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Affinità e divergenze tra l’idiota digitale e noi 

Bufale, FATE GIRARE!1!!, complotti rettiliani e tutto il resto: Diego Cajelli racconta perché probabilmente abbiamo violato la Prima Direttiva di Star Trek

di Gabriele Ferraresi

Bufale, FATE GIRARE!1!!, complotti rettiliani e tutto il resto: Diego Cajelli racconta perché probabilmente abbiamo violato la Prima Direttiva di Star Trek

Chi è Diego Cajelli? Bella domanda, cui è impossibile ricevere risposta. Perché nemmeno Diego Cajelli sa chi è Diego Cajelli. Specializzato nel non essere specializzato, blogger, sceneggiatore, scrive dai fumetti agli articoli, ai romanzi, ai racconti, al cabaret.

Ha fatto della scrittura e di tutte le applicazioni che può avere la sua professione e tra le altre cose insegna scrittura creativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il suo Manuale illustrato dell’idiota digitale è uscito per Panini Books lo scorso maggio e racconta con leggerezza e intelligenza lo scenario digitale che osserviamo ogni giorno sui social media. 

Diego, chi è l’idiota digitale?
Siamo tutti un po’ idioti digitali. Può capitare a tutti di fare degli svarioni, di credere a una bufala, di avere un comportamento digitale sbagliato. La differenza tra chi è veramente idiota digitale e chi non lo è, è che chi non lo è, se ne rende conto. Chi non lo è cerca di verificare prima di credere al 100% a una notizia e soprattutto quando si rende conto di essersi sbagliato chiede scusa o modifica il suo comportamento. L’idiota digitale invece va avanti come se fosse un go-kart, non ha la marcia indietro. Va avanti imperterrito per la sua strada credendo a tutto, a ogni tipo di bufala immaginabile senza avere nemmeno gli strumenti per capire che sta sbagliando.

Eppure un tema che mi sembra meno caldo che in passato nell’idiozia digitale c’è: le scie chimiche
È successo perché sono diventate indifendibili. Il più grande fautore delle “teorie” sulle scie chimiche è stato a tal punto screditato – compresa la sua raccolta fondi per il drone che avrebbe svolto rilevamenti in quota – che la bolla si è sgonfiata. Diciamo che in cima alla top ten dell’idiozia digitale in questo momento ci sono i vaccini.

Per i vaccini sembra facile: da una parte ci sono scienza e medicina, dall’altra la cialtroneria
Il problema sui vaccini oggi è che per dire quattro sciocchezze sul tema uno qualunque ci mette dieci minuti: per cui hai dieci minuti moltiplicato per X idioti, che di conseguenza riempiono la rete e i social media di sciocchezze. Per confutare queste idiozie innanzitutto ci vuole un virologo, ci vuole una base scientifica e purtroppo non bastano dieci minuti dietro una tastiera. Per contrastare le bufale e il delirio di disinformazione sui vaccini, uno dovrebbe spiegare a questi idioti – in una lingua che possano comprendere, ed è questo il problema – che la scienza non è democratica, non è semplicistica, che richiede studio e fatica, e non dieci minuti dietro una tastiera. È un “lavoro” estremamente complicato la scienza, così come è complicato in campo medico andare a confutare moltissime delle boiate che vengono condivise in giro oggi.

 

Il discorso dei vaccini va affrontato da un punto di vista politico: prova a pensare quanto deve essere già grave la situazione per fare un Decreto Legge come quello della Lorenzin, che è evidentemente impopolare? Proviamo a vederla da questo punto di vista.

 

L’idiozia digitale abbraccia spesso teorie del complotto: ma di complotti si parla da sempre nella storia dell’umanità. Cosa è cambiato adesso?
Il complottismo attuale usa in modo pernicioso e truffaldino l’altrimenti legittimo concetto di dubbio, ecco cosa è cambiato. Molte delle grandi teorie del complotto di cui parliamo ancora oggi nascono negli Stati Uniti con la diffusione della controcultura, al tempo della beat generation, poi si immergono carsicamente, e quando arriva il web 1.0 trovano un nuovo veicolo di propagazione. Il problema è che quel genere di teoria del complotto viaggiava su canali alternativi, sulle bbs, su mailing list. Non viaggiava sui canali mainstream, come possono essere Facebook o la televisione.  A un certo punto però in tanti si sono accorti che questo genere di cose potevano portare un guadagno, e così è cambiato sia il linguaggio che i canali di diffusione dall’underground al mainstream.

