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Passeggeri del mondo

Alessandro Albert e Paolo Verzone sono i fotografi di Passengers, il primo capitolo di MilanoSonoIo. Abbiamo ripercorso insieme la loro carriera: partendo da Mosca e dal 1991

di Gabriele Ferraresi

Alessandro Albert e Paolo Verzone sono i fotografi di Passengers, il primo capitolo di MilanoSonoIo. Abbiamo ripercorso insieme la loro carriera: partendo da Mosca e dal 1991

Alessandro Albert e Paolo Verzone sono un duo fotografico attivo dalla metà degli anni ’80. Torinesi, amici da sempre, lavorano sia in singolo che in coppia, per quanto sia possibile lavorare in doppio in una forma d’arte individualistica come la fotografia. Si parla di loro da un po’: almeno dal 1991, quando poco più che ventenni e con l’URSS al collasso partono per Mosca.

Scattano ritratti ai moscoviti per strada, e quel lavoro diventa poi un libro fotografico importante, oggi un documento storico prezioso, Volti di passaggio, al tempo edito da Peliti e Associati. A Mosca torneranno ancora a 10 e 20 anni di distanza nel 2001 e 2011, per proseguire un’indagine un po’ magica, un po’ antropologica, sulle trasformazioni umane della ormai ex terra dei soviet.

Tra i tanti riconoscimenti raccolti in circa trent’anni di attività, il World Press Photo nel 2001 con il progetto “balneare” sugli europei in spiaggia, Seeuropeans.

Alessandro Albert e Paolo Verzone hanno anche scattato per Vanity Fair i ritratti di Passengers, il primo capitolo di MilanoSonoIo, il progetto LUZ Publishing che racconta la città attraverso storie fotografiche e video realizzate insieme ai suoi Autori.

Dopo aver vagato per corso Buenos Aires come fossimo in piazza Rossa sotto la Cattedrale di San Basilio, abbiamo chiesto a entrambi di ripercorrere una carriera ormai trentennale.

 

Albert & Verzone - Passengers © LUZ intervista albert verzone

Albert & Verzone – Passengers © LUZ 2017.

Alessandro Albert

Alessandro, partiamo dalle presentazioni
Sono un fotografo, nato a Torino nel 1965… e basta.

Lavori da sempre con Paolo Verzone
Paolo e io ci siamo conosciuti verso i 16, 17 anni a Torino, alle feste. Siamo diventati amici, perché sua madre faceva la fotografa. Paolo è più giovane di un anno e mezzo, io al tempo ero sicuramente minorenne, gli dissi “So che tua mamma fa la fotografa, anche a me piace molto” e siamo diventati amici. E da lì ci siamo scambiati opinioni, libri, insomma, ci vedevamo spesso. Giravamo un po’ per la Biennale di fotografia di Torino, facendo vedere le foto agli autori. Era un ambiente ancora fotoamatoriale quello in cui giravamo.

Eravate giovanissimi
Sì, vendevamo ogni tanto le foto a La Stampa

Prima foto venduta?
Proprio a La Stampa, era un reportage che avevo fatto in bianco e nero nella mia ex scuola elementare, ai bambini. Figurati se oggi si potrebbe fare… all’epoca non c’erano problemi di privacy e liberatorie, ho chiesto di andare a fare delle foto nella scuola, nelle classi, mi hanno detto di sì, e le ho fatte. E poi le ho vendute a La Stampa.

Anno, più o meno?
Avrò avuto 17, 18 anni. Saremo stati a metà anni ’80.

Poi cominci a lavorare con Paolo
A un certo punto con Paolo ci siamo detti “Dobbiamo fare un lavoro più importante”, un reportage, dobbiamo seguire un progetto, e ci siamo messi in mente di andare a fotografare le donne indiane con un banco ottico. Abbiamo fatto il biglietto, tutto quanto; le donne indiane ci piacevano, una cosa esotica. Poi però in quell’estate lì, nel 1991, c’è stato il colpo di Stato a Mosca. Ci sembrava un momento storico importantissimo, così all’ultimo abbiamo cambiato tutto quanto. Per fare un lavoro di ritratti a Mosca.

