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Guida pratica alla filosofia del terrore

Dopo la strage di Barcellona, il terrorismo dello Stato Islamico secondo il filosofo Simone Regazzoni: tra luoghi comuni da abbandonare e il Batman di Christopher Nolan

di Gabriele Ferraresi

Dopo gli attentati di Barcellona, il terrorismo jihadista secondo il filosofo Simone Regazzoni: partendo dal Batman di Nolan

Simone Regazzoni, 42 anni, filosofo, romanziere e saggista, docente di Estetica all’Università di Pavia, genovese con studi a Parigi, allievo di Derrida. In tempi più recenti spina nel fianco del PD sotto la Lanterna, ama le auto americane anni ’70, non teme l’impopolarità, la polemica, le idee: sue o altrui.

Di terrorismo ha scritto molto. Sia nei libri – Stato di legittima difesa – Obama e la filosofia della guerra al terrorismo, Ponte alle Grazie, 2013 – sia altrove, che più di frequente su Facebook, in lunghi status che parlano della guerra in cui volenti o nolenti siamo coinvolti: o meglio, tentano di elaborare una nuova filosofia della guerra al terrorismo.

Regazzoni, partiamo da questo: il terrorismo funziona?
Dipende da chi lo subisce. Il terrorismo non ha mai in sé la potenza di funzionare, rispetto a una guerra classica. Il terrorismo non potrà mai accampare una superiorità bellica, il suo successo o insuccesso dipende dalla capacità di tenuta psicologica della popolazione che lo subisce e da quella di reazione dell’apparato giuridico-politico-militare. È evidente che gli Stati hanno più armi dei terroristi: ma hanno la capacità politica di usarle al momento e nel modo giusto? L’Europa è messa alla prova: se rispondiamo come stiamo facendo ora, con intelligence che non si scambiano informazioni, con l’incapacità di varare leggi adeguate alla sfida di un nuovo tipo di nemico, saremo in gravissima difficoltà.

A proposito di terrorismo e comunicazione, Carlo Rovelli sul Corriere della Sera, ha proposto di depotenziare gli attacchi trattandoli sui media come delinquenza comune…
Penso sia un grave errore. Sminuire atti di guerra riducendoli ad atti di delinquenza comune non elimina la guerra, piuttosto ci espone ad essa in modo ancora più disarmato. Un po’ come la scelta ideologica del sindaco di Barcellona di non mettere jersey per non limitare la libertà e non militarizzare la città. Non voler guardare in faccia la realtà è il modo peggiore per affrontare una situazione come quella che stiamo vivendo. La stessa paura (tutta ideologica) di utilizzare la parola guerra è pericolosa. Dobbiamo anche psicologicamente essere pronti al peggio. Manuel Valls dopo gli attentati di Parigi ha evocato lo spettro di attentati con armi di distruzione di massa, lo spettro del WMD terrorism. Quindi evitiamo proposte assurde peraltro irrealizzabili di fronte a uno spazio mediatico come quello in cui viviamo.

Cosa abbiamo da perdere nell’epoca del terrore?
L’assetto delle nostre democrazie. Nessuno può pensare che una guerra asimmetrica che usa tattiche terroristiche  venga persa in termini militari, però può destabilizzare le democrazie. Può influire sulle dinamiche politiche interne delle democrazie e questo è pericoloso, perché l’autodeterminazione di un popolo diventa eterodiretta da qualcuno, quindi falsata.  Da una parte c’è il pericolo di determinare o influenzare l’agenda politica, ed è un grosso potere, dall’altro, l’aspetto più pericoloso, cambiare le nostre democrazie. Anche qui la risposta efficace sarà quella che saprà mantenere un giusto equilibrio, evitando, da un lato, di negare la pericolosità della minaccia e dall’altro di rinunciare a libertà per noi fondamentali.

 

La retorica del “Non cambieremo il nostro stile di vita” è una retorica comprensibile, ma non corrisponde al vero. I nostri stili di vita sono già cambiati. Ed è giusto così. Serve un nuovo equilibrio tra libertà e sicurezza. A tutti i livelli.