E nel complotto a quel punto si è cominciato a giocare al rialzo
È accaduto anche perché le cospirazioni nate in ambienti controculturali – soprattutto legate alla CIA – intorno ai primi anni 2000 si sono dimostrate al 70% vere, per esempio pensa al progetto MKULTRA, il programma dell’intelligence americana per il controllo della mente. Certo, il resto di quelle teorie si sono dimostrate spazzatura. A quel punto però il gioco della diffusione è diventato un gioco al rialzo, si è andati a cercare qualcosa che fosse ancora più in alto, in sfere ancora superiori di Poteri indicibili: ma conoscendo i meccanismi narrativi delle ipotesi di complotto si capisce subito che quel che stiamo vedendo adesso nasce da sistemi narrativi dei primi anni ’90, in situazioni dove si aveva la paranoia di essere controllati. Se ai tempi fosse esistito Facebook, figurati, nessuno avrebbe mai pubblicato queste cose: avrebbero circolato in un web clandestino. 

Quali sono i meccanismi narrativi classici del complotto?
Si parte spesso da una situazione storica o contemporanea che sia sufficientemente mainstream da essere capita da tutti. Per esempio gli attentati degli ultimi anni – Londra, Bataclan, Nizza… – o l’11 Settembre. Da questo si parte con una linea narrativa complottista che ribalta quello che di solito “la massa” conosce, e si può arrivare a livelli di fantasia infiniti. Prendiamo l’Area 51. Non serve spiegare cos’è, lo sanno tutti. Il complotto Area 51 livello base, nei primi anni ’90 era: c’è questo Bob Lazard, uno che diceva di aver lavorato nell’Area 51, che sostiene “Sì ci sono gli alieni, sì ci sono i dischi volanti, abbiamo fatto retroingegneria, tutto il progetto dello Stealth deriva da quegli studi“.

 

Rispetto al livello di deliri che vediamo ogni giorno scorrendo la home di Facebook, le teorie del complotto anni ’90 su Roswell e gli alieni dell’Area 51 sembrano quasi un’ipotesi plausibile.

 

Sempre per quel che riguarda l’Area 51, oggi invece le cose sono cambiate: c’è un tizio che dice “Sì, ci sono gli alieni, questi alieni sono 18, sono tutti vivi, sono venuti per aiutarci nello sviluppo tecnologico, il kevlar è di origine aliena, i microchip sono di origine aliena, quel nuovo elemento scoperto dagli scienziati danesi è di origine aliena, Bush era un alieno“, e così via aggiugendo layer su layer di complotto.

In teoria a difenderci da un certo tipo di disinformazione dovrebbero essere i giornalisti e i media tradizionali: che poi però si ritrovano ad abboccare a idiozie digitali troppo belle per essere vere, come di recente con l’elenco degli oggetti persi al concerto di Vasco. Come se ne esce?
Se ne esce pagando i giornalisti, per esempio. L’editoria tradizionale però è in un momento borderline, una fase di passaggio, e si trova a dover combattere con un’editoria web che fa un gioco a volte scorretto, soprattutto dal punto di vista delle inserzioni pubblicitarie quantomeno opache. Se i capitali tornassero a circolare l’editoria tradizionale forse potrebbe pagare i giornalisti quello che vanno pagati, e trovare dei professionisti, non degli stagisti – figure rispettabilissime, ci mancherebbe – che però vengono pagati con lo zucchero della macchinetta del caffè.

 

Connected people © Jorge Perez Higuera/LUZ intervista cajelli idiota digitale

Connected people © Jorge Perez Higuera/LUZ

 

