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Immensamente Monica

Monica Vitti: ovvero la migliore di tutte, che ha fatto innamorare tutti. Vita, dolcezze e splendori dell’ultima mattatrice italiana

di Silvia Bottani

Monica Vitti: ovvero la migliore di tutte, che ha fatto innamorare tutti. Vita, dolcezze e splendori dell’ultima mattatrice italiana

Prima di tutto, sgombriamo il campo dagli equivoci: Monica Vitti, Roma, 3 novembre 1931, è viva. Sparita dalle scene da tempo, ma viva. Non fate come Le Monde che nel 1988 le aveva tirato i piedi, con una gaffe mondiale. L’attrice, con classe, aveva ribattuto ringraziando perché il giornale le aveva così allungato la vita. Ormai lontana dalle scene, ma tutt’altro che dimenticata.

Con questa distanza, dovrebbe essere più semplice scrivere di lei. In fondo Monica Vitti è tutta lì, nei suoi oltre cinquanta film e nei suoi personaggi, con la sua comicità, la sua presenza calorosa, la biondezza. Poi ti siedi, ci pensi su e cominciano i guai, perché provi ad afferrarla e ti sfugge, hai l’impressione di lasciare indietro dei pezzi, di perderti delle cose. Racconti la superficie ma lei, pur nel suo splendore solare, rimane distante come un miraggio.

Deve essere stato questo a far innamorare tutti: l’illusione che sia proprio lì, a un passo da te, bellissima eppure pronta a scoppiare in una risata o ad addentare un supplì, per poi scappare via come un gatto. Sarà stata l’ombra, il fuori scena che ci ha ammaliati. D’altronde Monica è una che dice “Ormai l’avrete capito: se ci vedessi chiaro, e ne fossi capace, mi sparerei un colpo di rivoltella. Purtroppo, non so organizzarmi” e poi chiude la porta e va a giocare a carte con gli amici. Noncurante come una vera signora, insomma.

Del suo volto pubblico conosciamo la sincerità nella finzione e l’umanità, dalle paillettes dell’avanspettacolo RAI al picchetto d’onore ai funerali di Enrico Berlinguer nel 1984, accanto a Fellini e Mastroianni. Del suo mistero, abbiamo carpito frammenti sparsi nelle interviste, pensieri “come farfalle” che lasciavano intuire un’inquietudine febbrile che l’ha accompagnata per tutta la vita: i brutti sogni, le dimenticanze, i risvegli scombussolati, ma anche una dolcezza struggente e l’orgogliosa rivendicazione del proprio essere caparbiamente fuori norma.

Un po’ Polvere di stelle e un po’ La notte, Monica Vitti ci ha fatto ridere forse per non piangere, per trovare un suo senso allo stare al mondo.

 

Quando a 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra, e facendo ridere il più possibile. Ci sono riuscita bene in teatro, nella vita molto meno. È stato come, per un naufrago, trovare un relitto a cui aggrapparsi.

 

Anche noi ci siamo aggrappati a lei, ai suoi film: negli anni ‘60, dove tutto era una scoperta, Cinecittà e Roma erano una cosa sola – ed erano il posto più bello del mondo – poi negli anni ‘70, per trovare un angolo sereno sotto un cielo di piombo e, infine negli ‘anni ‘80, quando ci siamo accorti che tutto era già quasi passato e cominciavamo, di nascosto, a diventare sentimentali.

Poi, a un certo punto, pufff, Monica è scappata. Uscita di scena, per meglio dire. Ci manca tanto, e Vanity Fair ce lo ha ricordato dedicandole una copertina in contumacia per i suoi 80 anni. Nell’assenza, andiamo a cercarla provando a costruire una mappa del suo corpo fisico e artistico, mettendo insieme le tessere del puzzle, uno alla volta. O, se preferite, i fagioli sulla cartella della tombola. Che peraltro non le sono mai piaciuti.

Voce

La sineddoche di Maria Luisa Ceciarelli, nata a Roma il 3 novembre del 1931, in arte Monica Vitti. Anche grazie a quel modo unico di parlare è diventata la sola mattatrice italiana, l’unica donna a potersi fregiare di quel titolo accanto ai Gassman, Tognazzi, Sordi, Manfredi. Si è divisa con la stessa dedizione tra ruoli comici e drammatici, anche se è nella commedia che ha trovato la sua espressione più compiuta. Ironica e autoironica, si forma all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, dove gli insegnanti cercano di intervenire sulla sua voce, quel timbro roco che viene inizialmente additato come un difetto. Grazie al cinema quella voce conquisterà il grande pubblico, un cocktail di candore e sensualità, allegria popolare e fragilità esistenziale alla Serge Gainsbourg.

