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Maternità e tabù

I tabù, i pregiudizi e le difficoltà dell’essere madri. Con “Cattiva”, Rossella Milone cerca di sfatare la maternità tutta rose e fiori da pubblicità in prima serata

di Matilde Quarti

Dentro i pregiudizi e le difficoltà dell’essere madri: con Cattiva, Rossella Milone cerca di sfatare la maternità tutta rose e fiori

Leggere Rossella Milone è un’esperienza difficilmente classificabile. Le sue storie, che siano in forma di racconto o di romanzo, sono crude (ma certo non più della realtà), a tratti spietate. La scelta lessicale è chirurgica, non c’è un termine fuori posto e le parole, affilate, precise, si incastrano alla perfezione in funzione di quello che vuole raccontare. Eppure, questa lettura di vite ridotte ai loro minimi termini, non sminuite – per carità –, semmai raccontate nella loro nuda verità, risulta alla fine confortante.

Va tutto bene”, sembra volerti dire, proprio a te lettore, tra le righe Rossella Milone. Anche quando non racconta esperienze che ti riguardano in prima persona, perché alla fine sappiamo tutti riconoscere la tristezza, il dolore, la rabbia, lo sconforto, quando li incontriamo.

Va tutto bene”, sembra dire Rossella Milone, perché gli argomenti dei suoi romanzi e racconti sono spesso dei tabù: quelle piccole défaillance quotidiane che non portano necessariamente a conseguenze drammatiche, a scene da brutto film melò, ma fanno parte del carico di tutte le vite.

Quando parla, sicura di sé, con un accento napoletano venato di espressioni in romanesco, Milone rivendica incessantemente questo potere della parola, che va analizzata, compresa, utilizzata come uno strumento – come un’arma anche – per agire sulla società.

Nel suo ultimo romanzo, che lei preferisce definire “novella”, Cattiva, uscito con Einaudi, racconta la storia di una neo-madre. Anche in questo caso si tratta di una vicenda di quotidianità semplice, che serve a Milone per scardinare l’ennesimo, stupido, tabù sociale: la maternità tutta rose e fiori da pubblicità in prima serata.

In Cattiva racconti la maternità in modo molto diretto
Il libro va a sfondare un tabù, che è quello del racconto edulcorato della maternità tutta gioie. Quando penso a un libro vado sempre a informarmi su cosa sia stato scritto precedentemente, e mi ha stupito il fatto che intorno alla maternità, alla genitorialità, ci fosse tantissima letteratura, ma ben poca con un’angolazione di questo tipo: il racconto onesto di quello che significa diventare genitore. Ci sono molti resoconti che arrivano all’estremo parlando di depressione post-parto, violenze, infanticidi… insomma, dell’oscurità della maternità, oppure altri che sviliscono gli aspetti più difficili e faticosi della maternità trattandoli con ironia, senza prendere sul serio la questione.

 

A me è sembrato strano: non ci vedo niente di male se un genitore ammette la difficoltà di questa trasformazione. Ammetterlo non significa amare di meno il proprio figlio. Il mio libro vuole affrontare un tema molto forte messo in ombra da un tabù stupido.

 

Infatti la tua protagonista è una donna che non vive grandi drammi
Cattiva è una storia senza infanticidi o violenze: Emilia, la madre, non ha la depressione post-parto e ha una famiglia molto presente. Volevo raccontare una vicenda normale, Emilia ha un parto molto facile, perché non volevo trasformare questa storia di maternità in un esempio di straordinarietà: è proprio la maternità di per sé una straordinarietà. Comporta sia le meraviglie di cui tutti parlano, sia oscurità e momenti di difficoltà, la disperazione di non sapere cosa fare. Una madre è una persona che improvvisamente si trova a compiere uno dei gesti più rivoluzionari dell’essere umano: diventare genitore.

La maternità ha bisogno di un nuovo lessico?
La maternità ha bisogno di una nuova postura, da parte di chi la vive e di chi la percepisce senza essere genitore, da parte delle istituzioni. Deve cambiare a livello strutturale la società, poi a quel punto sarà possibile sviluppare un nuovo lessico.
Il giudizio sulla genitorialità viene prima di tutto dai genitori stessi: quante volte una madre ha pensato di essere una madre cattiva? Non perché lo sia davvero, ma perché sta imparando. Però quest’ammissione sembra illecita agli occhi della società, come se sminuisse l’amore per il figlio. Invece secondo me significa predisporsi a essere un buon genitore. Ovviamente è un discorso molto lontano dalla concezione di genitorialità tradizionale da cui proveniamo.