Pazzi. Tra l’altro era un’epoca in cui era molto più complicato viaggiare
Sì, abbiamo fatto il visto, abbiamo prenotato un albergo da qua, perché sennò non ti lasciavano andare su. È stato anche abbastanza costoso: questi lavori ce li siamo sempre autoprodotti, siamo partiti ad agosto.

Appuntamento con la storia: ve ne rendevate conto?
Ce ne rendevamo conto, ne parlava tutto il mondo, siamo partiti appunto perché era una svolta storica molto importante. Chiaramente col tempo il nostro lavoro ha assunto un valore storico ormai. E tutto sommato – e penso anche per Paolo, ma parlo per me – sono stato molto fortunato a essere testimone di quel momento lì. Lo conservo come un ricordo molto prezioso, particolare.

Testimoni di un mondo che stava scomparendo
Un mondo inimmaginabile. Un mondo pazzesco. Era tutto diverso. Infatti dico sempre che quel mondo lì, quella Russia lì, io me la ricordo in bianco e nero, era come se non ci fossero i colori. Non c’erano negozi, non c’erano i colori, come se fosse in bianco e nero.

 

Albert & Verzone - Passengers © LUZ.

Albert & Verzone – Passengers © LUZ 2017.

 

Era il 1991, voi due giovanissimi: quanto eravate preparati per quel viaggio?
Assolutamente niente! [Ride, ndr] ma proprio zero, all’avventura. Siamo partiti senza la minima idea, senza leggere nulla, allo sbaraglio, non avendo la più pallida idea se ci avrebbero arrestato il giorno dopo.

Quel lavoro funziona bene; tornate in Italia e che succede?
Il lavoro l’abbiamo progettato per fare un libro, appena tornati in Italia abbiamo fatto sviluppare e stampare il materiale e siamo andati alla Fiera del Libro di Francoforte con le fotografie per cercare un editore. Abbiamo conosciuto Mario Peliti, il lavoro gli è piaciuto, e alla fine del 1992 abbiamo pubblicato il libro Volti di passaggio con lui. Questo lavoro a sua volta ci ha permesso un po’ di lavorare, perché poi siamo entrati nell’Agenzia Contrasto, abbiamo vinto dei premi, fatto delle mostre e cominciato a lavorare proprio come fotografi.

Tornate e a quel punto iniziate a lavorare davvero
Sì, quando siamo tornati abbiamo iniziato a lavorare in maniera piena, siamo entrati in Contrasto, abbiamo iniziato a lavorare a Torino per le foto di cronaca.

Che ti ricordi della Torino dei primi anni ’90?
Ricordo le manifestazioni degli operai, ricordo che mi avevano telefonato un venerdì sera per andare a fotografare Occhetto la mattina dopo, e le foto dovevano essere sviluppate e spedite subito, e darle alla stazione di Porta Nuova in mano a uno che saliva sul treno.

Come funzionava il tuo lavoro ai tempi?
Diapositive. All’epoca c’erano dei laboratori che funzionavano anche nei giorni festivi, portavi a sviluppare, te le davano in un’ora e poi andavi a Porta Nuova, la stazione di Torino, e facevi il “fuori sacco”.

 

Che cos’era il “fuori sacco”?
Davi questa busta con le foto – con l’indirizzo delle foto – direttamente al treno che partiva, non dovevi andare in posta, era una cosa molto veloce. Le foto partivano immediatamente e arrivavano nel giro di un’ora e mezzo, nei tempi del treno.

 

Rispetto a come si lavora oggi, fantascienza
Non ho dei bei ricordi di quel periodo, era un po’ stressante! Sentivi questa responsabilità, questa pressione, sui tempi di consegna soprattutto.

