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Vinile o digitale? Non importa. Lele Sacchi racconta l’evoluzione della club culture

di Fabio De Luca

Il DJ è quel tizio che mette la musica nei luoghi in cui la gente balla. Figura spesso amata e idolatrata, ma il più delle volte – a essere onesti –  considerata un puro servizio, come fosse parte del catering. Questo anche perché il mestiere di DJ è uno tra quelli che ha subito più trasformazioni negli ultimi due decenni – inclusa la famigerata “disintermediazione” ben nota al mondo delle news (in questo caso: il venire meno del bisogno che qualcuno scelga la musica per te), con il conseguente passaggio di molti componenti della categoria nella poco ambita classe disagiata.

Lele Sacchi fa il DJ da quando è poco più che maggiorenne (adesso di anni ne ha 42). A Milano ha inventato serate che hanno segnato un’epoca ed è stato resident ai Magazzini Generali, il più importante club milanese degli anni ’00. Ha prodotto dischi, suonato all’estero, scritto articoli per giornali, lavorato come sound designer per il mondo della moda: dal 2011 conduce In the Mix la domenica a mezzanotte su Rai Radio 2, e lo scorso novembre ha pubblicato per Utet il tomo Club Confidential, in parte memoir e in parte storia del mestiere di DJ.

Appartenendo alla “vecchia scuola”, si è fatto le ossa in un’epoca in cui fare il DJ era ancora una strada di sacrificio e di scelte dolorose, come tra comprarsi un giacchetto di pelle o il nuovo 12” dei Primal Scream. Ma lui ha quasi sempre fatto la scelta giusta.

 

Lele Sacchi intervista

Lele Sacchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Chi suona con i dischi in vinile è più “degno” di chi usa le chiavette USB?
È essenzialmente una questione di rifarsi a un ideale di “purezza”, come spesso succede nelle sottoculture… In passato, nella musica, era persino più centrale di oggi. Pensa alla famosa frase di Mark Perry: “Il punk è morto il giorno in cui i Clash hanno firmato per la CBS”. Se stavi su un’etichetta indipendente eri ok, se firmavi per una multinazionale eri un fake. Se bazzicavi un certo circuito di locali, neanche prendevi in considerazione la possibilità di suonare in eventi sponsorizzati da un brand. Da un po’ di anni, tutte queste barriere sono ormai saltate: “Venduto!” è un’accusa che ormai la senti solo in bocca ai fan ultrasessantenni di Neil Young. Nel mondo dei DJ invece, questo bisogno di far quadrato attorno alla “purezza” è ancora molto sentito e anzi ha avuto un’impennata proprio negli ultimi anni, secondo me in risposta a quelle che sono le nuove regole non scritte dell’industria dell’entertainment.

 

Oggi per emergere devi avere un’immagine riconoscibile, devi avere una forte presenza social, devi essere un brand. Questo vale tanto per chi punta a suonare al Tomorrowland quanto per i DJ underground.

 

Essere smagliante sui social e al tempo stesso dimostrare ai tuoi pari di essere “da real shit
Una tensione tra due polarità che in realtà c’è sempre stata. Mi ricordo i cosiddetti DJ “della commerciale”, negli anni ’90, che magari nelle loro serate suonavano solo le dieci hit del momento, ma appena iniziavi a parlarci la prima cosa che ti raccontavano era che loro a casa avevano 10mila dischi… come dire che, al di là della discoteca di provincia in cui stavano lavorando in quel momento, loro possedevano passione e conoscenza, cioè le due doti che in quel momento erano la condizione base per essere un DJ.

Il primo grande cambiamento è avvenuto una ventina di anni fa quando il vinile non era più lo “strumento” esclusivo del DJ
Questo ci riporta alla domanda d’apertura, e spiega come sia successo che un semplice strumento – cioè il vinile – sia diventato il simbolo che rimanda a una “età dell’oro”, come spesso capita alle sottoculture…

Poi mica è del tutto vero che il vinile “suona meglio”…
Magari suona meglio – di sicuro suona meglio di un mp3 scaricato da YouTube – ma richiede anche un setting calibrato che oggi pochissimi locali sono in grado di garantirti. Io sono convinto che anche i più integralisti tra i difensori del vinile rispetto al digitale, in cuor loro, sappiano che ciò che conta è “cosa” sta facendo il DJ, non “con cosa” lo stia facendo.