Complemento perfetto a una simpatia travolgente, a detta di tutti, alimentata da una intelligenza viva. Chissà se quella rochezza è biologia o se viene da lontano, come il riflesso di un antico malessere? Monica è la terzogenita di una famiglia borghese, la “femminuccia” come viene chiamata, oppure “smemoratella” o “sette sottane” dato che, per via della sua freddolosità, si veste a strati. Nasce a Roma e poi vive i suoi primi anni in Sicilia, durante la guerra. La sua non è un’infanzia felice: è testimone dei conflitti familiari, dei silenzi e del ruolo che le viene assegnato in qualità di figlia femmina, una condizione che la costringe a seguire regole rigide e rinunciare alla sua naturale vitalità.

A casa non si fanno domande, tutto viene nascosto come la polvere sotto il tappeto per poi venire dimenticato. È la buona borghesia, bellezza: “ho cercato di sostituire questa mancanza di storia con l’invenzione: non con una bugia, solo con la sostituzione di un fatto con un altro, così almeno mi restava qualcosa”. Una condizione che le trasmette insicurezza e che amplifica il desiderio di attenzione. Recitare si rivela subito “Un istinto proprio. Credo che recitare sia una necessità, un bisogno”.

 

Stavo con i miei fratelli in Sicilia e c’erano i bombardamenti, e noi andavamo nello scantinato. Nello scantinato non si sapeva cosa fare, gente parlava della vita, gente piangeva e noi avevamo costruito un teatrino: avevamo messo una coperta, poi facevamo i pupazzi, disegnavamo gli occhi, il naso, la bocca e facevamo, parlavamo. Quello è stato il primo spettacolo che io ho fatto.

 

Debutta a quattordici anni in un teatrino a Roma con La nemica di Niccodemi, nel ruolo di una donna matura, provando di nascosto dalla madre che tuona “Mai, tu non reciterai mai. La polvere del palcoscenico corrode l’anima e il corpo”. Tenta l’ammissione all’Accademia e viene respinta. Riprova per l’anno successivo, il verdetto è positivo: “Merita, molto meglio dell’ultimo anno. Voce velata ma non sgradevole.”, dice la commissione d’esame.

 

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Monica Vitti nel 1984 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Ma le vicissitudini non sono finite, tanto che si sottopone a una visita medica presso l’Accademia e le viene riscontrato un problema alle corde vocali. Di fronte al medico che le comunica di dover informare Silvio D’Amico, preside dell’Accademia, lei risponde con una boutade, minacciando di buttarsi sotto una macchina. Il medico la prende in parola e la fa ammettere. Sergio Tofano, suo insegnante all’Accademia, la chiama “la Cecia” e le consiglia di giocare con i suoi difetti.

Si diploma nel 53’ e prende il nome d’arte con cui diverrà celebre. Il rapporto con i genitori, specialmente la madre, però non migliorerà: “Mia madre si vergognava di me. Quando parlava dei tre figli, diceva “Ho un figlio avvocato, straordinario, che ha tre coppie di gemelli; ne ho un altro straordinario che fa il giornalista.” Poi, sottovoce, diceva “Ho una figlia attrice.” Malgrado le difficoltà e una voce così singolare, Monica lavorerà anche come doppiatrice: ne Il grido (1957) di Antonioni, in Accattone (1961) e poi ne I soliti ignoti di Mario Monicelli e Senti chi parla adesso! (1993), doppiando, nella versione italiana, Diane Keaton. Aveva ragione Sergio Tofane, a dirle di puntare sui difetti.

Naso

Il naso di Monica Vitti è un naso da Minerva, che non la rende fotogenica, ma se lo tiene stretto e rifiuta di ritoccarlo. Nel suo caso, la sua imperfezione dona carattere a un viso spruzzato di lentiggini e dai lineamenti aristocratici, quasi statuario. La sua comicità però non scaturisce dalla bruttezza, al contrario Monica è avvenente; eppure fa ridere. Piuttosto, è l’aderenza ai suoi personaggi ciò che li rende così colorati e veri, la precisione maniacale con cui si dedica a provare e riprovare, smontandoli fino a trovare l’incastro giusto, tanto da venire paragonata a Carole Lombard.

 

Le sue donne sono spesso eroine tragicomiche, svagate, nevrotiche, ma trovano una forma di riscatto nella propria autenticità. Una metafora anche della sua carriera, nella quale è riuscita a superare la diffidenza del pubblico per affermarsi come attrice popolare dopo la tetralogia di Antonioni, che per un periodo la cristallizza nel ruolo di “musa dell’incomunicabilità”

 

Ricordiamoci infatti che alla prima de L’Avventura a Cannes, il pubblico fischia.