 

Rossella Milone intervista

Ospedale Anny Mazowieckiej, Varsavia, Polonia, Giugno 2013. Una giovane mamma Polacca con il suo bebè. Dal progetto New Rights for Polish Mothers, racconto della maternità in Polonia e delle nuove tutele per le madri lavoratrici © Isabella De Maddalena / LUZ

 

Nei tuoi libri affronti argomenti culturalmente percepiti come tabù: la tristezza, la paura, le piccole aggressività quotidiane
Questo dovrebbe fare la letteratura: raccontare che l’essere umano è quanto di più complesso possa esistere, e ovviamente essere a sua volta complessa. Non è un caso che moltissime persone, soprattutto donne, mi stiano scrivendo dopo aver letto Cattiva, dicendomi: “Grazie per aver svelato questa cosa”. Il punto è far sentire le persone dentro una storia: significa riuscire a costruire un tessuto sociale comune.

E gli uomini?
Mi scrivono in molti, quasi mai padri, ma uomini che hanno apprezzato il libro, ne sono stati travolti per vari motivi, magari per il loro rapporto con la madre, oppure semplicemente per lo svelamento di com’è mettere al mondo un bimbo per chi non è genitore o non appartiene al genere femminile.

 

La genitorialità probabilmente riguarda anche chi non è genitore: un bambino che va a scuola e che un giorno voterà, riguarda tutti.

 

Tutti i pezzetti che costituiscono il puzzle sociale devono accogliere e abbracciare anche chi non ne fa direttamente parte. Quindi la reazione degli uomini non genitori è stata forse quella più sorprendente, e anche la più piacevole. Anche perché alla fine ne viene fuori il tratto più autoriale della scrittura, che, a prescindere da cosa racconta, quando funziona, funziona con tutti.

Tu infatti giochi molto con la lingua. Come funziona questa ricerca?
È una cosa che fa parte di chi scrive, come il panettiere che sa quale lievito usare a seconda del pane che deve preparare. A un certo punto lo scrittore riconosce la voce della storia, in questo caso la voce di Emilia mi è uscita spontanea, l’ho trovata subito. Ma non è automatico, a volte bisogna fare un po’ di prove prima di trovare la voce giusta; quando la voce esce subito, però, forse il libro viene meglio. Nel lavoro dello scrittore c’è sempre una forma di estro e una di disciplina che, insieme, danno vita alla storia che vuole raccontare.

Da cosa nascono le tue storie?
Perlopiù da un’immagine, da una considerazione, da una suggestione, da qualcosa che senti per strada, dal racconto che ti fa un vecchio amico.

 

Poi, però, si apre un mondo, perché la scrittura – che è fetente ed è un amo che va a raccogliere di tutto – alla fine quello che cerca è una tua verità. Parti da una suggestione e arrivi a qualcosa di tuo, di necessario, assolutamente impensabile.

 

Per quanto riguarda Cattiva, per esempio, la suggestione è nata sentendo una storia in televisione, in uno di quei programmi beceri. Era la vicenda di una madre che aveva appena partorito e, senza depressione, senza nessun trauma, con un grande amore per suo figlio, a un certo punto si sente esausta e fugge per tre giorni. Alla fine torna. Ho pensato: “Grande storia, voglio scriverla”. C’è da dire poi che in quel momento ero diventata madre da poco, quindi il tema mi era vicino. Quella difficoltà, quella pesantezza, la sentivo.

Sei anche un’apprezzata scrittrice di racconti. In base a cosa scegli se scrivere un racconto o un romanzo?
Dipende dalla storia, per esempio Cattiva secondo me è un romanzo a metà, la definirei piuttosto una novella, una forma letteraria che in Italia viene poco considerata e che invece ci appartiene molto. Comunque queste sono sottigliezze. Diciamo che questa storia non poteva essere scritta attraverso una serie di racconti perché avevo bisogno di un personaggio unico, che stesse dentro a un flusso, che contemplasse un’apertura intorno a sé. Altre volte invece mi serve il racconto per andare a colpire il nervo, il cuore di quello che voglio raccontare. Sono due armi che la letteratura possiede, e lo scrittore deve maneggiarle bene. Ci sono alcuni scrittori che prediligono un’arma… mamma mia che bruttissima metafora… uno strumento, piuttosto che un altro. Io per esempio amo molto il racconto, perché mi permette di entrare in una storia in apnea e arrivare all’osso.

 

Rossella Milone intervista

Ospedale Anny Mazowieckiej, Varsavia, Polonia, Giugno 2013. Justyna, 30 anni e Dominika, 28 anni, allattano i propri figli nel reparto di patologia neonatale. Dal progetto New Rights for Polish Mothers, racconto della maternità in Polonia e delle nuove tutele per le madri lavoratrici © Isabella De Maddalena / LUZ

 

Tu gestisci anche l’osservatorio sul racconto Cattedrale, raccontaci com’è nato
Io e alcuni amici ci siamo accorti che il racconto veniva spesso denigrato, ritenuto un gradino più sotto rispetto al romanzo, nella scala della letteratura con la L maiuscola. Il racconto è spesso invisibile nei premi, nei festival, anche nelle vetrine delle librerie. C’è il pregiudizio che i racconti non vendano, una situazione che si è in un certo senso auto-avverata: se gli editori non investono nei libri di racconti, i lettori si disabituano a leggerli e ne compreranno sempre meno. Allora ci siamo detti: “Forse il racconto ha bisogno di uno spazio specifico”. E quindi abbiamo creato l’osservatorio Cattedrale, proprio per cercare attraverso dibattiti, interviste, approfondimenti, di abbattere il pregiudizio.

