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L’occasione perduta

Effimero, superficiale, a tratti irritante: in “Chiara Ferragni – Unposted” si salva solo Fedez, tra l’altro involontariamente.

di Cristian Micheletti

È il 3 settembre 2019, sono le 14.30 e alla Mostra del Cinema di Venezia nella sala Casinò c’è la prima proiezione pubblica di Chiara Ferragni – Unposted, il documentario che promette di svelare i retroscena della vita da favola della influencer cremonese. Arriverà nei cinema da martedì 17 a giovedì 19 settembre 2019.

Tra i 147 posti a sedere dedicati ad addetti ai lavori, la stragrande maggioranza è occupata dall’industry cinematografica. Gli accreditati della stampa sono poco meno di una ventina, mentre almeno un altro centinaio di giornalisti è costretto a rimanere fuori a causa della ristretta disponibilità di posti (niente di grave, nessuna lesione alla libertà di stampa: si rifaranno tranquillamente nelle proiezioni successive).

I titoli di coda segnano un momento nuovo alla Mostra del Cinema: dalla platea non parte nemmeno un applauso. Persino lo sparuto gruppetto di fan a centro sala – gruppetto che aveva sottolineato con risate fragorose ogni momento minimamente leggero della narrazione – non se la sente di lasciarsi andare in un battimani liberatorio.

 

Nessuna proiezione a cui abbia assistito al Lido aveva fatto segnare una così piena assenza di reazioni da parte del pubblico.

 

È proprio qui che sta il vero limite di Chiara Ferragni – Unposted: è un’occasione mancata persino per i suoi stessi fan. Tutti o quasi conoscono infatti la storia dell’imprenditrice digitale nella moda – come giustamente lei stessa si definisce nel documentario – passata in brevissimo tempo da studentessa appassionata di stile contemporaneo a protagonista del mondo fashion internazionale.

Pochi hanno invece l’idea di come sia riuscita in questa straordinaria impresa (la sua industry, come ci ricorda a più riprese nel documentario, fattura oltre 40 milioni di euro l’anno), quali siano stati i passaggi fondamentali, quali gli incontri decisivi, i momenti di svolta, i passaggi a vuoto nella sua breve quanto rapidissima carriera.

 

ferragni unposted recensione © Luca Carlino / LUZ

Chiara Ferragni con Fedez alla Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2019 © Luca Carlino / LUZ

 

E nemmeno cosa significhi essere al centro dell’attenzione ventiquattro ore al giorno, come si possa passare dall’ingenuità di una delle tante ragazze sognatrici di provincia alla pressione inarrestabile a cui è sottoposto chi ha raggiunto la fama. E ancora, come la vivano i suoi fan, cosa significhi essere ossessionati da una figura come lei, quali sacrifici si auto impongano per starle vicino e perché proprio lei e non altre?

E come è possibile restare a galla in un’industria come quella fashion tra le più conservatrici e nepotistiche di sempre ma che, più di altre, è stata obbligata in pochissimo tempo a rivoluzionarsi per rimanere in vita e poter rispondere alle esigenze del mondo digitale. E quali sono le conseguenze, se ci sono, sulle giovani generazioni esposte a questo mondo smartphone-centrico 24 ore al giorno?

 

Chiara Ferragni – Unposted non risponde a nessuna di queste domande. E il peccato originale è che ciò si verifichi al di là se ci piaccia o meno il personaggio, se ci interessi o meno il mondo della moda, se ci capiamo o meno di digital advertising. Si tratta di un racconto superficiale, che non rivela nulla di nuovo rispetto a ciò che possiamo facilmente ricavare sfogliando una rivista di costume o la pagina Instagram personale.

 

Si tratta di una narrazione per larghi tratti pilotata che consiste nel mettere in fila una serie di interviste a personaggi del mondo della moda che hanno toccato con mano la crescita del fenomeno Ferragni (direttori creativi di brand di abbigliamento di lusso, editor in chief di riviste di moda, protagonisti delle passerelle, modelle, star internazionali e collaboratori della stessa Ferragni oltre ovviamente al marito Fedez), intervallata da qualche filmato d’epoca ripreso dalla madre quando la ragazza era ancora una bambina e da momenti di scripted reality in cui i protagonisti fingono di mettere in scena dei momenti di vita vera seguendo un copione recitato dai personaggi comprimari, spesso balbettanti. 

 

Il tutto per ribadire, sottolineare, scolpire nel marmo un solo singolo concetto, ripetuto allo sfinimento con parole diverse da tutti i protagonisti: Chiara si merita tutto quello che ha ottenuto.

 

Ed è oggettivamente difficile confutare questa tesi, perché Chiara Ferragni è un esempio virtuoso di come si possa fare impresa partendo dal basso in un’industria molto difficile e competitiva come quella della moda. Le risatine ironiche, il sarcasmo e la presunta superiorità che le vengono da sempre riservati non hanno infatti ragione di esistere: se fosse facile essere Chiara Ferragni, non staremmo nemmeno qui a parlarne.

