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Storia di un Avvocato

Abbiamo visto il documentario HBO sulla vita di Gianni Agnelli: tra donne, soldi, motori, industria e politica, la storia della “dolce vita” al potere. E della vanità di un uomo che “Adorava che tutti l’adorassero”

di Antonio Calabrò

Abbiamo visto il documentario HBO sulla vita di Gianni Agnelli: tra donne, soldi, motori, industria e politica, la storia della “dolce vita” al potere. E della vanità di un uomo che “Adorava che tutti l’adorassero”

Le donne, i soldi, i motori, la velocità sino ai confini della frenesia. Le mondanità. La Juventus e la Ferrari. L’industria. La politica. La “dolce vita” e il potere. La vanità di chi “Adorava che tutti l’adorassero”. I vezzi di moda – l’orologio sopra il polsino della camicia, per ricordarne il più noto – e lo stile imitatissimo, da “uomo di idee e simbolo del Rinascimento italiano”. I tempi d’oro e i tempi duri.

C’è tutto un grande rimescolamento di emozioni e passioni, storia e cronache da jet set nel documentario HBO su Gianni Agnelli diretto da Nick Hooker, presentato nello scorso settembre alla Mostra del Cinema di Venezia e in programma domenica 21 gennaio su Sky Atlantic. Era “un uomo aristotelico”, dice dell’Avvocato l’architetto Paolo Pejrone, esperto del paesaggio, amico di famiglia e progettista dei fantastici giardini delle case Agnelli – ma il documentario lo definisce sbrigativamente “the gardener”: “Il bello e il buono facevano parte dello stesso pacchetto”.

Il giudizio di Pejrone è centrato. Perché Gianni Agnelli è stato molti personaggi diversi: un grandissimo imprenditore e un “divino mondano”, per usare il brillante titolo d’un bel romanzo di Ottiero Ottieri, un personaggio di straordinario fascino e un uomo delle istituzioni.

Don’t forget you are an Agnelli”, diceva la baby sitter Mrs. Parker a Gianni bambino e alla numerosa tribù degli altri sei fratelli e sorelle “vestiti alla marinara”, una pagina che non poteva certo mancare, ben sottolineata, nel documentario americano. Ecco, appunto: gli Agnelli come dinastia. Una sorta di sostituzione, anche a livello dell’immaginario popolare, di quella casata reale che l’Italia dalla guerra in poi ha messo ai margini della propria storia, per la scarsa dignità pubblica: meglio il mito Agnelli che le ombre Savoia.

Il documentario americano ha un tono agiografico, con un’inclinazione ai fasti e ai luccichii e, forse, con un sovraccarico d’attenzione ai “love gossip” e a tutto l’intreccio di frequentazioni con scrittori e stilisti, attrici e armatori internazionali, pittori e marinai, playboy e nobildonne. Anche se non si trascura di ricordare le pagine difficili della famiglia Agnelli, della Fiat e dell’Italia nel suo complesso.

Guardando questo documentario, viene in mente il monito di Cesare Pavese, inquieto scrittore torinese con la passione per l’America: “Non fate troppi pettegolezzi”. Era un biglietto di resa in una notte d’agosto, quello, scritto in una stanza d’albergo, adatta a un suicidio. Ma la frase è opportuna, proprio per fare fronte a controverse, complesse pagine di storia. Leggerezza non è pettegolezzo, come ha insegnato un altro grande letterato d’impronta torinese, Italo Calvino, nelle sue Lezioni americane. Ma forse il documentario cinematografico e la Tv che si pretendono popolari ritengono di dover privilegiare l’occhiolino al gossip.

In ogni caso, guardare con attenzione il film di Hooker, comunque interessante, è utile anche per capire con che occhi continua a guardarci una parte dell’opinione pubblica Usa: come un Paese eccentrico, frivolo, bizzarro, pieno di tipi inusuali.

 

Una colonia abitata più da ricchi signori eccentrici e in fondo malinconici che da veri capi d’azienda, da tipi da spiaggia, ancorché eleganti. Roba da divertenti frequentazioni, in tempi superficiali in cui una battuta brillante è tutto.

 

Altro che non fare pettegolezzi.

