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Fedeli alla linea

Smartphone e scuola, da “Se non ora quando?” a #MeToo, gli stereotipi di genere e come si diventa ministra: Valeria Fedeli si racconta

di Gabriele Ferraresi

Smartphone e scuola, da “Se non ora quando?” a #MeToo, gli stereotipi di genere e come si diventa ministra: Valeria Fedeli si racconta

Non gliene hanno fatta passare una liscia. Neanche quando aveva ragione. Dal laurea-gate “ispirato” da Mario Adinolfi, a qualche scivolone lessicale, Valeria Fedeli, Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, è stata la personalità più polarizzante del governo Gentiloni.

Eppure, a fare un bilancio con la legislatura agli sgoccioli, c’è chi la promuove se non a pieni voti almeno con la sufficienza; Alex Corlazzoli, sul Fatto Quotidiano, per esempio, mentre Gennaro Sangiuliano su Libero non ha dubbi, ma nel senso opposto. Forse la verità sta nel mezzo.

Per la prima volta alla guida di un Ministero dopo un’esperienza più che trentennale nel sindacato, Valeria Fedeli si è trovata per le mani la controversa riforma della Buona Scuola eredità di Stefania Giannini, unica ministra del governo Renzi ad aver “pagato” la sconfitta al referendum. Con Gentiloni infatti furono tutti confermati tranne lei.

A poco più di un anno dalla nomina e a pochi mesi dalla fine della legislatura abbiamo fatto un bilancio con lei.

Ministra Fedeli, come va?
Non peggio del solito. Da quando sono qui, dal 15 dicembre del 2016, non mi sono mai fermata. D’estate, quando come tutti anch’io amerei staccare un attimo, non l’ho fatto.

Anche le ministre però vanno in vacanza
Alla fine sì, a Natale di quest’anno.

Che ha fatto? Se si può raccontare
Certo, adesso sì. Ho scelto di andare con mio marito e il mio cane in Puglia. Ho fatto yoga per la prima volta in vita mia. Pensavo di annoiarmi, invece…

Fare la ministra è un lavoro?
Fare la ministra è un lavoro, ma secondo me è una responsabilità pubblica. Non è una professione come le altre, per la quale ti prepari, è una rappresentanza di interessi, è una missione. Faccio fatica a dire che è un lavoro, non perché non è un impegno, ma perché è una libera scelta.

Una scelta in cui si viene scelti
Non lo fai perché c’è un percorso di carriera, lo fai perché hai una storia, perché vieni candidata alle elezioni, e poi la carica ti viene proposta. C’è un elemento importante: la scelta, scegli che la tua vita sia messa a disposizione di un interesse che non è strettamente di carriera professionale ed economica, e questa scelta l’ho fatta dall’inizio.

Quando di preciso?
Nel 1974 a Milano. Avevo iniziato il mio percorso, ero dipendente del Comune nel settore della Scuola e dell’Infanzia: avrei potuto andare avanti, oppure scegliere di fare altro. Me ne è stata data l’opportunità e ho scelto di fare la sindacalista, mi sono appassionata al lavorare per gli altri. Non riesco a chiamarla professione. La politica è una passione.

 

Dicevamo: quella della ministra è una scelta, è contenta di averla fatta?
Ahhh… [ride, ndr] non posso parlare. Diciamo che non mi aspettavo al 12 dicembre 2016 di ricevere una telefonata dell’attuale premier, che mi chiedesse questa disponibilità. Anche perché tre ore dopo bisognava andare a giurare.

 

Com’è andato quel giorno?
A me è andata così: era un lunedì, la mattina ero alla direzione del PD – all’epoca ero vicepresidente vicaria del Senato – ricordo che ero vestita sportiva. Quel giorno avevo deciso di andare nell’ufficio di mio marito, che era a capo della segreteria politica di Minniti. Siccome sapeva che il governo cambiava stava facendo gli scatoloni. Io avevo deciso che andavo da lui, lo guardavo mentre faceva gli scatoloni, e intanto facevo le mie cose. Ero seduta sul divano quando ho ricevuto la telefonata.