Tornando a Volti di passaggio, tu e Paolo avete proseguito questo lavoro nel corso degli anni e siete tornati 10 anni dopo a Mosca, nel 2001. Cosa avete trovato?
Quando siamo andati nel 1991 non avevamo in mente di tornarci 10 anni dopo. L’idea ci è venuta dal cambiamento che è avvenuto in Russia. Dieci anni dopo siamo tornati e Mosca ed era veramente un’altra città. Colorata, non era più in bianco e nero.

Anche la gente era cambiata?
Sì, molto. La vecchia generazione che aveva conosciuto l’Unione Sovietica non si riconosceva più nella nuova veste del Paese, la considerava spazzatura, una cosa corrotta. Poi siamo passati ancora nel 2011, avevamo un assistente che ci dava una mano, e lui non ricordava niente, aveva 23 anni, ne aveva 3 nel 1991. Gli raccontavamo “Qui c’era questo, qui c’era quello”, lui non sapeva niente.

Veniamo a oggi: qualche tempo fa siamo stati in giro per Milano a fare una cosa simile, Passengers, per MilanoSonoIo, com’è andata?
Pensavo che avremmo avuto più difficoltà a fermare la gente. Quello che mi immagino sempre è “Avremo difficoltà a fermarli?”. In realtà le persone sono state molto disponibili. Magari alcuni erano anche curiosi. È andata meglio di quanto mi aspettassi, e poi più persone fotografi più opportunità hai di fare dei buoni scatti.

Qual è la cosa più importante da fare o da dire per convincere qualcuno a farsi fotografare?
Non so. Noi di solito abbiamo un approccio del genere: “Buongiorno, siamo due fotografi, stiamo facendo un lavoro di ritratti su Milano”, ed è la formula migliore, visto che la gente viene fermata per strada di continuo. La formula migliore è usare meno parole possibile per riassumere quello che stai facendo, dare poche parole chiave, “Siamo fotografi, stiamo facendo un lavoro di ritratti su Milano” a quel punto l’altra persona decide se fermarsi o meno. Poi se uno è indeciso, magari si insiste un po’, fai il simpatico.

Insomma, dipende sempre da chi hai davanti
Esatto, dipende anche da chi hai davanti, molto spesso le tue reazioni sono anche in base a quello. Se uno ti manda a quel paese, lasci perdere, se uno sorride, è curioso, insisti, ci provi; ma tutto è sempre relativo a chi hai davanti.

Questa abilità di sviluppare empatia con uno sconosciuto totale, secondo te si può imparare? O è una cosa innata?
Un po’ si può imparare, un po’ l’abitudine ti insegna le reazioni delle persone rispetto a quello che chiedi, e sei in grado di capire come fare a convincerle. Comunque sicuramente si sviluppa un’empatia, una sensibilità nel capire le persone abbastanza velocemente. Quella sicuramente si sviluppa. Anche nel fare poi il ritratto.

Perché poi l’empatia si trasferisce alla foto
Sì, questo anche quando facciamo dei ritratti, che so, del manager di una banca, sviluppi questa empatia qui nel capire come fotografarlo e manovrarlo, sapere cosa puoi chiedere e cosa non puoi chiedere. Al manager della banca non puoi chiedere delle cose strane, ma se fotografi un cantante puoi farlo, puoi chiedere cose strane, in generale capisci istintivamente fino a dove puoi andare.

In un prossimo futuro molte delle cose che facciamo noi umani le faranno le macchine. Quel genere di attività che mi hai appena raccontato mi sembra impossibile da replicare
Vero. È un codice molto basico, molto istintivo, non fatto di ragione, ma di istinto, infatti è difficilmente spiegabile.