Eppure la storia è una cosa seria, pure se spesso complicata e un po’ noiosa. E dunque, tra documentario Tv e ampia bibliografia documentata e attendibile, va ben ricostruita e ricordata. Anche per quel che riguarda l’Avvocato e gli Agnelli. Una storia italiana.

Per capire meglio e aiutarci a guardare il documentario senza cadere preda dei tanti luoghi comuni sull’Italia, non manca naturalmente un riferimento a Il Gattopardo, con quell’abusato e mal citato “cambiare tutto per non cambiare nulla” possiamo partire da una frase storica: “Siamo appena all’alba di un grandioso movimento di capitali, di masse, di lavoro. Mi sbaglierò, ma l’automobile segnerà l’inizio di un rinnovamento sociale, dalle fondamenta”. È il 1901, l’esordio del nuovo secolo. E Giovanni Agnelli – la frase è sua – ha lasciato da poco l’azienda agricola di famiglia a Villar Perosa e il reggimento di cavalleria di cui è ufficiale, per provare a fare il mestiere che sente più congeniale: l’industriale meccanico, il costruttore di auto.

La Fiat (Fabbrica Italiana Automobili Torinesi) è appena stata costituita, nel 1899, quasi una neonata, in un panorama imprenditoriale ricco di iniziative. E già Agnelli guarda lontano, in polemica con i suoi stessi soci – aristocratici intraprendenti e finanzieri borghesi – sul destino dell’auto: non un prodotto di nicchia per ricchi eccentrici, ma un veicolo per la motorizzazione di massa, secondo l’esempio che viene dagli Usa, da Henry Ford. Tenace, raggiungerà l’obiettivo negli anni ’30, con la Balilla e la Topolino, celebrate perfino dalle canzonette dell’epoca.

Mio nonno aveva una passione per il progresso, quasi un’ossessione“, dirà molti anni dopo Gianni Agnelli, rievocando con Enzo Biagi, in una famosa e bella serie di interviste Rai sulle “grandi famiglie”, la figura del fondatore della Fiat. Ed è proprio quell’ossessione a permettergli di cogliere in pieno la portata della rivoluzione dell’auto e definire, da protagonista, il nuovo volto del capitalismo industriale, la complessità della modernizzazione che si va affermando. In Italia. E all’estero.

 

Gianni Agnelli a Milano nel 1992. © Leonardo Cendamo / LUZ gianni agnelli documentario

Gianni Agnelli a Milano nel 1992. © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Saranno sempre internazionali, d’altronde, gli Agnelli: dalla passione di Giovanni per Ford alle amicizie che Gianni ha sempre amato coltivare per i Kennedy e per Henry Kissinger, sino alle relazioni d’affari negli Usa e in Francia, in Spagna e in Russia, agli incontri con Michail Gorbačëv nella stagione intensa e purtroppo incompiuta del tentativo di rinnovamento sovietico, agli investimenti in Sud America e nel Far East, agli stretti legami di Umberto Agnelli con i circoli finanziari e culturali di Parigi e di Tokyo. Ma di tutto questo nel documentario c’è poco.

Si preferiscono ricordare le gite in barca, le corse spericolate in auto sulle strade tortuose della Costa Azzurra, la relazione amorosa con Pamela Harriman, figlia d’un ambasciatore americano ed ex nuora di Winston Churchill, che apre a Gianni le porte di circoli diplomatici e mondani come si suol dire “esclusivi”.

Restiamo ai tempi delle radici. Sembrerà strano, ma gli uomini che capiscono meglio di tanti altri il senso profondo di ciò che Giovanni Agnelli sta facendo nei primi decenni del Novecento sono due giovani intellettuali di sinistra, di grande statura politica: Antonio Gramsci e Piero Gobetti. Torinesi anche loro e, ognuno a suo modo, sensibilissimi alle innovazioni.

Gramsci, iI fondatore del Pci, definisce Agnelli come “un eroe del capitalismo moderno, il più audace e tenace dei capitani d’industria italiani” e ammette una vera “ammirazione” per imprenditori che “sono i dominatori della nostra epoca”. Insomma, “Agnelli fonda degli stabilimenti e necessariamente gli operai divengono socialisti” e poi, a un certo punto, “la borghesia sarà incapace di contenere le forze economiche da essa suscitate e accadrà quel che deve accadere”.

