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Curare è cambiare

Il vulcano, la periferia, la letteratura e le sorprese: un tuffo nel mondo di Milovan Farronato.

di Elisabetta Donati De Conti

Milovan Farronato è una delle punte di diamante dell’arte contemporanea internazionale, una pietra preziosa composta in grandissima parte da italiani all’estero. Fondatore del festival di arti performative di Stromboli e direttore del Fiorucci Art Trust, ha insegnato allo IUAV di Venezia e diretto DOCVA Via Farini, si è cimentato in mostre anticonvenzionali e moltissimi altri progetti; ora è di stanza a Londra.

Nel 2019 ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, ed è stato brevemente protagonista di cronaca per aver attirato su di se alcune critiche di bassa lega a causa della sua estetica eclettica, specchio di una personalità entusiasta, scoppiettante e decisa, di sicuro non maschera di competenze claudicanti.

Ad apparenza corrisponde infatti anche molta sostanza, e la sua risposta è stata tacita grazie a curriculum e capacità eccezionali, che si sono manifestate – solo perché è l’ultimo esempio in ordine cronologico- anche nella rassegna lagunare, rivelando la sua natura precisa, metodica e analitica. A distanza quindi di un paio di mesi dalla chiusura di Né altra né questa: la sfida del labirinto, lo abbiamo incontrato per sapere che sapore lascia in bocca un’esperienza di questo calibro.

Come si diventa curatori? E come è iniziata la tua carriera?
Immagino che oggi lo si diventi attraverso un percorso di studi programmato e grazie a una conoscenza, anche se embrionale, del settore dell’arte contemporanea e delle sue logiche. 

 

Una professione così sfaccettata richiede desiderio e dedizione, ma anche capacità specifiche. 

 

Di scuole per curatori ne esistevano anche ai miei tempi, che non sono così remoti, ma il mio percorso è stato caratterizzato da graduali scoperte e proliferazione di interessi fino a una focalizzazione sulla materia di cui ora mi occupo a tempo pieno. Non escludo che le stesse competenze a un certo punto mi possano portare altrove, un luogo metaforico verso il quale navigare e talvolta anche naufragare.

 

Lasciarsi un margine di sorpresa è, creativamente, sempre uno stimolo irrinunciabile.

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come ci si comincia a relazionare con il lavoro di un artista contemporaneo?
Dipende a quale tipologia di relazione si vuole fare riferimento. Se devo scrivere un testo, per esempio, mi documento sulle opere realizzate dall’artista e sulle mostre a cui ha partecipato, preferibilmente dal vivo oppure attraverso gli archivi che ne trattengono tracce qualificanti o anche frugali. 

 

Prima di tutto tendo a incontrare l’artista di persona, se possibile, e a visitare il suo studio. 

 

Non mi curo inizialmente della bibliografia già redatta al riguardo per non lasciarmi influenzare, soprattutto perché cerco di rifuggire dall’idea di ripetere cose già dette con nuove perifrasi più o meno avvincenti. Quando invece il punto di vista su un lavoro oppure su un artista è già molto chiaro, allora mi documento e leggo ciò che altri hanno asserito in merito, per accorgermi talvolta che mi sono allineato a un orizzonte interpretativo già esistente. A quel punto mi piace dichiararlo, non per citazione diretta, ma per un doverosa ammissione di comunanza di visione con chi ha già formulato la sua.

 

Curare una mostra è una forma di corteggiamento che richiede un tempo variabile, soprattutto perché è sempre necessario fare un passo indietro rispetto alle proprie letture e portare in primo piano il soggetto dell’investigazione. 

 

E poi, come in ogni ricetta che si rispetti, ci sono ingredienti, e soprattutto dosaggi, che devono rimanere segreti. Ognuno ha il suo.

 

Nei mesi in cui una mostra rimane allestita, lo sguardo del curatore su di essa cambia? Se sì, in che termini?
Talvolta si inaugura una mostra e poi la si abbandona. Triste da dire, ma è un precipitato frequente, una sorta di climax crescente per cui l’apertura al pubblico coincide con la conclusione emotiva del proprio lavoro, dei vari ripensamenti e approfondimenti, degli spostamenti, delle zone d’ombra e di quelle in luce. Talvolta, invece, si progettano mostre che crescono o cambiano le proprie sembianze durante la loro manifestazione. L’attenzione quindi non decade, ma resta costante poiché la fine diventa un nuovo inizio, almeno immaginifico, l’ultimo atto imprescindibile per una piena consapevolezza e per la sedimentazione dei contenuti esposti. E ci sono poi anche le mostre o i progetti che tornano, rivisitati a distanza di tempo.