 

Vero: penso alla militarizzazione delle città – le camionette di militari, il jersey – ai controlli in aeroporto, ma forse è la privacy l’elemento immateriale più a rischio
Quel che concepiamo come privacy non esisterà più: ma non possiamo neanche appellarci alla privacy com’era in epoca pre-social, abbiamo già rinunciato alla privacy, noi stessi. Quando si mette su Facebook o Instagram tutto del proprio privato, non si può reclamare la privacy. Era uno dei limiti di un grande giurista come Rodotà, ma che concepiva la privacy in una cornice da epoca pre-social. Oltre a questo ci sarà una inevitabile ulteriore militarizzazione del nostro territorio. Il limite per una democrazia liberale è sempre quello di tenere insieme sicurezza e libertà: tanto più ci sono attacchi, tanto più saremo portati a rinunciare alle libertà per garantire la sicurezza. Questo è normale e in una certa misura auspicabile. Il “libertarian panic” a fronte della restrizione di alcune libertà in nome della sicurezza è pericoloso perché ci espone a rischi da cui possiamo proteggerci con strumenti eccezionali propri di ogni democrazia.

Qual è il luogo comune più pericoloso riguardo al terrorismo islamico?
Ce ne sono due. Il primo è un classico luogo comune tirato in ballo ogni volta che ci troviamo di fronte a un fenomeno terroristico. È la riduzione sociologica: pensare che abbiamo a che fare con povere persone, diseredati che esprimono in maniera violenta il loro disagio. È un modo di interpretare i fenomeni in auge fin dagli anni ’60, quando gli elementi terroristici – soprattutto a sinistra – venivano letti così: in realtà questo tipo di analisi è assolutamente debole, e soprattutto rischia di trasformarsi in un alibi. Un alibi che poi ci colpevolizza, insomma “Se questi compiono un atto così orribile, penso come occidentale di avere qualche colpa”. Uno strumento perverso.

Uno strumento che rende il terrorista un minus habens, gli nega la possibilità di decidere
Non concepire l’altro che ci attacca come un soggetto libero in grado di prendere una decisione di tipo ideologico in autonomia è risibile. C’è dell’eurocentrismo molto forte in questo tipo di lettura: se l’altro – il terrorista – fa qualcosa, alla fine la responsabilità è mia. Ma scherziamo? Liberiamoci da questo elemento: questo tipo di lettura è da mettere fuori campo.

 

intervista regazzoni terrorismo

Barcellona, 18 agosto 2017: il day after dell’attacco sulle Ramblas. © Julien Daniel / MYOP / LUZ

 

Il secondo luogo comune?
Che tutto questo non abbia a che fare con l’Islam o la religione. È un luogo comune pericoloso. Tutto questo ha a che fare con l’Islam, con una parte minoritaria dell’Islam salafita-wahabita. Siamo di fronte a nuovi imam e nuove letture che sanno fare presa su un pubblico nuovo: è la Cool Jihad. Al Qaeda ci provava, ma aveva paura di contaminarsi con le modalità di comunicazione occidentali: chi si ricorda i video di Bin Laden nella grotta? Rivisti oggi sono a dir poco ingenui rispetto ai video dell’ISIS, prodotti come videogame, sembrano Call of Duty, ma pensati per formare e far convertire i soggetti. Attenzione poi a dire: “Sì, ma l’ISIS non convertirà mai tutto l’Islam”. Non ne ha nessun bisogno.

Perché il terrorismo è sempre un fenomeno minoritario, d’avanguardia
I terroristi non pensano nemmeno di poter egemonizzare un’intera parte, ma possono destabilizzare assetti. Una volta che gli assetti sono destabilizzati qualunque cosa può accadere. Questi in sintesi sono i due pregiudizi da eliminare subito. Senza scadere in altri: non ha nessun senso ed è pericoloso dire che tutto l’Islam è terrorista. Oltretutto perché il rischio politico è dare in mano una intera compagine al nemico, compagine che invece sarebbe il caso di utilizzare contro i terroristi stessi.