La Storia dimostrerà che la previsione di Gramsci sull’inevitabilità del socialismo era sbagliata e le cronache dei nostri tempi documenteranno che il PCI non c’è più e la Fiat invece sì, pur se investita da una difficile crisi e poi diventata Fca, dopo aver assorbito la Chrysler; sempre più internazionale e americana e sempre meno italiana, con grandi applausi dei mercati finanziari che continuano a fare crescere il valore dei titoli azionari del gruppo.

Resta attuale, comunque, la valutazione sull’energia trasformatrice degli imprenditori. Proprio quella che sottolinea il liberale Gobetti: “Si avverte in Agnelli, sotto l’istinto del despota, la tempra del costruttore”, non l’incarnazione del “plutocrate”, ma piuttosto “lo spirito della moderna democrazia industriale, nutrita di finanza e di politicantismo, malata di demagogia tribunizia, ma fatalmente suscitatrice di correnti popolari, di vigorosi entusiasmi autonomi, di senso del sacrificio e di volontà di libertà”.

Raccontare la storia degli Agnelli e della Fiat, dal Senatore all’Avvocato, sino ai giorni della breve successione di Umberto e dell’ultima generazione guidata da John Elkann, con tutta la trasformazione manageriale nelle mani di Sergio Marchionne – un uomo scelto da Umberto, in punto di morte, per salvaguardare la sostanza dell’azionariato familiare e avviare comunque il gruppo automobilistico verso un più sicuro futuro – significa ricostruire il percorso dell’identità nazionale.

 

Agnelli, appunto, come “una storia italiana”. Di queste radici e di questi aspetti, nel documentario, c’è poco. Ma quel che c’è, è di grande interesse.

 

Le testimonianze attuali di Gianluigi Gabelli, collaboratore strettissimo e amico dell’Avvocato, di Cesare Romiti, di Diego Novelli, ex sindaco comunista di Torino, che ricorda “Agnelli era colto, intelligente, brillante. E una persona civile”. Per saperne di più, ci si può affidare a una vasta letteratura, sulle profonde ambivalenze del carattere italiano, le fortissime spinte e controspinte al cambiamento, il valore dell’industria come motore di trasformazione sociale e di innovazione (anche nel ruolo di ascensore sociale, di opportunità per miglioramenti di condizione e di reddito) e, contemporaneamente, la forza di una diffusa cultura anti-impresa e anti-mercato. Una devastante dialettica.

Un esempio significativo? Lo si può ritrovare già nella stagione del Ventennio fascista e poi in tanti altri avvenimenti dei settant’anni dell’Italia repubblicana. Giovanni Agnelli, nominato senatore del Regno, non ama affatto Mussolini. E il Duce ricambia una simile diffidenza, sino all’evidente scortesia: Gianni Agnelli racconterà che Mussolini, nel maggio 1939, si presentò all’inaugurazione di Mirafiori, il nuovo monumentale stabilimento Fiat, a bordo di un’Alfa Romeo, l’accesa concorrente. Ciò non toglie che i rapporti tra la Fiat e il regime siano costanti e corposi.

Anche se la Fiat, considerata dal senatore Agnelli come governativa per definizione, al pari di ogni grande impresa nei confronti di ogni Governo, non si appiattisce mai sul fascismo, rivendicando anzi una certa diversità; d’altronde, come precettore del prediletto nipote Gianni, il Senatore sceglie un grande intellettuale liberale antifascista come Franco Antonicelli. E Gianni Agnelli, ripercorrendo i ricordi del nonno, sottolineerà la diffidenza fascista nei confronti degli operai torinesi descritti come “dei fichi: neri fuori ma rossi dentro”. Fascisti per forma e comunisti nell’animo e nella preferenza politica.

Non sono certo teneri con i “rossi” né il Senatore né il suo manager più fedele, Vittorio Valletta. Ma con i partigiani trattano, durante la Resistenza, aiutandoli molto anche finanziariamente. Questo non impedisce che, subito dopo la Liberazione, il vecchio Senatore sia tenuto fuori dall’azienda, accusato di collaborazionismo. Il suo umore ne risente profondamente, sino alla morte, nel dicembre ’45, seguita da un funerale malinconico e solitario: “Eravamo appena poche decine”, ricorderà Gianni.

