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Non accetto l’impossibile

Sconfiggere la paura con la conoscenza: secondo Donatella Sciuto del Politecnico di Milano, tra le 50 donne italiane più influenti nella tecnologia

di Teresa Cardona e Federica Venni

Da ragazzina era un maschiaccio. L’avremmo trovata a giocare in una squadra di calcio femminile se non avesse iniziato, insieme a suo padre, a progettare strani marchingegni.

Così Donatella Sciuto, classe 1962, si laurea in ingegneria elettronica e dal 2010 diventa prorettore del Politecnico di Milano oltre a ricoprire, dal 2013, la carica di consigliere superiore alla Banca d’Italia.

Non se lo sarebbe mai immaginato ma oggi è una delle donne italiane più influenti nel campo delle tecnologie e dell’innovazione, anche se alla faccenda dà poco peso.

Hai ben poco dell’informatico come se lo immaginano i non addetti ai lavori: un po’ nerd e chiuso nel suo laboratorio
Ho sempre avuto un approccio molto aperto allo studio e al lavoro. Mentre i miei compagni di corso erano più concentrati a seguire quel professore o quell’altro, io volevo andare all’estero, avevo il desiderio di capire come si fanno le cose altrove, volevo scoprire qualcosa di diverso. Del resto ce l’ho nel sangue: sono nata da genitori di nazionalità diverse, mia mamma è francese e mio papà italiano e si sono incontrati a Bruxelles, quando lavoravano entrambi per la Commissione Europea. Perciò io ho frequentato la scuola europea e sono cresciuta in un ambiente multilinguistico e multiculturale.

 

Donatella Sciuto intervista

Donatella Sciuto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E l’Italia?
Mi sento più europea che italiana. Dopo ci siamo trasferiti in Italia ma quel tipo di educazione mi è rimasta e ha influenzato le tappe successive della mia vita, così, una volta laureata al Politecnico, sono andata negli Stati Uniti dopo aver vinto una borsa di studio all’Università del Colorado. Un giorno poi, su suggerimento del professore con cui avevo scritto la tesi, ho provato a partecipare a un concorso da ricercatore a Brescia, l’ho vinto e una volta terminato il dottorato negli Usa sono rientrata in Italia. Quando poi ho vinto anche quello per diventare professore associato sono stata richiamata a Milano, al Politecnico.

Lì hai iniziato una carriera straordinaria in un paese che non è esattamente a portata di donna…
Sì non è stato facile, anche a causa del divorzio. Ho cresciuto mia figlia praticamente da sola, con i sensi di colpa tipici delle madri che lavorano e che spesso devono viaggiare, passando molto tempo lontano da casa. Fortunatamente le tate e i nonni mi hanno aiutata tanto.

 

È veramente complicato conciliare vita privata e lavoro, però io ho sempre pensato che se parallelamente alla vita affettiva e familiare non avessi coltivato il mio percorso di carriera sarei stata una donna più infelice e questo si sarebbe riversato in maniera negativa su mia figlia.

 

Insomma, da un lato è vero che ho passato poco tempo con lei, ma dall’altro sono certa di averle trasmesso un modello di comportamento e di etica del lavoro che le servirà per tutta la vita. Ogni tanto mi preoccupo che mia figlia – che ha ventidue anni e studia Economia – per andare nella direzione opposta rispetto alla mia, decida di fare solo la mamma e la moglie.

Lo vedi come qualcosa di negativo?
Non ci sarebbe nulla di male, intendiamoci, però io credo che ciascuno di noi debba trovare la propria realizzazione prima di tutto in sé stesso, attraverso l’indipendenza intellettuale ed economica. Devi avere una tua identità prima ancora di riconoscerti in quella degli altri, e ciò non significa necessariamente diventare un manager d’azienda o arrivare ai vertici di una istituzione, ma semplicemente sentirsi realizzati nel proprio lavoro o in ciò che si fa. La separazione da mio marito non è stata una passeggiata, se non avessi avuto la mia solidità lavorativa non sarei riuscita a controbilanciare l’effetto di un matrimonio che finisce.

Il tuo essere, diciamo così, “cervellona” ti aiuta nella vita quotidiana?
Sì un po’ mi aiuta. In situazioni difficili, solitamente non mi faccio prendere dal panico, ma tendo a essere riflessiva. Razionalizzo, ecco.