 

Se tu chiedi anche a Paolo cosa troviamo nelle persone, perché fermiamo quello o quell’altro, non lo sappiamo, ci basta uno sguardo per capire chi ci interessa, non è una cosa che si può spiegare.

 

È una sensazione che hai a pelle che quella persona ti trasmette qualcosa, e trasmetterà qualcosa alla fotografia. È istinto, e anche quello lo sviluppi stando per strada e fotografando.

Che altri progetti stai seguendo ora oltre a Passengers?
Con Paolo torniamo in Russia nel 2021, per l’ultimo capitolo. Siamo sicuri che sarà l’ultimo. Io poi seguo sempre dei miei lavori personali sul corpo umano, sulla ritrattistica, delle cose abbastanza personali.

C’è tutto il tuo lavoro sulle camere mortuarie
Ho sempre avuto la passione, la fascinazione per la chirurgia, per gli ospedali, e 25 anni fa ho conosciuto un medico legale mio coetaneo, che faceva autopsie, gli ho chiesto se potevo andare a far foto, e l’ho sempre seguito durante le autopsie. Anche lì è una cosa a istinto, mi attirava quel mondo. Probabilmente mi attraeva perché non sapevo cosa avrei trovato.

 

Albert & Verzone - Passengers © LUZ intervista albert verzone

Albert & Verzone – Passengers © LUZ 2017.

Paolo Verzone

Paolo, partiamo dalle presentazioni
Allora: Paolo è un fotografo che ha cominciato a lavorare moltissimi anni fa, ma senza accorgersene. Ho cominciato a vendere le prime foto che avevo 18 anni e ho cominciato a farle che ne avevo 13, 14. Mi sono trovato in un lavoro senza averlo cercato, mi ci sono trovato dentro, in modo praticamente automatico. È partito come un divertimento, è diventato un lavoro.

Ti ricordi la prima foto che hai venduto?
Me la ricordo sì. La prima foto l’ho venduta a 18 anni.

Quindi che anno era?
Sarà stato a metà anni ’80, nel 1985. Erano i ritratti di Fruttero e Lucentini. Ero e sono amico della figlia di Fruttero, e facevo le foto alla figlia da quando avevamo 15 anni: a un certo punto il padre le guarda, “Queste foto sono stupende, perché non ci fai tu il ritratto per il nostro libro?”, e va be’, ho pensato, facciamole. Gli ho fatto i ritratti, sono piaciuti da matti e così ho scoperto che puoi fare delle foto, e poi ti pagano pure!

A 18 anni scoprire una cosa del genere è fantastico
Pensavo “Mi diverto, faccio una cosa che mi piace e mi pagano pure! Mica male“.

Da lì la fotografia è diventata subito un lavoro?
A 18 anni non ancora, ero ancora lì a inventarmi le cose, pensavo che fosse una cosa divertente. Ero già amico di Alessandro, ci conoscevamo da quando avevamo 14 anni, e già all’epoca facevamo cose insieme. In quegli anni abbiamo iniziato a strutturare il lavoro insieme, uno vedeva un giornale, e andavamo a far vedere le foto tutti e due, a distanza di un’ora, mentre l’altro aspettava al bar di sotto. Oppure andavamo a La Stampa, unico committente che avevamo in casa, andavamo lì con le stampe delle foto per venderle. L’unico modo di vendere le foto all’epoca era portare fisicamente le stampe.

Avete visto quel mondo lì: scattare, sviluppare, andare in stazione per il “fuori sacco”
Una roba da fantascienza. Oppure facevi delle foto a una qualche situazione, manifestazioni magari, andavi al giornale e se era La Stampa andavi lì con la pila di stampe in bianco e nero, sceglievano. Dovevi scrivere dietro la didascalia, su un’etichetta.

Le “dida” vere, come una volta
Una cosa incollata dietro, col timbro col tuo nome.