 

In questo senso lavorare in saga mi pertiene, mi piace non avere mai il senso della fine — e neanche del fine, dello scopo.

 

Spesso accade anche di dover attivare una mostra nel suo svolgimento con eventi collaterali ed educativi per stimolare il pubblico, per offrire approfondimenti e per generare altre riflessioni.

 

Rivedere una mostra durante il periodo in cui rimane allestita, senza avere un ruolo attivo ma solo come osservatore, aiuta a comprenderla meglio e a visualizzare altre sfumature che non erano state messe in conto dall’inizio: talvolta aiuta persino a svelare “bugie inconsce”.

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Per quanto riguarda il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, come sono cambiate le tue sensazioni da maggio a novembre?
Nel Padiglione Italia per me è stato fondamentale assistere al programma di educazione condotto da Christodoulos Panayiotou, rivolto a danzatori delle scuole di ballo in tutta la penisola. L’intento era quello di ipotizzare la coreografia di una danza mitologica, quella della gru che Teseo aveva iniziato sull’isola di Delo con i guerrieri sfuggiti al labirinto di Minosse e del Minotauro. In quell’occasione vedere i partecipanti percorrere lo spazio, muoversi freneticamente nei suoi anfratti durante l’apertura al pubblico della mostra, mi ha permesso di capire le potenzialità performative del labirinto che ho creato insieme a Liliana Moro ed Enrico David, e con la preziosa presenza astrale di Chiara Fumai. Si è generato uno spazio da percorrere, da vivere e da movimentare.

 

Ne ero già al corrente in parte, ma in quel momento, con quell’ethos accelerato, diverso dal semplice passaggio dello spettatore, questo tassello del nostro progetto risultò cristallino nella sua vera natura. Solo apparentemente tutto era silente e immobile nel labirinto del Padiglione Italia. 

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Potresti raccontarci un aneddoto in particolare?
La proiezione del film di documentazione del Padiglione, realizzato dall’artista Anna Franceschini il giorno prima della chiusura della Biennale, è stata la conclusione perfetta dell’esperienza nel suo complesso. L’autrice ha portato sugli schermi un’altra prospettiva di visione e rivisitazione di quegli spazi, delle opere che li hanno vissuti e delle presenze che li hanno animati. E così si è formato un ulteriore elemento di transito che sopravvive insieme al catalogo.

 

Il giorno seguente la proiezione ero atteso insieme a tutto il mio team e agli artisti per un’ultima visita collettiva. Mi sono negato. Il finale lo avevo già vissuto.

 

Che futuro intravedi per le rassegne culturali internazionali come la Biennale?
Un futuro longevo. Un lungo pellegrinaggio. Una proliferazione gradita e gradevole. Vorrei solo che queste manifestazioni si distinguessero sempre di più e in maniera sempre più netta dalle fiere. Anche queste ultime offrono spazio per un panorama allargato e internazionale, ma spesso sono prive di una visione d’insieme e di un approccio curatoriale — anche se quest’ultimo aspetto non è sempre vero.

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Recentemente hai paragonato i linguaggi dell’arte al micelio, che intesse connessioni e nutre altre strutture. In che modo sarebbe invece, viceversa, appropriato nutrire i sistemi artistici in una tua visione ideale?

 

Mi piace il micelio come metafora di una visione non centralizzata, che al contrario prolifera nelle periferie.

 

Per questo motivo, ma non solo, ho spesso amato realizzare progetti in luoghi remoti, come Stromboli o la foresta della Polonia poco a nord di Cracovia. E poi viceversa mi sono piacevolmente sorpreso quando questi stessi progetti sono migrati, per invito di altre istituzioni che volevano collaborare con noi, in metropoli e centri altamente popolati come San Paolo in Brasile o Dhaka in Bangladesh.

Che momento sta vivendo l’arte in generale? Quali sono gli argomenti più urgenti che affrontano gli artisti oggi?