Poi, il giorno dopo, viene pubblicata la lettera aperta firmata da Rossellini e trentasette cineasti che incoronano il film come capolavoro, definendolo “il più bel film mai presentato a un festival”. Negli anni a seguire il grande pubblico ricorderà comunque quei film come l’emblema della cripticità, una sorta di equivalente fantozziano della Corazzata Potëmkin. Un’idiosincrasia alimentata da un astio anti-intellettuale, una distanza in qualche modo condivisa anche dalla Vitti che, malgrado la ritrosia nel definirsi, si dipinge come “una donna semplicissima, non colta, comunque non intellettuale, che cerca in tutti i modi di legare con la realtà”. Una semplicità che non le impedisce però di diventare compagna proprio di Michelangelo Antonioni e di amare il suo cinema autoriale.

Tornando al naso, c’è anche quello metaforico, che l’aiuta a individuare le parti più adatte a lei. Una sensibilità quasi olfattiva che le fa scegliere ruoli indimenticabili.

Tra questi, alcuni meritano in special modo di essere rivisti come i quattro film di Antonioni – lei e Alain Delon ne L’Eclisse (1962) sono praticamente due divinità -, Modesty Blaise, la bellissima che uccide (1966) di Joseph Losey, La ragazza con la pistola (1968) di Mario Monicelli, che intuisce per primo il suo potenziale da screwball comedy e che sancisce la sua conversione definitiva alla commedia, Dramma della gelosia di Ettore Scola (1970), il cinico Polvere di Stelle (1973) di Alberto Sordi in cui duetta nel celebre motivetto “Ma ‘ndo Hawaii/se la banana non ce l’hai”, e ancora Teresa la ladra di Carlo di Palma, tratto dal libro di Dacia Maraini in cui Monica realizza una delle più intense interpretazioni della carriera, fino al genio di Luis Buñuel de Il fantasma della libertà (1974). Ciliegina sulla torta: L’anatra all’arancia (1975), con uno smagliante Ugo Tognazzi.

Non elenchiamo i premi, basti per tutti il Leone d’Oro alla Carriera ricevuto nel 1995 a Venezia.

Capelli

I capelli di Monica Vitti sono il cinema. Ancora più che in tv e in teatro, non c’è un film in cui i suoi capelli non abbiamo impegnato almeno un’inquadratura memorabile, con quella forza seduttiva e quella massa vaporosa che li caratterizza. Nella versione vamp, bionda e cotonata oppure mora, sobria, i suoi capelli sono una parte vitale del racconto di sé, dentro e fuori dal personaggio.

Vederla davanti al fotografo che si passa le mani nei capelli, li spettina e li arruffa, poi getta la testa all’indietro e il broncio si apre al sorriso, è assistere al mistero della recitazione, della finzione che si rovescia nella realtà e viceversa. Sono loro uno dei motivi per cui si ricorda Deserto rosso (1962), forse il capolavoro di Antonioni, film nel quale Monica pronuncia la ormai mitologica battuta “Mi fanno male i capelli”, frase della poetessa Amelia Rosselli e diventata – suo malgrado – una citazione comica.

Una battuta che Monica ricorda bene: “Mentre facevo Deserto rosso di Antonioni, mi domandavano: “Ma è vero che le fanno male i capelli, come nel film?”. “Sì” rispondevo “ma solo il mercoledì e il giovedì.” Loro ridevano e poi smettevano di colpo, senza capire se era uno scherzo o la verità. Che i capelli mi abbiano sempre fatto male, a me sembra molto naturale, cioè mi stupisco che non abbiano fatto male anche agli altri. Ė una parte del corpo, ha diritto al dolore. Ma intanto qualcuno ha approfittato per etichettarmi: “Le fanno male i capelli, poverina, che ci vuoi fare, è alienata.”. Deserto rosso, come forse qualche lettore sa, è stato ispirato da una mia depressione. Certo, se non ci fosse stato Michelangelo accanto a me, “mi fanno male i capelli” sarebbe stata solo una frase ridicola. Invece l’artista ci inventa sopra Deserto rosso. Qualunque inezia può essere degna di attenzione. Per un artista, intendo dire, gli altri possono anche giocare a carte.

Occhi

Occhi da gatto, allungati e sottili, cangianti. Nudi, oppure schermati dagli occhiali da vista, perché ci vede poco. I suoi occhi sono anche occhi tecnici, da regista e da montatrice, che hanno letto e riletto e modificato le sceneggiature per cucirsi addosso i propri personaggi: ne scrive proprio nell’autobiografia quando racconta delle sue giornate alla moviola alla ricerca della formula per montare spezzoni di film.