E poi via nell’archivio. Qualche anno dopo decidete di andare a Mosca
Era il 1991. Pensa che dovevamo andare in India. Al  tempo già facevamo dei lavori, ma non riuscivamo a fare un lavoro più grosso, più strutturato, così l’idea era di fare dei ritratti alle donne indiane, pensavamo che sarebbe stato un colpo di genio, “Facciamo il botto con ‘sto lavoro!”.

 

Avevamo prenotato tutto per l’India. Poi c’è stato il colpo di Stato in Russia, guardavi il tg e c’era un mondo che si stava sconvolgendo, così ci siamo detti “Scusa, ma se mollassimo tutto e andassimo a Mosca?

 

Io avevo 23 anni, Alessandro 26. Siamo partiti per Mosca col visto turistico. All’ambasciata russa era pieno di gente della Rai, dei giornali, e a loro davano il visto da giornalisti. A noi chiedevano “Ma voi chi siete?” “Vogliamo andar lì a fare le foto” “Ma che volete?”.

Un po’ sospettosi
L’unico modo era fare il visto turistico. Siamo andati nell’albergo meno caro di Mosca, alla periferia. Tu avevi una serie di alberghi dell’ente di Stato del Turismo, perché era l’Unione Sovietica, e dovevi prendere l’albergo con loro. L’Hotel Sevastopol.

Com’era l’Hotel Sevastopol?
Bellissimo. Un mondo parallelo. Tieni conto che comunque erano hotel con cui la Russia teneva a fare bella figura col mondo, anche se il Sevastopol in teoria era il più sfigato, era “fuori Mosca” ma collegato bene col metrò. C’era una specie di ristorante-balera dentro l’albergo, e la sera stavamo lì: ricordo che c’era una specie di balletto… e poi ogni tanto vedevi gente che cominciava a picchiarsi. A una cena due hanno iniziato a litigare, uno l’hanno menato, e s’è messo svenuto sotto il nostro tavolo. Cenavamo con questo steso sotto i nostri piedi. È andato via quando abbiamo finito la cena.

Che gente c’era in giro per Mosca?
Meravigliosa. Gente che era in bilico… pensavano “Adesso c’è la libertà, adesso ci apriamo al nuovo mondo“, non avevano capito che stava per iniziare un periodo di orrore, dieci anni almeno di povertà e ristrettezze economiche. Erano super allegri, super comunicativi: erano molto ricettivi e per loro noi eravamo come animali di uno zoo, da studiare. Arrivavamo da un mondo di cui loro avevano solo sentito parlare. “Ma che musica ascoltate?” chiedevano, tutto così. Ogni singolo oggetto che avevamo addosso io e Alessandro era testimone di un mondo lontano, mondi paralleli.

Un’altra dimensione
Eravamo sconvolti a vicenda. Ti faccio un esempio. Noi eravamo per strada a far le foto, arrivava della gente che si piazzava e stava lì tutto il giorno, erano curiosissimi. Noi ogni tanto dicevano “Andiamo a bere qualcosa”. Li invitavi all’albergo più vicino. Siamo andati una volta con un ragazzo russo, entra e fa al barista “Prendo una Fanta”, lui prende la Fanta, ma non la beve. “Non l’ho mai bevuta, volevo portarla a casa e berla con tutta la famiglia”. La teneva chiusa. Ne aveva sempre e solo sentito parlare.

Mondi paralleli
Mangiavi con l’equivalente di mezzo dollaro. Una sera andiamo in questo ristorante, il più caro di Mosca all’epoca. Costava 12 dollari. Entriamo, ci dicono “Fate attenzione che questo posto è veramente caro”. “Quanto caro?” “Sui 12 dollari”. Era poco persino per noi che avevamo come dire 20mila lire, niente.

Siete tornati a Mosca nel 2001, erano passati anni difficili
Era cambiato tutto. Chi era stato capace si era adattato a scapito degli altri, c’erano disparità sociali mostruose.