 

Immagino quelli legati all’ecologia e alla salvaguardia del pianeta, si tratta di un’urgenza su vari fronti. Anche l’arte quindi contribuisce al dibattito, in modo più o meno diretto e più o meno metaforico.

 

Trovo ad esempio molto interessante a questo proposito il lavoro dei Cooking Sections, duo formato da Daniel Fernández Pascual e Alon Schwabe particolarmente dedito a questo tema, e le programmazioni di alcuni spazi di ricerca e approfondimento come Delfina Foundation o Gasworks, entrambi a Londra.

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

L’arte può generare cambiamento? Come e verso cosa?
Di certo l’arte aiuta a raggiungere un livello di consapevolezza maggiore, talvolta attraverso frizioni o scontri; non tutto è perfettamente oleato. Questa consapevolezza aiuta a prendere decisioni più ponderate e aiuta ad essere meno vittime delle circostanze o di altre influenze.

Come è nato, con quali spinte, desideri e obiettivi, il festival Volcano Extravaganza – da te fondato nel 2011 e giunto quest’anno alla decima edizione?
Il festival è nato per desiderio della fondatrice del Fiorucci Art Trust, Nicoletta Fiorucci, di collezionare non solo opere, ma anche esperienze. Come pellegrini ermetici cercavamo un luogo dove attivare en plein air nuove dinamiche e nuovi modi per promuovere l’arte e gli artisti e per creare per loro un dialogo stimolante.

 

Stromboli, un triangolo emerso dal mare che a intervalli regolari erutta il suo verbo – talvolta sussurrato, altre volte urlato – ci è sembrato il più suggestivo fondale e palcoscenico: quello che accade a Stromboli è una time based exhibition.

 

Una mostra resa possibile proprio dalla sua interazione con la variabile del tempo, nella quale ogni intervento, ogni processione, parata, invocazione, dichiarazione d’amore o di guerra, si compie nel breve volgere di alcune albe e altrettanti tramonti.

 

Stromboli è per noi un luogo di continui stimoli; in questi giorni sto rileggendo Nietzsche che vede, o crede di aver visto, Zarathustra entrare nel suo cratere.  

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Qual è l’opera che per te ha rivoluzionato la storia dell’arte contemporanea? Qual è il libro più significativo che hai letto? Quale il film che hai visto?
Non saprei. Potrei rispondere in base alla stagione della mia vita. Attualmente, per esempio nell’ambito della letteratura, risponderei Clarice Lispector, poco tempo fa avrei detto Calvino, un decennio fa Pasolini. Se mi chiedessi quali opere hanno segnato gli ultimi anni ti risponderei con maggiore certezza perché si tratterebbe di enunciare un insieme con un qualificante gioco di costanti e variabili.

 

Non ho feticci, ma non voglio neanche eludere la domanda: oggi penso che il lavoro di Goshka Macuga sia particolarmente significativo e che l’artista polacca abbia introdotto un diverso, importante approccio. Quello che apprezzo del suo lavoro è la ricerca intellettuale avvincente sposata a una dimensione emotiva mai fredda.

 

Tra le sue opere citerei The Nature of the Beast, presentata per la prima volta alla Whitechapel di Londra e attualmente in collezione del Castello di Rivoli. E non è necessario leggere il comunicato stampa o il testo d’accompagnamento per sentire l’opera, anche se ovviamente con quelle informazioni si arriva a una migliore comprensione del lavoro. 

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E qual è invece la mostra che ha cambiato per sempre il tuo modo di lavorare e il tuo sguardo sull’arte?
Non si tratta mai di una singola, unica esperienza, ma di una concatenazione di eventi che agiscono uno sull’altro anche a distanza di tempo.

 

Viceversa confido anche sempre di contribuire a nuove rivoluzioni, perché quando ci si arresta in una zona o in un momento di comfort si diventa storici dell’arte. 

 

Preferisco invece pensare di riuscire, anche con difficoltà, a mantenere costante un legame con il mio tempo e con il me che cambia insieme ad esso.

 

Milovan Farronato intervista

Milovan Farronato © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cosa consiglieresti a un giovane italiano che ambisce a diventare curatore?
Di decidere per tempo a quale girone, cornice o sfera appartenere, nella consapevolezza che poi si fa sempre in tempo a movimentare la situazione e a cambiare prospettiva.

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