Un altro luogo comune è il nichilismo dei terroristi: a me pare siano l’opposto
Viene usata spesso questa categoria, presa in parte dalla filosofia, in parte dalla letteratura: per me, sbagliando. Il nichilista è un soggetto senza valori, che non crede in nulla, che non dà valore a nulla. E sulla base di questo può compiere un certo tipo di atti: se nulla ha valore, allora posso uccidere, compiere il male. Niente a che vedere con il soggetto terrorista islamista: che è un soggetto con riferimenti valoriali molto forti e una fede in una Causa che è il movente primo delle sue azioni. Questa Causa è identificata con il Bene ed è sacralizzata. Il terrorista islamico agisce in nome non di un nulla, ma in nome di quella Causa.

La causa del terrore riempie il vuoto dell’esistenza?
Il soggetto non solo si può identificare, ma trovare anche un senso alla vita stessa, si sente iper-motivato. Quando compiono questi atti sorridono, sono felici, vivono una pienezza di vita donando la morte. È la classica logica del martirio, che abbiamo visto anche in passato – anche se non così di frequente. Alcuni studiosi hanno parlato di democratizzazione del martirio: oggi il martirio può essere la possibilità di dare un senso alla vita, è la modalità di accesso a una vita eterna di una certa qualità, ed è alla portata di chiunque voglia convertirsi tramite la Cool Jihad. Questo è un fenomeno che se interpretato con le categorie del nichilismo non viene compreso.

 

intervista regazzoni terrorismo

Barcellona, 18 agosto 2017: il day after dell’attacco sulle Ramblas. © Julien Daniel / MYOP / LUZ

 

Ha parlato di Causa come Bene
È in nome del “Bene” che si compiono i peggiori delitti storici: i grandi totalitarismi non erano nichilisti. Eviterei di usare questo lessico parafilosofico, non spiega nulla. Non confondiamo poi la conversione rapidissima dei soggetti che compiono attentati con l’apparato teologico dell’ISIS. L’apparato teologico è raffinatissimo, i predicatori dell’ISIS usano un arabo retoricamente raffinato, di un livello culturale alto. Ma questo non vale per l’ultimo affiliato, come non vale per l’ultimo arrivato di qualunque chiesa, o partito, o movimento politico. La religione – a differenza della filosofia – procede per slogan, per parabole, per piccoli insegnamenti: perché sa che deve convertire grandi masse che non possono permettersi una preparazione teologica di altro tipo. Anche qui, grande ingenuità quando ci si dice “Ah, ma questi non sanno nulla dell’Islam!”. Ma perché, un cristiano medio ha letto la Bibbia o conosce tutte le sue infinite sottigliezze teologiche?

Nel 2013 scriveva che “Batman e la trilogia di Nolan sono più importanti di Badiou o Derrida per capire la war on terror
I maggiori filosofi e intellettuali – ricordo Badiou, Derrida, Žižek – a fronte della dichiarazione di una war on terror avevano reagito con una dichiarazione di tipo ideologico: “Non si può far guerra se non c’è uno Stato nazione, è pura retorica per tenere buono il popolo, si apre un altro fronte per distrarlo da problemi interni”. Classica e vecchia argomentazione, non si erano accorti che in corso c’era un cambio di paradigmi e la nascita di un “terzo tipo di guerra” contro un nemico non-statuale: superficialità frequente nei filosofi che non si vanno a confrontare anche con altri tipi di testi. Invece quando Nolan produsse il secondo e il terzo film della Trilogia del Cavaliere Oscuro – usciti nel 2008 e nel 2012 – Batman aveva già la capacità di leggere quel cambio di paradigma sfuggito alla filosofia.

In che modo Nolan inscrive la guerra al terrore all’interno di Batman?
Lo vediamo sulla pelle dell’eroe, riscritto – e lo vediamo dal secondo Batman – in modo che si contamini un giustiziere super-poliziotto con dinamiche di tipo militare. Il Batman di Nolan adotta tutta una serie di tecniche, ma anche di elementi tecnologici militari: dal costume alla nuova Batmobile, in pratica un carroarmato. Il Batman di quegli anni “incorpora” tra i suoi nemici Osama Bin Laden: sono terroristi quelli che attaccano Gotham City, che poi sempre più diventerà New York. È Batman stesso che dichiara “It’s a war”. Non è più Batman contro dei criminali, è Batman contro dei terroristi che dichiarano guerra, e quindi cosa fa? Fa la guerra simile a quella messa in atto da corpi speciali contro terroristi. Questo non deve stupire: già negli anni ’70 si diceva che il pensiero filosofico si sarebbe potuto in qualche modo metamorfizzare in altre forme.