 

Donatella Sciuto intervista

Donatella Sciuto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Essere donna, invece, ti serve in un mondo che è tendenzialmente maschile?
Essere donna nel mondo delle tecnologie non ha mai rappresentato un particolare svantaggio. Anche perché nel mondo della ricerca non ci sono differenze di sesso, per quanto riguarda il modo di lavorare. Sì, ci sono visioni diverse, ma questo dipende dalla propria esperienza e dal diverso intuito, nulla di più. Però c’è un campo in cui ho deciso di impegnare il mio essere donna, ed è quello delle pari opportunità: mi sono sempre molto dedicata al fronte della promozione del talento delle ragazze.

In che modo?
Come Politecnico facciamo tantissimo in questo senso, per esempio attraverso POP, Pari Opportunità Politecnico, una sorta di “contenitore” per la tutela e la valorizzazione delle diversità diviso in cinque macro-aree e una di queste è dedicata appunto al genere. Diamo supporto alle ragazze che vogliono intraprendere un percorso di studi qui e a quelle che già lavorano con noi, alle quali vogliamo offrire le stesse opportunità dei colleghi uomini.

 

Poi c’è una parte concentrata sul mondo Lgbt che punta soprattutto a creare collaborazioni con aziende inclusive, la nostra Università è l’unico ateneo di Milano che dà il patrocinio al Pride: un percorso che non è stato facile da far accettare a tutti, ma che ci rende molto orgogliosi.

 

È operativa anche una sezione che si prende cura delle disabilità, sia fisiche che mentali: in questi anni si è verificato un incremento di studenti che hanno bisogno di essere supportati psicologicamente, alcuni perché hanno problemi di studio o di metodo di studio, altri invece vittime della solitudine o della mancata integrazione. È attiva anche una sezione dedicata alla multiculturalità e alle diverse religioni, abbiamo seimila studenti stranieri che vengono da 180 Paesi diversi e puntiamo a creare una comunità all’interno della quale si sentano accolti e di cui si sentano parte integrante.

 

Iniziative diverse ma con uno scopo comune 
Sì, sono attività diverse ma complementari che vogliono offrire a tutti e indistintamente pari opportunità di studio e fare in modo che tutti possano conoscere davvero chi è diverso da loro: solo con la conoscenza si batte la diffidenza e la paura.

 

Lavoro a parte, cosa ti piace fare?
Mi piace leggere in francese e in inglese, e amo i romanzi, la storia e i gialli. Poi amo viaggiare, ma in un modo un po’ diverso dal solito: in bicicletta. Ho iniziato quando mia figlia era piccola e non ho più smesso, anche ora che lei ha deciso di andare per la sua strada. Ogni estate, con un gruppo di amici, si traccia un itinerario da percorrere sulle due ruote, ho sempre pensato fosse il modo migliore per vedere i posti, i paesaggi, per assaporare la cultura di un luogo.

Dove sei stata?
Lo scorso anno abbiamo pedalato tra Amsterdam e Bruxelles, prima ancora abbiamo fatto Parigi-Londra, Danimarca e sud della Svezia, Polonia e Lituania, Berlino – Copenhagen, Praga – Dresda e così via. Quest’anno la meta è Bretagna e Normandia.

 

Donatella Sciuto intervista

Donatella Sciuto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Torniamo agli altri interessi
Ne ho molti che coltivo da sola, come andare alle mostre d’arte e a teatro. C’è solo una cosa che non riesco a fare se non in compagnia ed è andare al cinema: da sola proprio non ci riesco, non so perché, è una sorta di blocco che non riesco a superare. E poi c’è lo sport, mio grande amore sin da piccola, che continua ad appassionarmi. Era la mia aspirazione da bambina. Se mi avessero chiesto “Cosa vuoi fare da grande?” avrei sicuramente risposto “La sportiva”.

Quindi diventare ingegnere non era la tua aspirazione?
Niente affatto. Fin da ragazzina mi sono sempre considerata una persona un po’ “diversa”. Ero un maschiaccio, mi piaceva giocare a calcio mentre non ho mai amato le bambole e non ho mai preso una lezione di danza. Ho vissuto questa diversità rispetto alla maggior parte delle mie coetanee sia come un vantaggio, che mi ha permesso con il tempo di diventare ciò che sono ora, sia come un disagio: ero molto timida e asociale. Perciò mai mi sarei immaginata di finire a fare un lavoro, quello del professore universitario, dove oltre all’aspetto di studio e ricerca c’è anche una parte in cui è necessario parlare in pubblico. Credo sia questa una delle più grandi contraddizioni della mia vita.