Ma Valletta viene riabilitato rapidamente e rimesso, con il pieno accordo dei comunisti di Palmiro Togliatti, al vertice della Fiat. Attualizzando subito il testamento spirituale del Senatore: “Crescere”. E avviando una lunga stagione di successi dell’impresa dell’auto, siglata da conquiste di mercato e dal sempre più rilevante peso dell’azienda sullo sviluppo italiano, sulla modernizzazione del Paese attraverso la diffusione dei consumi nella stagione del boom economico: la televisione, gli elettrodomestici e, appunto, l’auto.

Valletta impera. A Gianni Agnelli, ricorda il documentario di Hooker, ha dato via libera per andare in giro per il mondo, fare esperienze, divertirsi: “Have a good time”. Ma la sua epoca finisce nel 1966. Subito dopo un paio di storiche visite a Torino. Quella del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a Mirafiori, proprio in quel ‘66, guidato da Valletta e da Gianni (che si prepara di lì a poco a prendere in mano l’azienda) verso il palco, per un discorso applaudito da più di quarantamila operai. E quella del presidente dell’Urss Nikolaj Podgornyj, con gli operai e i sindacalisti Cgil della Fiat – racconterà Giulio Andreotti, all’epoca ministro dell’Industria – da un lato contenti per la presenza in fabbrica del presidente comunista, dall’altro in imbarazzo per le parole d’elogio che Podgornyj rivolge proprio al professor Valletta, fiero avversario del sindacato e del Pci.

Gli anni ’50 e i primi anni ’60 sono tempi formidabili di impetuosa crescita e di radicali trasformazioni sociali, segnati dalla motorizzazione di massa, con la 600, utilitaria per le famiglie, e con la 500, adatta soprattutto alle nuove generazioni, un’icona della modernità italiana, l’auto delle gite giovanili ma anche l’alcova per un paio di generazioni, nella diffusa versione con i sedili ribaltabili. “Eravate consapevoli di questo possibile uso?”, chiederà maliziosamente qualcuno all’Avvocato. E lui risponderà senza dire parola, con il lampo d’uno sguardo e un ironico sorriso.

Non si tratta, comunque, di una modernizzazione semplice. Arriva il benessere, certo. Ma non mancano difficoltà, tensioni, problemi. Maturi ed evidenti fin dalla seconda meta degli anni ’60, quando il rinnovamento e le riforme promesse dall’alleanza governativa di centro-sinistra tra Dc, socialisti, socialdemocratici e repubblicani – sostenuta dal quotidiano La Stampa e apprezzata dalla Fiat, anche se in sostanziale solitudine rispetto al resto dell’imprenditoria privata – si scontrano con resistenze conservatrici e interessi di categorie, corporazioni, centri di potere.

 

Gianni Agnelli a Milano nel 1992. © Leonardo Cendamo / LUZ gianni agnelli documentario

Gianni Agnelli a Milano nel 1992. © Leonardo Cendamo / LUZ

 

L’Italia si rinnova meno di quel che dovrebbe fare un grande Paese industriale, una moderna democrazia. E subisce dunque le conseguenze di un periodo di pesanti turbolenze, d’incertezze e di tensioni. Un po’ in tutta la nazione. Torino ne è termometro sensibilissimo, segnata dalla crescita della metropoli, dai conflitti sociali sino agli anni cupi del terrorismo, dalla crisi dell’azienda leader, in uno scenario internazionale che, dopo la guerra del Kippur e il clamoroso rialzo dei prezzi del petrolio e di altre materie prime, modifica radicalmente contesti competitivi e modelli di consumo.

Nel documentario diretto da Hooker ce ne sono rilevanti testimonianze. Le proteste sindacali. Le violenze del terrorismo, sino all’assassinio del leader Dc Aldo Moro, nella primavera ‘78, per mano delle Br. E le pistole dei brigatisti che colpiscono anche uomini di vertici della Fiat; emozionante, il ricordo di Carlo Ghiglieno, “persona dolcissima e mite ammazzato per strada come un cane”. La presidenza dell’Avvocato in Confindustria, nel 1974, per assumere direttamente la responsabilità di guidare l’organizzazione degli imprenditori negli anni più carichi di tensioni. Il patto Agnelli-Lama sulla scala mobile, per cercare di raffreddare, attraverso migliori salari, le oramai drammatiche tensioni sociali.