Al di là della questione economica – sacrosanta – spaventa la dinamica per cui il blasonato quotidiano online condivide una sciocchezza sui social media e lo fa con la stessa leggerezza di un singolo utente
È il problema delle metriche utilizzate, legate alla quantità e non alla qualità dei contenuti. Pensa alle condivisioni di un articolo, per esempio, numeri che tra l’altro monitoro anch’io, figuriamoci, nessuno è innocente! In molti casi però si tende ancora a valutare l’online con criteri da mondo analogico. Per esempio con l’audience: ma lo strumento dell’audience non si può usare per determinare la qualità, ci sono altri strumenti per quello soprattutto in un territorio digitale. Il problema è che mentre si sta arrivando a questo tipo di situazione le cose cambiano così rapidamente che è impossibile metterle a fuoco. Lo stesso accesso al web sta cambiando: prima era un device fisso, adesso è mobile, domani sarà attraverso un device wearable. Il passaggio successivo sarà un device integrato con te stesso, magari qualcosa che ingoi: se il passaggio tra device fisso e device mobile ha creato questo disastro, quando faremo il passaggio da device mobile a un device integrato con te stesso, cosa succederà? La gente starà seduta su un divano a farsi i viaggi, come oggi non riesce a staccare la faccia dal telefono. Fa tutto pensare alla Prima Direttiva di Star Trek: non diamo una tecnologia troppo avanzata a chi non è in grado di gestirla.

Internet e i social media ci offrono una teorica onniscienza, sul medio/lungo periodo sarà un dato positivo: ma non ti pare pare che oggi ci troviamo ancora in una fase di adolescenza tecnologica? L’impressione è quella di avere in mano strumenti troppo potenti
Assolutamente sì. Io sostengo che da quando si è passati a il web di nicchia al web di massa – continuando il paragone con Star Trek  – in realtà è propio come se avessimo violato la Prima Direttiva. In sostanza abbiamo dato una tecnologia troppo avanzata a una cultura che non è in grado di comprenderla e di usarla. Non siamo biologicamente pronti a gestire questo tipo di cosa. Ci siamo trovati ad avere un cervello vicario che però non sappiamo usare, oppure usiamo soltanto per sfogarci, o come se fosse un gigantesco gioco di ruolo.

 

Connected people © Jorge Perez Higuera/LUZ intervista cajelli idiota digitale

Connected people © Jorge Perez Higuera/LUZ

 

Chi vive il web da più di 10, 15 anni ha vissuto due fasi: una iniziale in cui il piano virtuale e il piano reale procedevano in parallelo, e una successiva dove quei piani sono divenuti convergenti prima e sovrapposti oggi. Il Decreto Lorenzin di cui dicevi mi pare una conseguenza di quei piani che si intersecano
Il digital divide è stato risolto non attraverso la rete, la rete fisica, ma è stato risolto con i dispositivi mobili. Il dispositivo mobile ti porta a una connessione h24, mentre che so, 10 anni fa al web accedevi con un dispositivo fisso. Eri a casa tua – o magari in quei luoghi dimenticati che erano gli internet cafè – e sapevi che in quelle ore lì avevi a disposizione il web. Oggi invece sei costantemente sul web e questo provoca conseguenze a cascata. Pensa al cyberbullismo, ormai è da paragonare al bullismo “biologico”, forse è peggio ancora. Quando io e te eravamo ragazzi abbiamo di sicuro subìto episodi di bullismo: però sapevamo che in quella strada non dovevamo passare, che all’oratorio a quell’ora non dovevamo andare, e così facevamo altro. Invece con la connessione h24 è come se fossi costantemente in un luogo dove puoi subire del bullismo.

Un fenomeno parallelo all’idiozia digitale di cui parli nel tuo manuale è la glorificazione dell’ignoranza, soprattutto sui social media. Ti chiedo quel che ho chiesto ad Antonio Sgobba: perché in questa fase storica è così bello dichiararsi ignoranti?
Ci sono dei momenti storici in cui improvvisamente una cosa normale – o in questo caso trasversale – diventa un valore, o un disvalore. Negli anni ’90 al posto del dichiararsi ignoranti c’era “il lavoro”. Per cui uno che studiava ai tempi era un coglione, uno che non faceva un lavoro manuale e si spaccava la schiena era un coglione, così via. Per cui “il lavoro” giustificava tutto, ogni tipo di comportamento. Adesso che il lavoro non c’è, cosa rimane? Rimane l’ignoranza. Per cui l’ignoranza diventa un vanto, come ai tempi lo era il lavoro.

Cos’è cambiato tra “io lavoro” e “io sono ignorante”?
Oggi non puoi più comprendere quanto e come chi segue quel tipo di contenuti lo faccia per sano trollaggio o per identità di vedute. Io lo faccio per puro trollaggio: sono un grande fan di quelle pagine tipo Welcome to favelas, La Fabbrica del Degrado, per me però è come guardare Jersey Shore. Chi invece accede a quel tipo di contenuto percependolo come legittimo, reale, di valore? Bisognerebbe lavorare su questo.

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