 

ferragni unposted recensione © Luca Carlino / LUZ

Chiara Ferragni alla Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2019 © Luca Carlino / LUZ

 

Proprio questo però si rivela un altro lato debole del documentario che abdica totalmente alla ricerca di una diversa prospettiva del reale, per ammorbare lo spettatore con una pedissequa ripetizione del mantra ferragniano della self made woman, che suona più come una giustificazione non richiesta che come una effettiva rivendicazione del proprio status.

Pare che la volontà primaria della regista quindi non sia stata tanto quella di cercare di svelare un’inedita Ferragni quanto di ricordare a tutti che nulla le è stato regalato, come se possa essere davvero quest’ultima finalità promozionale la primaria preoccupazione di una cineasta e non invece la ricerca di una delle tante possibili sfaccettature della verità. Ma ci sono almeno altre due grandi occasioni mancate nel film.

La prima è strutturale: Chiara Ferragni – Unposted è un prodotto narrativo cinematografico privo di qualsivoglia tipo di conflitto. Se si escludono infatti gli ultimi 10’ in cui la protagonista svela in lacrime tutti i suoi più grandi timori, non c’è alcun momento in cui la tensione narrativa faccia anche solo presagire l’esistenza di un ostacolo.

 

Per Chiara tutto è in discesa, la vita è serena, il lavoro è gratificante, il rapporto con Fedez è saldo, i suoi collaboratori sono devoti ed efficienti come pretoriani, come guardie svizzere, come giannizzeri. O come minion.

 

È vero, in questo panorama idilliaco qua e là si addensa qualche nube, rappresentata dal ruolo del suo ex fidanzato Riccardo nella costruzione della sua fortunata carriera e dal dolore provato per la separazione dei genitori. Ma si tratta delle nubi dei temporali estivi, brandelli confusi, slegati dal resto del racconto.

Il fatto è che nessuno dubita che la sua vita sia effettivamente un susseguirsi di emozioni positive: ma allora, perché affidare il suo racconto a un film, che per definizione si basa su un conflitto, concreto o possibile che sia?

 

ferragni unposted recensione © Luca Carlino / LUZ

Chiara Ferragni alla Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2019 © Luca Carlino / LUZ

 

La seconda è narrativa: in mezzo a questo avvicendarsi di interviste ossequiose dei protagonisti della moda spuntano due testimonianze che squarciano il cielo per acume, che però vengono lasciate cadere senza approfondirle come meriterebbero.

Quando un’elegantissima Diane Von Fürstenberg confessa che la Ferragni voleva “Avere la vita di un uomo in un corpo di donna” o quando l’artista Francesco Vezzoli paragona in qualche modo la giovane cremonese a Marina Abramović, tutti quanti in sala avremmo desiderato saperne di più.

Indagare più a fondo, coinvolgere sociologi, storici dell’arte, esperti di comunicazione per approfondire queste lacerazioni del racconto. Richieste inascoltate.

 

In questo confuso scenario emerge un antieroe involontario: Fedez. Il rapper rozzanese appare l’unico interprete genuino e capace di improvvisazione, seppur inserito in un frame di racconto standardizzato.

 

Le sue incursioni, come quella a casa di Paris Hilton quando chiede ai cani della ricca ereditiera americana se paghino l’ICI dell’immensa cuccia-appartamento nella quale vivono, o durante i preparativi del matrimonio, quando si intestardisce nel volere che venga suonato un brano di De André. O ancora quando passeggia con il neonato Leone per le vie di Los Angeles fantasticando su un possibile anno sabbatico.

 

Sono momenti genuini e freschi, di cui il racconto aveva davvero bisogno.

 

Dal punto di vista meramente tecnico infine, la regia di Elisa Amoruso è scolastica per non dire banale, spesso inesistente se non a tratti macchiata da scelte tecniche e di montaggio francamente discutibili, senza osare nessuna inquadratura degna di essere ricordata anche solo per l’equilibrio del fotogramma, per la messa in scena o per la luce. La Amoruso, che pure nel 2014 aveva avuto modo di farsi notare con il tutt’altro che banale Fuoristrada, si limita a fare il compitino, non sappiamo quanto consigliata dalla sua vena artistica – facile intuire: poco – e quanto dalla produzione del film.

 

ferragni unposted recensione © Luca Carlino / LUZ

Chiara Ferragni con Fedez alla Mostra del Cinema di Venezia, settembre 2019 © Luca Carlino / LUZ

 

Tirando le somme Chiara Ferragni – Unposted si rivela un prodotto effimero, superficiale e spesso irritante per come tratta il pubblico, che per tutta la proiezione si aspetta da un momento all’altro un twist narrativo che non arriva mai.

Ed è un vero peccato che invece non ci sia stato il coraggio di affrontare una tematica complessa e interessante come quella della vita della più nota imprenditrice digitale italiana con un approccio rigorosamente cinematografico e con un occhio attento e curioso su ciò che la rivoluzione dei social network ha portato nel mondo della moda e del costume sociale, da una parte all’altra dello specchio.

D’altronde il titolo avrebbe dovuto metterci sul chi va là: Unposted, per come lo intendevamo noi, suggeriva l’intenzione di mostrare ciò che non si può postare su Instagram. In realtà si tratta solo di ciò che avrebbe potuto tranquillamente occupare la timeline social della Ferragni, ma che è stato ritenuto troppo banale anche per quella.

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