 

Lele Sacchi intervista

Lele Sacchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

È un po’ come alzare l’asticella in un momento in cui diventare DJ è infinitamente più facile rispetto anche solo a vent’anni fa
Esatto. Oggi hai accesso a centinaia di playlist. Con i forum di Facebook, sai praticamente in tempo reale quali pezzi ha suonato un certo DJ ieri sera, pezzi che a quel punto puoi facilmente procurarti anche tu via Discogs, o con gli store digitali, o illegalmente negli stessi forum. Questo ha semplificato e in parte banalizzato quella che storicamente era una larga parte del lavoro di DJ, cioè la ricerca, il “digging” come dicono gli anglofoni, cambiando per sempre la nozione stessa di “cultura musicale”. Una volta per copiare quelli bravi dovevi almeno uscire di casa, adesso nemmeno quello…

La trasformazione digitale ha reso più facile – non so se azzardarmi a dire “democratico” – l’accesso alla professione di DJ, ma lo ha anche “livellato”?
Sicuramente. Soprattutto ha eliminato certi passaggi che permettevano solo ai più motivati di arrivare in fondo. Per dire: io vengo da una famiglia normalissima, dove per avere i soldi da spendere in dischi facevo qualsiasi salto mortale, perché fondamentalmente io volevo i dischi! Mi interessavano anche i vestiti, come tutti quelli cresciuti nelle sottoculture di fine ’80 e primi ’90, ma li compravo usati da Napoleone, negozio dietro via Torino a Milano che tutti i 40-50enni si ricordano di sicuro. Mi compravo la giacca di pelle da 10mila lire, perché i soldi li tenevo da parte per i dischi! È una questione di priorità: se vuoi fare il DJ, e quindi vuoi i dischi, comprarti la moto passa in secondo piano.

 

Frequentare i negozi di dischi, affrontare dei viaggi per andare in quelli dove le novità arrivavano prima, introdursi nell’ambiente dei distributori discografici per avere le anteprime, iniziare a conoscere gente delle etichette… erano tutti passaggi che contribuivano a formarti come DJ, rispetto alla tua personalità prima ancora che allo stile.

 

Il fatto che oggi questo processo si sia in larga parte azzerato è una delle ragioni alla base del boom delle ragazze DJ. Quello dei negozi di dischi, e in generale dei locali, era un ecosistema estremamente maschilista, in cui le ragazze erano lasciate fuori dalla porta.

La tensione che si respirava certi pomeriggi nei negozi di dischi era testosterone puro
C’era lo sgomitare, la concorrenza per accaparrarsi le poche copie dei dischi migliori… e consciamente o inconsciamente le ragazze in quel mondo cameratesco erano percepite come corpi estranei. Per cui, aver tolto di mezzo un processo che di fatto era discriminatorio, ha semplificato loro l’accesso. Lo “studio di registrazione” era un altro ambiente decisamente maschilista, ma nel momento in cui puoi produrre musica per i fatti tuoi anche solo con Garage Band, che trovi di default sul tuo Mac, questo spinge molte più persone a provare a farlo. È un processo di “allargamento” della base che era già iniziato nella seconda metà degli anni ’80, con l’arrivo dei primi campionatori economici – che comunque costavano qualche milione – e poi ancora nei ’90. Da qualche anno però siamo effettivamente arrivati al poter fare quasi il 100% della produzione di un pezzo senza uscire dal nostro laptop.

 

Come si giudica oggi la qualità di un DJ?
Vedendolo in azione sul campo, in un club.

 

Non una diretta Facebook dalla cameretta, quindi
I DJ-set fatti per una webradio o registrati in cameretta vanno benissimo, sono come i mixtape di una volta, possono darti un’idea del “mondo” che ha in testa una persona. Ma è di fronte a una “pista vera” che capisci la sua capacità di reagire, di improvvisare e, se necessario, anche di correre ai ripari. Il punto casomai è che, aumentando il numero dei DJ sul mercato, ma non aumentando in proporzione il numero dei locali dove suonare, non tutti possono lavorare sul campo per farsi conoscere, come succedeva fino agli anni ’00. Quindi la competizione si sposta sui social, sul marketing, sul cavalcare una certa estetica. Piaccia o non piaccia, è così. 

 

Lele Sacchi intervista

Lele Sacchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quello che stiamo vedendo succedere nella politica e nella società, cioè una sorta di astio nei confronti delle cosiddette élite, si è percepito anche in qualche modo nel microcosmo dei DJ?
Da questo punto di vista, il DJ del pub sotto casa ha sempre avuto vita grama. Ma succede più spesso di quanto si possa immaginare anche a DJ “grossi” e in club insospettabili. Il classico esempio è il gruppetto di persone che sta celebrando un addio al celibato e chiede al DJ se ha un microfono per fare gli auguri al festeggiato…

 

Questa è esattamente la ragione per cui cerco sempre di evitare di fare eventi tipo le feste aziendali di Natale: sono la classica situazione in cui tutti si sentono in diritto di venire a chiederti dei pezzi, offendendosi se non li accontenti. La cosa paradossale è che lo fanno con un DJ ma con un musicista non lo farebbero mai.

 

Quindi il punto è la svalutazione nella percezione del ruolo di intermediario tra la musica e il pubblico
Sì, ovviamente il percepito fa tantissimo. Lo vedo molto chiaramente quando vado in un locale e sono headliner della serata, il che vuol dire che i PR durante la settimana hanno spinto il mio nome, hanno fatto i post sui social… questo crea un’attesa nei tuoi confronti che non c’è, per esempio, quando sei il secondo in cartellone sotto una star, e in quel caso non ti cagano molto né i PR né il pubblico, ma è normale, succedeva così anche prima.

