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Essere Giorgio Gaber

Le strade di Milano, Jannacci, la politica, il teatro e quella volta con Mogol. Il “Signor G” nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza.

di Nicolò Barattini

Le strade di Milano, Jannacci, la politica, il teatro e quella volta con Mogol. Il “Signor G” nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza.

“Da diciotto fino a trent’anni, io ho fatto il lavoro del cantante. Poi mi sono stancato di accettare qualsiasi cosa, e ho detto basta. Questo lavoro qui, il mio lavoro, ci sono diversi modi di farlo. Ci sono quelli che lo fanno per un fortissimo bisogno di esibirsi, non solo sul palcoscenico, ma anche nella vita. Io non ce l’ho, questo bisogno. Io, spesso, preferisco stare zitto che parlare e mostrarmi. L’applauso? Ci mancherebbe che non mi piacesse…”.
La Repubblica, 6 novembre 1987.

 

“La mia generazione ha cominciato col jazz, avevamo tra i 16 e i 20 anni e ci trovavamo al Tecla con Tenco, Tomelleri e Jannacci. Certe stonature!”.
Chorus Anno I n. 5, giugno 1990.

 

“Tengo molto alla mia salute mentale, quindi tento di fare le cose che mi piacciono. Credo che ci siano due modi di porsi in questo tipo di lavoro: quello di fare le cose che ti piacciono e cercare di proporle, oppure quello di fare cose che piacciano al pubblico; quindi c’è questa specie di castrazione della propria libertà. Uno non se ne accorge ma così facendo diventa servo del pubblico. Molti lo fanno e non se ne accorgono neppure. Oppure altri se ne accorgono, ma non vogliono passare alla storia, vogliono passare alla cassa”.
Intervista a Blitz, novembre 1983.

“La strada è molto importante per me. Sono un vero cittadino come direbbe Céline. Da bambino giocavo a calcio, facevo il portiere e mi tuffavo sull’asfalto. La prima volta in un campetto, con tutta quell’erba ero quasi a disagio”.
Specchio, 21 aprile 2001.

“Quando portai a casa il primo disco tutti risero: sei proprio negato!”.
Corriere della Sera, 23 ottobre 1992.

 

Giorgio Gaber a Roma nel 1982 © Luciano Viti / LUZ

 

“Certe volte mi chiedo perché non me ne resto più tranquillo, perché non mi metto a scrivere cosette rasserenanti, magari gioiose. Poi mi guardo intorno, vedo che ci stiamo abituando tutti al grigiore, alla piattezza, alla rassegnazione, e mi accorgo che il mio compito, il mio lavoro, è quello di dire le cose che gli altri non dicono. Le cose che voi giornalisti non avete più il coraggio di scrivere”.
Giorgio Gaber. La canzone e il teatro, Il Saggiatore, Milano, 1982.

“La realtà è un uccello: quando tu la miri è già scappata via in un’altra direzione. Così noi rimaniamo lì in perenne ritardo e con il fucile sempre scarico”.
Corriere della Sera, settembre 1974.

“Una sera ricevo un biglietto da un signore giovane che mi invitava alla Ricordi per un’audizione. Quel signore intraprendente sui 25 anni si chiamava Mogol. Ma io non mi presentai all’appuntamento: credevo fosse uno scherzo. Il giorno dell’appuntamento ricevo una telefonata allarmata in cui mi si dice che il dottor Ricordi in persona mi sta aspettando. Mi scuso, mi precipito, faccio il provino e subito Nanni Ricordi, che era un po’ il talent scout oltre che il direttore artistico della casa discografica, mi propone di incidere un disco. Io non avevo molta stima di me come cantante, ma accettai”.
L’Unità, Cabaret n. 4, 1996.

“Io nel ’68 ero già vecchio, sono sempre stato vecchio: a 23 anni mi cacciarono da una casa discografica per raggiunti limiti d’età”.
L’Espresso, 13 novembre 1988.

 

[Parlando di elezioni] “Dopo decenni di astensione, ci sono tornato in aprile, per dire “Sì” ai referendum. E proprio come succede al protagonista di una mia vecchia canzone, Le elezioni, non ho resistito: ho rubato la matita. Poi sono scappato”.
Epoca, 5 ottobre 1993.

 

“Spunta Sandro Luporini. Negli anni ‘60, lui era un mio vicino di casa. Faceva il pittore. Volava con la testa più in alto di me. Quando guardavo i suoi quadri, mi sentivo davvero un ragioniere. La prima canzone scritta a quattro mani è stata Barbera e champagne, poi altre dieci, venti, cento, fino a Io se fossi Dio. Ci siamo amati, odiati e scontrati sulle Brigate Rosse: ma quasi sposati nell’umanità del dialetto milanese”.
Il Messaggero, 30 marzo 2002.

“Io detesto l’ecologia. Odio il sedano, diffido del cespuglio e dei cibi genuini. Sono un animale urbano, io. Adoro il cemento e i surgelati. L’inquinamento comincia dentro di noi, nelle teste della gente”.
Corriere della Sera, 1 marzo 1993.

“Credo che oggi non ci sia più la rabbia che risolve. Perché quella l’abbiamo vissuta in altri periodi e comunque non ha risolto niente. È stata solo uno sfogo. Ma se non ha al suo interno, non dico un’ipotesi di cambiamento, ma una grande fiducia in un possibile cambiamento, questa rabbia che tu esprimi diventa un po’ patetica, perché diventa il lamento dell’impotente”.
Blu – Il mensile di spettacolo e cultura italiana, 1992.

 

Giorgio Gaber a Roma nel 1982 © Luciano Viti / LUZ

 

“Forse una mia ambizione è scrivere un Vangelo apocrifo e dire che l’ho trovato. Vorrei avere il coraggio di scrivere dei comandamenti nuovi, ecco”.
Il Messaggero, 29 ottobre 1983.

“Prima c’era il problema di trovare i soldi per comprare un paio di scarpe, oggi c’è quello della scelta fra dieci paia. Ho assistito a un cambiamento reale della vita delle persone, delle aspirazioni, dei desideri. Oggi credo che siamo di fronte a un’escrescenza, a sistemi che si sviluppano in maniera autonoma: le cose gonfiandosi in maniera gigantesca giungono a perdere di senso. […] La mia azione non è nient’altro che un tentativo di portare le mie scoperte emotive o anche teoriche sul palcoscenico”.
Nuovi Tempi n. 6, 31 marzo 1985.

“A me sembra d’avere fatto sempre lo stesso mestiere, e più o meno lo stesso discorso. O meglio, di aver cercato sempre il senso che hanno o che prendono le cose quando sono in rapporto diretto con l’uomo, con la donna. Cose concrete. Anche l’amore è una cosa concreta, ogni tipo d’amore”.
Il Giorno, 27 ottobre 1999.

“Divento sempre più un orso. Mi isolo. Sono peggiorato. Ma mai come il mondo. Il mondo pieno di casini, ma piatto e sporco. La gente è meno bella da vedere. È difficile trovare le idee. È anche difficile trovare dei motivi per cantare. Anche il linguaggio si è deteriorato, è diventato più generico […]. Mi sembra che abbia preso la strada all’inverso. La mia speranza è che qualcuno riesca a convincere gli altri che basta, bisognerà cambiare cammino. Che la testa della gente possa cambiare. Ogni volta che vado in scena mi carico per avere fiducia nello spettatore, proprio con la speranza che la testa della gente possa cambiare”.
Il Giorno, 27 ottobre 1999.

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