Giornate talvolta a un passo dalla “smarginatura”, come direbbe la Lila di Elena Ferrante, che raccontano di un avanzare da funambola, sospesa tra gioia di vivere e disperazione: “A volte mi sento svanire piano. Non invecchiare, ma svanire, e mi spariscono attorno anche le sedie, i quadri. Le lampade si disfano come se fossero di pasta e si mescolano tra loro. Qui c’è qualcuno, o qualcosa, che ride alle mie spalle. Il tavolo si è allungato. Non per il calore solare, ma per stanchezza. Si è squagliato sulla poltrona, sembra un cuscino disfatto, appeso a un capello. Salvador Dalì sta prendendomi in giro. (…) Ieri era un giorno tutto compatto: perché oggi cose e persone mi si disfano come neve al sole?”.

Mani e piedi

Monica Vitti è una persona, bionda, 1.72-1.74, occhi verdi, capelli biondi, purtroppo 39 e mezzo di piedi, mani grandi, grandi mani”. I suoi piedi grandi che le fanno fare la strada da casa all’Accademia, poi al teatro, davanti alla macchina da presa e alla tv. Piedi che, quando arriva sul set, sempre in ritardo com’è, spettinata, struccata e bellissima, la fanno inciampare.

 

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Monica Vitti nel 1984 © Edoardo Fornaciari / LUZ

 

Che la portano come giurata a Cannes, nel 1968, nell’edizione poi annullata, dato che Truffaut e Godard chiedono ai giurati di solidarizzare con gli scioperi di studenti e operai. E le mani? Le mani sono quelle che prende in faccia. Avete mai contato quanti schiaffi ha ricevuto nei suoi film? Tanti finti, ma qualcuno vero, come quello di Montesano in Camera d’albergo (1981) di Mario Monicelli.

Cuore

Il suo cuore deve essere grande e soggetto a singhiozzi, raffreddamenti, innamoramenti improvvisi e lunghi incendi. Tre gli amori da raccontare: Michelangelo Antonioni, Carlo di Palma e Roberto Russo, che diventa anche suo marito. Tre uomini molto diversi, tre momenti di vita che sembrano vite differenti.

Con Antonioni, una storia intensa e complicata, argomento di rotocalchi e paparazzi: sono gli anni ‘60, lei è nel pieno del suo splendore giovanile, lui è bello e ombroso, insieme animano i gossip di Cinecittà. Hanno due case comunicanti ma indipendenti a Roma e una in Sardegna – la “binishell”, realizzata da Dante Bini – una sfera futuristica immersa nella macchia mediterranea della Sardegna, oggi purtroppo abbandonata e, come una rovina di Piranesi, testimone di un momento di felicità irripetibile.

Colui che prende il posto del regista ferrarese è ovvero Carlo di Palma, geniale direttore della fotografia che ama vestire di bianco e che realizza la fotografia di Deserto rosso, sorta di equivalente filmico delle avanguardie pittoriche del tempo. Monica lavorerà in molti film insieme a lui, condividendo un pezzo di vita cinematografica e una grande amicizia, oltre a una storia d’amore. Di lui Woody Allen disse “Nessun altro potrà mai dare la stessa luce a Manhattan, sospesa tra verità assoluta e invenzione pura”. Ci piace pensare che la magia con cui ha illuminato il mondo abbia saputo illuminare anche Monica.

Infine, Roberto Russo, il regista con cui si accompagna nella fase matura della vita. Lavorano insieme a diversi progetti, partendo da Flirt (1983), Francesca è mia (1986), a teatro con La strana coppia, Primapagina, Passione mia per la tv, fino all’ultimo film, Scandalo Segreto (1988), in cui Monica firma la regia. Russo è l’uomo che sposa e che le sta accanto anche oggi, dopo decenni di malattia, custode della sua memoria perduta.

 

Lasciatemi l’emozione e tenetevi pure la memoria. Io non la voglio, perché è una truffa, e non la si può nemmeno portare in tribunale perché vincerebbe lei. La memoria non è con me, è contro di me. Sono anni che provo ad allontanarla, cancellarla, l’ho anche presa a schiaffi, a spintoni, e lei subisce tutto pur di restarmi in testa come un cappello di carta velina. Io non la voglio e lei lo sa. Ma qualche volta mi cade in braccio, e mi tocca cullarla. L’ho sentita anche ridere, ieri.

 

Ecco il mistero Monica Vitti, così vicina e così pronta alla fuga, che ride per dimenticare e lotta contro la memoria. E alla fine, testarda, vince lei.

[I corsivi sono presi da Il letto è una rosa, di Monica Vitti, Arnoldo Mondadori Editore, 1995 e Monica Vitti, recitare è un gioco, di Monica Ricci, AG Book Publishing, 2016]

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