Suona il telefono e poi?
Non me l’aspettavo, nessuno mi aveva detto nulla prima. Tra l’altro i nomi che si leggono sui giornali: lasciamo perdere… mi fermo qui. Non è stato semplice arrivare a dire sì, tanto che ho detto “Scusa, ma sto facendo questo e quest’altro… ma soprattutto perché?”.

Già, perché?
Per le tue caratteristiche, la tua storia, la tua capacità di ricucire”, l’espressione è stata proprio “ricucire in un periodo complesso e lacerato”. Ho fatto fatica. “Ho tempo per pensarci?” ho chiesto “No perché tra due ore si giura. Hai tempo di andare dal parrucchiere”. Alla fine, neanche quello. Ho avuto il tempo di andare a casa a cambiarmi.

Nominata quando Renzi aveva appena perso il referendum
All’epoca si discuteva di quanto durava o potesse durare il governo.

 

intervista valeria fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Invece a marzo si conclude la legislatura: com’è andata?
Penso di avere dimostrato quella che è sempre stata la mia caratteristica, riconosciuta da chi ha operato con me, anche dal punto di vista di parti differenti: sono una persona che analizza, approfondisce, ascolta, incontra, dialoga e si assume la responsabilità della decisione. Anche se non è stato semplice.

L’hanno attaccata spesso
Presa di mira per le mie caratteristiche, ho subìto attacchi non di merito, ma personali: non è la stessa cosa.

Tutta la storia del gender nelle scuole, partita da Adinolfi…
Non era mai avvenuto che ci fosse una ministra così laica e femminista.

 

Non so se ricorda la manifestazione “Giù le mani dai nostri figli”, c’erano tre bersagli: uno ero io. Perché avevo presentato un disegno di legge sull’educazione di genere.

 

Qualcosa da ricordare di quest’anno?
La cosa più importante per me è stata costruire, lavorare perché l’insieme della società italiana considerasse l’investimento in quello che io ho chiamato “la filiera della conoscenza” e del sapere un punto chiave dell’investimento di un Paese.

A proposito di conoscenza: né io né lei siamo andati a scuola con uno smartphone, o in un’epoca in cui internet era davvero di massa
Il digitale è uno di quei cambiamenti, di quelle innovazioni tecnologiche, che fanno fare un salto quantico. Siamo in ritardo di innovazione da questo punto di vista, e lo siamo anche dal punto di vista della comprensione di che cos’è il digitale.

Ci dobbiamo ancora rendere conto di cosa cambia?
Per me questo è un punto fondamentale. Il digitale cambia i rapporti di produzione, di consumo, di velocità delle innovazioni, ma cambia anche gli aspetti cognitivi. E qui scatta una nuova responsabilità del mondo della scuola, a partire dal Ministero, dai docenti e così via.

Smartphone a scuola, a che punto siamo?
Noi avevamo un decreto ministeriale del 2007, sottoscritto dal ministro Fioroni, che proibiva l’utilizzo degli smartphone nelle scuole. Nel momento in cui c’è un decreto ministeriale per me è un punto di regola. Se non va bene lo devi cambiare, sennò lo applichi. Abbiamo fatto l’iniziativa nazionale sulla scuola digitale a luglio 2017, ho posto il tema di formare e istituire una commissione di esperti con competenze pedagogiche e psicologiche, docenti e presidi.

C’era stata un’intervista su Repubblica, un dibattito su Avvenire, ricordo
Non solo, il punto vero è che Repubblica fa il titolo a settembre: “Svolta della ministra Fedeli: “Smartphone in aula a scuola. Dico sì, sono un aiuto””. Un’informazione impropria, non decido io: c’è una commissione di esperti, discutiamo dell’uso dei device, compreso lo smartphone, su come vengono utilizzati e vediamo quali sono le regole con cui quei dispositivi si utilizzano nelle ore scolastiche.