 

Deleuze diceva di “Registi che possono essere pensatori”: Nolan per me è un pensatore molto più attuale di quanto potessero essere quelli che per me erano comunque maestri, come Derrida.

 

Non è nella tradizione della filosofia continentale andare a confrontarsi con un discorso di tipo militare: ma se i cambiamenti avvengono lì e non a livello filosofico, è lì che devi andare a vederli!

Ha scritto che dovremmo elaborare una nuova filosofia della guerra
Ho parlato di guerra non perché si tratti di una guerra classica ma per poter comprendere quello che sta accadendo, quando si parla di terrorismo poi non si definisce mai che cos’è: partiamo da questo, è una tattica. Una tattica che in un contesto prende come obiettivo non militari, ma civili, e mira a far sì che una comunità modifichi o orienti le proprie decisioni sulle base di queste pressioni. Se trattiamo come semplici criminali i nostri nemici (al di là dell’opposizione di militare e civile) è evidente che non abbiamo gli strumenti per fermarli. Gli USA dopo l’11 settembre lo hanno capito. È molto difficile, quasi impossibile prevenire attentati del tipo di quello di Barcellona. Che si ripeteranno ancora. L’ISIS sconfitto sul terreno della forma stato rischia di tornare più minaccioso che mai nella forma terroristica. Nel nostro ordinamento il diritto penale garantisce il reo, come giusto che sia: tuttavia poi si sentono cose come “Eh ma i servizi lo seguivano…” e più di quello non potevano fare. Perché finché non ci sono elementi eclatanti è evidente non si può fare nulla. Un cambio di paradigma – si è parlato di “diritto penale del nemico” – permetterebbe di avere un diritto penale che sa che quando si occupa di questo tipo di soggetti non li confonde con altro tipo di criminalità organizzata o meno, ma sa che sta avendo a che fare con dei nemici, quindi puo’ mettere in atto misure preventive finalizzate alla loro “neutralizzazione“. Carcere preventivo, prolungamento del fermo, intercettazioni senza autorizzazioni, tutti elementi che abbiamo già conosciuto con le leggi speciali: quando gli Stati si trovano minacciati ricorrono a misure eccezionali. Gli USA sono in stato di emergenza dal 2001. Nessuno Stato è immune da questo.

 

intervista regazzoni terrorismo

Barcellona, 18 agosto 2017: il day after dell’attacco sulle Ramblas. © Julien Daniel / MYOP / LUZ

 

Bernard-Henry Lévy ha definito il terrorismo di quest’epoca “l’ultima “perla” prodotta dall’ostrica del nazismo”: siamo davvero in guerra con dei nuovi nazisti?
Rispetto a quelli che parlano di islamofascismo sono anche d’accordo, ci sono degli elementi che ricordano un’ideologia totalitaria, anche Žižek dice cose simili. C’è un nemico che va combattuto come combattemmo il fascismo e il nazismo, e questo in termini di comunicazione a me sta anche bene. Però bisogna stare molto attenti perché il rischio è che i conti non tornino. Dobbiamo trovare delle buone analogie: l’immaginario del nazismo e del fascismo è un immaginario da Stato nazione. Le truppe, la divisa, le adunate, tutti elementi che qui non hai. Ti trovi a combattere con civili che fino al momento prima di farsi esplodere o lanciare un camion sulla Rambla non erano considerati terroristi. È un cambio molto forte. Con chi sto combattendo? Il fascista o il nazista erano visibili, qui il grado di visibilità è zero. Per il grado di mimetismo somigliano più a dei serial killer che ai fascisti o ai nazisti. Non prendiamo paradigmi vecchi per applicarli a un fenomeno nuovo: bisognerebbe fare tabula rasa e costruire un discorso nuovo che al momento purtroppo non c’è. L’ISIS fa video che sembrano Breaking Bad o Call of Duty, noi siamo qui con il cordoglio, il “Non ci faremo battere”, “Intensificheremo le misure”. Un comunicato stampa da anni ’70 contro qualcuno che usa cinema, videogames, serie tv e social media.
A oggi non c’è una contro-strategia comunicativa.

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