C’è un passaggio, particolarmente rilevante: quello del giudizio dell’Avvocato sui comunisti e sul loro segretario Enrico Berlinguer: “Sono sicuro della loro volontà di autonomia da Mosca, non sono sicuro della possibilità che lo siano davvero, una volta al governo”. Cauta, prudente, consapevole apertura. Un giudizio possibilista che Agnelli condivide con un politico con cui è in sintonia e di cui ha stima, il segretario del Partito Repubblicano Ugo La Malfa.

Passano, per fortuna, i tempi peggiori. La Fiat, per salvarsi ed evitare la nazionalizzazione, com’era successo anni prima all’Alfa Romeo, finita all’Iri, negozia l’ingresso nell’azionariato di capitali libici, nonostante l’ostracismo di tutta la comunità democratica occidentale verso il regime del colonnello Gheddafi – “Non fu una buona idea”, sentenzia Henry Kissinger, pur amico dell’Avvocato. Stringe rapporti con Mediobanca guidata da Enrico Cuccia, che consiglia di affidare la gestione del gruppo a un uomo determinato e capace, Cesare Romiti. Prova a tenere le redini della produzione e del mercato.

La ripresa arriva connotata dalla “marcia dei quarantamila” quadri e dirigenti Fiat, nell’autunno 1980, dopo le violenze in fabbrica e le vessazioni dell’estremismo operaio. Nuovi modelli – con il successo della Uno – nuova potenza. Sono gli impetuosi anni ’80, tempi di ricchezza, disinvoltura, consumi vistosi, svolte. Si va verso la contemporaneità.

È la Fiat brillante dell’Avvocato, dunque. Tra successi e tempeste. Romiti lo ricorda come “il punto di riferimento dell’imprenditoria italiana”.

 

Eugenio Scalfari, che gli fu amico pur tra tante polemiche economiche e giornalistiche, lo definisce come “un monarca anche per l’impresa”, meglio ancora, come “il re dell’Italia repubblicana”.

 

Un protagonista, comunque, non solo dell’economia e della finanza – grazie ai rapporti strettissimi ma mai semplici con la Mediobanca di Enrico Cuccia – ma anche della politica, della cultura, dello sport. Un uomo con un senso profondo delle istituzioni, in ogni caso. Riconosciuto dalla nomina a senatore a vita, nel 1991.

Non mancano, nel tempo, le ombre dei drammi familiari. La morte, nel dicembre 1997, di Giovanni Alberto, Giovannino, il figlio di Umberto, l’erede designato a guidare la famiglia e il gruppo. E il suicidio di Edoardo, il figlio difficile dell’Avvocato, nel novembre 2000. Due lutti che tagliano le gambe, spengono il sorriso. Il volto dell’Avvocato, in primo piano in uno dei passaggi più tesi del documentario, ne è evidente testimonianza. Viale del tramonto.

Poi, comunque, si riparte. Con l’ultima generazione, quella guidata da John Elkann, figlio di Margherita, figlia dell’Avvocato. Secondo una sorta di costante nella storia degli Agnelli: la successione va da nonno a nipote.

Gli Agnelli sono, così, l’immagine di una moderna dinastia del Novecento, del potere che si espande dalla fabbrica all’economia, ai giornali, allo sport, alla società. Con un’impronta un po’ reale e un po’ mitica, ma sicuramente di grande rilevanza. Dunque, essere Agnelli? Per dirla con una battuta dell’Avvocato, “una responsabilità”. Una buona eredità, di pensieri e parole, su cui ancora, da storici e da protagonisti dell’attualità, vale la pena riflettere.

Industria, affari, gesti. E simboli. Sino alla morte, nel gennaio 2003, con i funerali di Stato e 50mila persone presenti, partecipi, commosse. “Ciao Avvocato”, è stato semplicemente salutato. “Let’s go sailing”, avrebbe commentato sorridendo lui, andando verso il mare aperto.

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