 

intervista valeria fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tra famiglie e studenti c’è parecchio da fare sul tema
L’argomento centrale sono i contenuti: come insegno ai ragazzi davanti a questa nuova opportunità? È una questione enorme. Con quali regole e sotto le responsabilità di chi si possono o non si possono utilizzare i device? Non c’è solo lo smartphone. Quando sei nell’ora di scuola o di studio, o lo utilizzi a quei fini perché lo fai sotto la responsabilità di un docente, oppure non ha senso. Il tema non è solo proibire.

Più che di strumenti tecnologici, è una questione culturale
Qual è la radice del bullismo? Del sessismo? Della violenza sulle donne? Del razzismo? Il fatto che tu non accetti di non discriminare nessuno in base al sesso, la razza, le opinioni. Pensi che ci sia qualcuno che deve dominare sull’altro per le sue caratteristiche soggettive. La radice è la stessa, discriminare, sopraffare l’altro per dominarlo. Per me il manifesto democratico più importante è l’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Come si cambiano le cose?
La legge italiana ti dice che devi prevenire, quindi nella scuola serve creare condizioni diverse, per le donne, per i ragazzi, per le ragazze, per rompere gli stereotipi.

 

Tu non è che per essere maschio, devi per forza essere aggressivo, possessivo, geloso, e così via. Allo stesso modo bisogna spiegare alle ragazze che per amare non si deve essere subalterne, o fare sempre quello che ti dice “lui”.

 

Nel 2011 era stata tra le organizzatrici di Se non ora quando?
Ai tempi di Se non ora quando? era successa una cosa straordinaria. Eravamo una serie di donne amiche che si ritrovavano insieme, che coglievano un fermento nella società che non riusciva a esprimersi, rispetto ai comportamenti rappresentati nelle istituzioni. Abbiamo colto nel segno, perché a rivedere piazza del Popolo a Roma nei filmati dell’epoca c’erano persone che non erano mai scese in piazza, ma che sentivano c’era in gioco la dignità delle donne. Anche degli uomini che non erano rappresentati da quel modello maschile. 

Adesso siamo nel 2018 di #MeToo e dello scandalo Weinstein. In cinque anni cosa è cambiato?
Le donne hanno preso una forza in più. Da quel palco abbiamo detto “Non torniamo indietro”, e nessuna delle protagoniste è tornata indietro. Io credo che siano cambiate molte cose. Penso che lì sia partita un’onda lunga che alle elezioni del 2013 ha portato – e non era mai successo prima – il 30% di donne nel parlamento italiano. Donne motivate.

 

intervista valeria fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Non si torna più indietro: si è alzata un’onda?
È tipico. Se guardate la storia delle donne italiane dalla Costituente a oggi – e guardatela di più, era una netta minoranza, ma senza di loro alcuni articoli straordinari non ci sarebbero stati – c’è sempre un movimento carsico che non si disperde, che ha momenti in cui ritorna alla luce e diventa un fenomeno che segna la società. Quando affermi un diritto o la dignità di una donna, lo affermi per tutti, sono cambiamenti che fanno vivere meglio donne e uomini. Sono passaggi che innovano la qualità della vita di tutti.

E se non fosse la buona battaglia è un libro di Claudio Giunta che si interroga su come riformare l’istruzione umanistica nei liceo e nelle scuole superiori. Qual è la sua posizione?
La cultura umanistica è fondamentale. Non scherziamo. Dobbiamo recuperare il gap che c’è sui percorsi di cultura nelle materie scientifiche e tecnologiche, soprattutto per le ragazze, ma guai ad abbandonare la fondamentale cultura umanistica. E guai ad abbandonare anche la funzione del sapere, non solo del sapere per lo sbocco professionale: il sapere in sé, è la più straordinaria forza che si ha nella tua vita.

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