 

Ricordo una signora che andava in giro con una Porsche con il lampeggiante della polizia acceso, e si fermava a fare la spesa, con le guardie del corpo intorno. Tutto così, eccessi mostruosi.

 

Arrivavano dei tipi con un’auto blindata, lasciavano gente col passamontagna di guardia fuori dal ristorante e poi entravano a far festa.

Dove dormivate nel 2001?
Eravamo in un hotel che ora non c’è più, l’Hotel Rossiya, che affacciava sulla piazza Rossa, e l’hotel prendeva un isolato intero, diciamo 4/5 isolati di Milano: ci mettevi 17 minuti a piedi per andare da camera tua alla colazione, dentro. Senza uscire. Più di 2000 stanze.

Che fauna umana c’era al Rossiya?
C’era un’orda di prostitute e gente strana nella hall, tu andavi in camera e dopo un po’ ti chiamavano. Io e Alessandro siamo in stanza, arriva una telefonata. Ma chi è? “Ciao sono Svetlana, come va? Come stai? Cosa fai stasera? Salgo in camera?”, no no grazie! Poi mettevamo giù e dopo cinque richiamavano, offrendo di tutto, tentando di sondare i nostri gusti. Noi rispondevamo di no ovviamente, ma loro andavano avanti.

Disperazione totale
A un certo punto ci hanno detto “Are you fucking gays?”. Dovevi spiegargli il rifiuto, non capivano. Iniziavi queste discussioni per telefono, poi magari scendevi nella hall e ti guardavano, tu dovevi guardare nel piatto, perché se incrociavano lo sguardo si sedevano al tavolo.

Una situazione da night club di Fantozzi
Sconvolgente. Era sintomo dell’apocalisse, di una disperazione totale. Le vedevi poi ed erano ragazze delicate, carine, era quella la contraddizione folle. Ricordo anche una povertà in strada mostruosa, che prima non c’era. Cosa che poi nel 2011 non c’è più stata.

 

Albert & Verzone - Passengers © LUZ.

Albert & Verzone – Passengers © LUZ 2017.

 

Nel 2011 poi infatti com’è andata?
I moscoviti erano come i milanesi. Finalmente abbiamo visto una classe media, perché prima non c’era, c’erano due estremi e quindi c’era di tutto: dal delinquente, al manager, allo studente… del resto a Milano come a Mosca iniziamo ad assomigliarci tutti.

Hai trovato delle somiglianze tra i tipi umani di Mosca e di Milano?
Purtroppo, nel come si vestono. Viviamo in un mondo dove ci sono gli stessi vestiti a Mosca e a Milano, ma la gente dentro è bella diversa. A Mosca poi senti di essere nella capitale di un impero sconfinato.

Anche ad Alessandro ho chiesto dell’empatia che riuscite a creare con chi fermate per strada. È una cosa innata o si impara?
No no, la impari. È una ginnastica. Sei stato in giro con noi, e hai visto che statisticamente non è che si fermano tutti. In tre viaggi a Mosca avremo avuto un contatto con 5/6mila persone, più abbiamo fatto il lavoro sulle spiagge d’europa, 5/6/mila persone, più altre volte che abbiamo fatto cose simili, arriviamo a quasi 20mila persone. Dopo un po’ sei talmente abituato… ma all’inizio è stato difficile.

Come avevate fatto la prima volta in Russia?
Per i russi nel 1991, il livello di difficoltà era massimo. Due ufo da Torino a Mosca, che non parlano russo e quelli non parlano inglese.

Benissimo, partiamo bene
Uno ci ha scritto un cartello con scritto “Siamo italiani, non vogliamo soldi, scattiamo ritratti, possiamo farti una foto” era proprio quello il succo del nostro progetto. Quando si è abituati a quel livello di difficoltà dopo diventa tutto più facile. Col dialogo è tutto facile. Se parti da un cartello in cirillico, dopo diventa tutto infinitamente più facile.

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