ho capito che spesso certe cose non mi tornavano perché l’età media di chi fa le traduzioni è di 14 anni, quindi certe frasi fatte, certi modi di dire non li potevano cogliere.

 

Io mi sentivo lo zio, non ho mai detto la mia età, usavo come nome finto un personaggio dell’A-Team che nessuno di loro aveva come riferimento.

 

Che personaggio era?
Sberla, il più coglione di tutti. A scuola a Genova mi dicevano che assomigliavo a lui ed ero orgogliosissimo. Murdock sarebbe stato ancora meglio, ma anche Sberla va bene.

A proposito di inglese, hai già provato a recitare in produzioni internazionali?
Sto facendo parecchi provini soprattutto per l’Inghilterra, uno l’ho fatto anche oggi prima di venire qui. Non ho ancora avuto contatti veri e propri, anche perché io mi relaziono sempre attraverso la mia agenzia italiana, però si avverte una grande precisione da parte loro, ad esempio per i provini video, i self tape che ti registri da solo. Danno indicazioni precise su quello che vogliono vedere, non tanto dal punto di vista della recitazione, ma proprio di quello che viene ripreso: sfondo bianco, nessuna voce fuori campo… sono scientifici e credo faccia parte del fatto che avendo a disposizione un mercato mondiale sono più orientati al business, non lo fanno per la gloria o per l’arte come può succedere qui in Italia. Cercano di ottimizzare tutto e sono sicuri che tutti rispetteranno le richieste, perché chi non lo fa viene scartato a priori, non guardano proprio il provino, perché per loro vuol dire che non sei adatto a seguire un certo stile di lavoro.

Dopo qualche anno di esperienza, come affronti i provini?
Sono quasi dieci anni che sto a Roma, conosco quasi tutti i casting director e loro sanno quello che posso dare. C’è un rapporto più paritario, ma comunque il provino mette ansia: io ad esempio non mangio mai, anche se il provino è alle quattro del pomeriggio. Somatizzo così, mi si blocca lo stomaco. Da ragazzino arrivavo con la faccia come il culo e sparavo tutto subito, adesso mi piace lavorare con il casting director, capire cosa vuole, provare magari ad arrivarci da una strada che non si aspetta.

 

Però sei comunque sotto giudizio: è un po’ come aspettare i like sui social, speri sempre che quello che hai fatto piaccia tantissimo.

 

Pensando invece a quanto ti sei appassionato all’adattamento di un testo, il collegamento immediato è alla regia: non hai mai pensato di provarci?
Non mi è ancora venuta voglia, perché credo sia un lavoraccio tremendo. Un regista quando è sul set passa la giornata a rispondere a delle domande, dalle cose più importanti alle cazzate più clamorose e lui deve rispondere a tutti. A me questa cosa mette ansia, a fare il mio mi sono creato una tranquillità, sto bene nel mio giardinetto zen, con le mie righe, i miei sassetti. A teatro l’ho fatto, ma è una cosa completamente diversa.

 

Davide Iacopini intervista

Davide Iacopini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è per te il regista ideale? Quale approccio deve avere?
Il regista deve saper parlare con l’attore: o è un attore lui stesso e quindi parla la tua lingua, oppure deve trovare un modo per comunicare che sia produttivo. Ci sono registi che non sanno recitare, perché non devono saper recitare per forza, ma provano comunque a farti vedere come devi fare. Tu li guardi, non puoi dire niente, ma dentro di te pensi: “Ok, sta facendo questa schifezza e io devo tradurla in qualcosa di decente”. Poi ci sono registi che ti dicono quello che vorrebbero vedere, ma senza entrare nel dettaglio, restando più generici e dandoti una responsabilità: vuol dire che si fidano, sanno che sai fare il tuo lavoro e sei concentrato. Due che fanno così sono Daniele Vicari, con cui ho lavorato su Diaz, e Giuseppe Gagliardi, il regista di Non Uccidere.

Non Uccidere è una serie in cui si percepisce che c’era la volontà di fare qualcosa di diverso dal prodotto medio italiano: era così anche dall’interno?
C’era la sensazione che a livello qualitativo si stesse alzando l’asticella. In tante altre serie, i protagonisti di puntata vengono presi un po’ così, senza grossa attenzione: in Non Uccidere hanno preso tutta gente brava, come Tommaso Ragno o Alessandro Borghi. Il casting è il primo passo fondamentale, può farti anche il 50% del lavoro, infatti sia Gagliardi che Vicari fanno dei casting lunghissimi. Parlando sempre di Giuseppe Gagliardi, è uno che arriva sempre preparatissimo ed è molto bravo a scegliersi i collaboratori. Questo profuma già di qualità e ti motiva ancora di più a fare bene il tuo, perché arrivi sul set e ti rendi conto del livello: “Oh, qua devo lavorare davvero bene”.

Ci sono altri registi con cui vorresti lavorare?
Claudio Giovannesi, il regista di Alì ha gli occhi azzurri, di Fiore e di alcune puntate della seconda stagione di Gomorra. Lui per me è una bomba, tra quelli che stanno venendo fuori negli ultimi anni è a mani basse il più bravo.

Parlando di colleghi, chi sono i più bravi secondo te?
Della mia generazione ce ne sono un bel po’. Da poco ho lavorato con Luca Marinelli nel Principe Libero e lui è davvero una spanna sopra tutti, in pochi riescono a reggere il suo passo. Ha una consapevolezza del lavoro che ti aspetti da un attore cinquantenne consumato. Se stai sul set con lui capisci che ha un tipo di concentrazione on/off precisa, quando deve essere concentrato per lui non esiste nient’altro, c’è solo quello. Quando invece si cazzeggia, si rilassa.

 

Quando si sta sul set dieci ore, la cosa più difficile è saper risparmiare le energie, perché se l’inquadratura è stretta si vede tutto: se sei scazzato, annoiato, deconcentrato, se hai il mal di pancia. Si vede tutto.

 

Hai parlato di generazione, ti senti parte di un gruppo di attori?
C’è la sensazione di una leva che sta lavorando bene, ma forse è una cosa più produttiva, che nasce più a monte: ci sono storie migliori, si dà più spazio a registi giovani che a loro volta riescono a valorizzare meglio gli attori. Attori bravi ci sono e ci sono sempre stati, però ho la percezione che gli attori nella fascia tra i trenta e quaranta stiano crescendo davvero bene. Capisci la sfiga? Dovevo capitare proprio in questa generazione così piena di concorrenza…

 

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