Ti faccio i nomi di tre DJ superstar, per provare a capire insieme “cosa” fa di loro delle superstar. Il primo è Ralf
Ralf ha una carriera curiosa, perché era in quel gruppo di DJ che hanno di fatto iniziato il movimento della “house” in Italia sul finire degli anni ’80, ma a differenza di altri che per motivi di età o di stanchezza hanno mollato il colpo, lui è rimasto ininterrottamente sotto i riflettori fino a oggi. Penso che la sua caratteristica sia quella di essere straordinariamente empatico, ha una sorta di “aura” naturale che comunica benessere già solo a guardarlo, e questo è fondamentale: in un club ci vai perché vuoi star bene. Ralf ha la grande capacità di selezionare brani bomba. È difficilissimo sentire un brano non bello in una sua playlist. C’è sicuramente una grande preparazione prima del DJ set, e ci sono quei colpi di testa che sono una cosa tipicamente sua, quello spingersi fuori dalla comfort zone.

 

Mi ricordo una volta, a Trieste, anni fa, io suonavo prima di lui e ho fatto un buon set di house elettronica, lui ha iniziato nella stessa direzione, poi come terzo o quarto pezzo ha messo The Walk dei Cure… Io ero al bar, e ricordo che pensai: «Ma porca puttana, perché non viene in mente anche me di mettere un pezzo come The Walk dei Cure?».

 

 

Lele Sacchi intervista

Lele Sacchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Io però mi ricordo molto bene un tuo momento “The Walk dei Cure” sul finire degli anni ’90: quando nelle serate con Painé mettevate Peace Frog dei Doors…
La cosa del mettere i pezzi inaspettati io ce l’ho sempre avuta, ma il difficile è saper cogliere il momento giusto, oltre che avere il coraggio di farlo. In quello Ralf è imbattibile! Peace Frog era una mia vecchia fissa, con Painé ogni tanto la buttavamo dentro. Il fatto che tu te ne ricordi vent’anni dopo dice molto della differenza rispetto a oggi. Oggi se uno mette un pezzo strano in una Boiler Room, tutti lo sanno dopo un minuto, ma al tempo stesso dopo due se ne sono già dimenticati…

Secondo nome: Claudio Coccoluto.
Claudio per me è stato il ponte con il mondo della house, quella delle discoteche di Riccione, che io da ragazzino non frequentavo perché le vedevo come una cosa troppo distante dal mio mondo di concerti nei circoli ARCI o nei centri sociali.

 

Claudio invece l’ho sentito subito vicino, già da quando mi capitò di ascoltare delle sue cassette mixate, e dentro c’erano cose tipo Once in a Lifetime dei Talking Heads.

 

Mi piaceva il fatto che i suoi set non avessero una ritmica chiara, che lavorasse su ritmi polimorfi, e infatti la nostra amicizia è nata – all’epoca delle serate breakbeat al Tunnel di Milano, al Maffia di Reggio Emilia, al Brancaleone di Roma – dal fatto che lui era molto interessato a questi suoni, e nonostante lavorasse in un circuito decisamente mainstream suonava pezzi che anch’io mettevo. Il primo singolo dei Bronx Dogs per esempio, o più tardi i Chicken Lips… Erano cose funky, wave, che quindi rispecchiavano il background di Claudio, ma che lui riusciva a far coesistere con il groove garage newyorkese che dominava in quegli anni lì. Poi c’era la sua tecnica, che era scioccante: spesso mixava dischi con tempi diversissimi. A fine anni ’90 era uno dei migliori DJ al mondo, senza alcun dubbio. Adesso, da qualche tempo si è messo un po’ alla testa di quel partito “dei vinili” di cui parlavamo prima: però da parte sua – al di là di “vinile sì o vinile no” – la battaglia è soprattutto rispetto alla qualità di ciò che si suona.

 

Lele Sacchi intervista

Lele Sacchi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Terzo e ultimo nome: i belgi 2Many DJs
Loro sono superstar perché, molto intelligentemente, sono gli unici al mondo a fare quel tipo di DJ set. Chi chiami per fare un set che piaccia a tutti? Che faccia contenti sia i cultori della musica sia il pubblico generalista? Solo loro.

Che poi quello che fanno non è così diverso dal classico DJ da matrimonio, però loro lo fanno a un altro livello: edit fatti appositamente, visual con le copertine dei dischi animate…
Io stilisticamente li associo a Dimitri from Paris, paradossalmente sono molto simili pur nella loro diversità. Quello che i 2Many DJs fanno con il rock, il pop e l’electro, Dimitri lo fa con la disco, il soul, il R&B, il funky e la house: anche lui usa tantissimi edit, perché se c’è una nuova hit lui per suonarla nel suo set vuole che abbia un certo tiro, un certo tipo di percussioni. E, come i 2Many DJs, non fa mai durare troppo un pezzo, perché quando suoni tutte hit se le tieni troppo rischi di diventare noioso. Ma né Dimitri né i 2Many DJs sono mai noiosi. È strano, no? Un set fatto tutto di pezzi già stra-conosciuti dovrebbe essere noioso, invece l’abilità tecnica, le associazioni mentali attraverso cui strutturano i passaggi tra i pezzi, lo rendono incredibilmente avventuroso.

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