Quando hai capito che era la tua strada?
Ho scelto di studiare ingegneria durante l’ultimo anno di liceo, ma avrei potuto scegliere qualsiasi altra cosa. Non avevo una passione particolare, semplicemente mi piaceva l’idea di imparare come funzionano le “cose”.

 

Forse molto ha contribuito il fatto che mio padre fosse ingegnere e che con lui avevo imparato la manualità: spesso inventavamo oggetti, ricordo una volta che creammo una macchinetta che dava da mangiare al cane una volta al giorno quando andavamo in vacanza. Un po’ rudimentale, ma funzionava, avremmo potuto brevettarla!

 

Il primo anno di Ingegneria però è stato un mezzo disastro.

Perché?
Si studiava solo fisica e matematica, due materie che certo non invogliavano una come me che non aveva scelto quel percorso per passione. Poi, fortunatamente, ho conosciuto diversi ragazzi e ragazze con i quali ho iniziato a lavorare in laboratorio. Incontri, devo dire, che sono stati importanti per il percorso che poi ho intrapreso.

Recentemente sei stata riconosciuta da Microsoft tra le Inspiring Fifty italiane, ovvero le cinquanta donne più influenti nel mondo della tecnologia. Che valore ha per te?
Significa che anche le donne, non soltanto gli uomini, possono studiare le materie scientifiche e avere successo, facendo carriera. Mi piace molto questo fatto: dimostrare che si può fare. Non è per nulla scontato ed è esattamente il messaggio che cerco di trasmettere alle giovani studentesse o alle ricercatrici quando racconto la mia esperienza. Questo non significa che tutte debbano intraprendere questo percorso, ma è importante essere consapevoli di avere le stesse opportunità degli uomini anche in questo campo. Per il resto non mi considero e non mi sento influente, è un riconoscimento al quale, di per sé, non do peso.

 

 

Donatella Sciuto intervista

Donatella Sciuto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai mai pensato a un piano B?
Sì, mi è successo quando ero a Brescia come ricercatrice. Tra mille difficoltà pensai: “Se non vinco un concorso da professore vuol dire che non è il mio mestiere”. Così, per costruirmi un’alternativa, una volta tornata dagli Stati Uniti ho preso quei pochi risparmi che avevo messo da parte e mi sono iscritta alla SDA dell’Università Bocconi: ho frequentato i corsi serali per prendere un Master in Business Administration. Ho acquisito il titolo, ma nel frattempo ho vinto il concorso da associato, così il piano B non è mai stato realizzato. Però quella formazione, di tipo più manageriale, mi è servita quando sono stata scelta per il Consiglio Superiore della Banca d’Italia, carica che ricopro ancora oggi. Nella mia vita professionale, il mix di competenze tecniche e informatiche da un lato e manageriali dall’altro è sempre stato una ricetta vincente.

 

Cos’è per te l’innovazione?
Dal punto di vista tecnico, se pensiamo per esempio alla digitalizzazione, dovrebbe essere uno standard. Peccato che in Italia non sia ancora così. In generale, però, per me, l’innovazione è principalmente un atteggiamento. È la valorizzazione di tutto ciò che è impegno, ingegno, creatività, cultura. Farlo in maniera efficace ed efficiente sarebbe già di per sé un’innovazione.

 

L’Italia come è messa?
In Italia questo atteggiamento manca, o chi ce l’ha non sempre viene capito e assecondato. Io per esempio mi scontro quotidianamente con coloro che mi dicono: “Questo non si può fare perché si è sempre fatto in questo modo”. Ecco, io non accetto che – a meno che non ci siano leggi che lo impediscono – un qualcosa non si possa fare. C’è una sorta di resistenza all’innovazione nel nostro Paese. Credo che derivi tutto dalla diffidenza insita nel nostro modo di ragionare: si pensa sempre che la finalità dell’azione di qualcun altro sia quella di fregare qualcuno, così, ahinoi, non si va da nessuna parte. Mi auguro di cuore che anche qui si cambi atteggiamento e ci si ponga in maniera innovativa nei confronti delle opportunità che la vita ci offre.

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