E le cose adesso vanno meglio?
Sono nate molte case editrici che si occupano di racconti come Racconti edizioni, o Black Coffee, mentre minimum fax è stato forse il pioniere che non ha mai smesso di crederci. Il racconto sta vivendo una fase d’oro; in termini di visibilità, però, non di vendita, perché se uno scrittore propone a un editore un libro di racconti, comunque verrà pagato meno del romanzo.

Forse i racconti sono percepiti come più “difficili” anche dai lettori
Come dicevo prima, il lettore è diseducato a leggerli, sia dalle case editrici che ne pubblicano pochi, sia per un’acquisizione degli strumenti di lettura che deve risalire all’infanzia e alla scuola, dove si fa tanto lavoro intorno ai romanzi, mentre i racconti si studiano a livello strutturale in maniera molto più superficiale. Poi per un lettore il romanzo è sicuramente più rassicurante, perché ti accompagna, ti prende per mano, sai di ritrovare gli stessi personaggi sul comodino ogni sera. Invece nei racconti la storia la inizi – stai al centro – la finisci – ricomincia – stai al centro – rifinisci.

 

Quindi il lettore viene messo a dura prova, ha bisogno di molta più energia. Il racconto lavora per sottrazione: e chi è che compensa ciò che lo scrittore tiene nascosto sotto la superficie? Il lettore.

 

E Internet?
Io non sono una persona molto social, però tutto il lavoro comunicativo che facciamo sui racconti con Cattedrale senza Internet non esisterebbe. D’altronde, sarebbe stupido non sfruttarlo: Internet esiste ed è uno degli influenti più potenti. Lo vediamo anche a livello politico. Quindi stiamoci dentro, non rifiutiamolo, però quello che deve rimanere, soprattutto per chi fa questo mestiere, è la scrittura. Che sia su un dispositivo elettronico, che sia su una pagina di libro, di rivista, o su un post, non mi interessa: a me interessa quello che è scritto e come è scritto. Per esempio, quando voglio fare un post su Facebook, io me lo scrivo prima su word come scriverei un piccolo racconto, lo lascio decantare, lo osservo, vedo i refusi, quando lo pubblico se mi accorgo di altri refusi vado a modificarlo: ecco quest’attenzione alla scrittura è la cosa che può salvarci.

 

Se sfruttiamo la rete come sfrutteremmo un giornale, un libro, o una rivista cartacea, probabilmente possiamo fare qualcosa di più forte ancora, perché Internet parla a più persone. Per me non è fondamentale il mezzo, ma come lo si usa.

 

Tu fai anche workshop nelle scuole, che tipo di esperienza è?
Un’esperienza splendida, molto forte. È come toccare una materia prima: quegli studenti diventeranno uomini e donne che voteranno, che leggeranno. È faticoso, perché bisogna dar loro degli strumenti che li formeranno come individui, e la letteratura in questo senso è potentissima.

E gli studenti come reagiscono?
Dipende da come li prendi, in genere benissimo, ma dipende molto dall’approccio.
L’insegnamento “a cattedra” io non l’ho mai sperimentato: la scrittura è un’esperienza esplorativa, i ragazzi e i bambini quando hanno una traccia da seguire, un sentiero per non farli sentire dispersi, vanno avanti in autonomia. La parola permette di esplorare delle profondità inaudite. Ho gestito un progetto nelle biblioteche con dei ragazzi del liceo e, dopo avergli fatto fare un lavoro che io chiamo “il setaccio” (che consiste nel lasciare in superficie soltanto quello che per loro è stato più importante in una giornata), un paio di ragazzi rileggendosi si sono commossi, perché la parola gli aveva permesso di toccare punti inediti di loro stessi.

Hai qualche altro aneddoto?
Mi ricordo una volta che sono andata in un liceo di Napoli. Ero un po’ più giovane e con i ragazzi ho sempre l’abitudine di instaurare un rapporto molto amichevole, molto alla pari, quindi mi ero seduta sulla cattedra. A un certo punto, mentre stavo chiacchierando con i ragazzi, è entrata una professoressa e, pensando che fossi un’alunna, mi ha detto, con fare molto aggressivo: “Ehi tu, che fai seduta sulla cattedra? Vatti a sedere, che adesso arriva l’esperto di scrittura creativa!”. E allora io le ho risposto: “Prima di tutto sono io ‘l’esperto di scrittura creativa’; secondo: se si rivolge agli alunni in questo modo non so come pretenda che abbiano rispetto per lei”. E i ragazzi si sono lanciati in un applauso incredibile, perché quell’insegnante io non la conoscevo, ma loro molto probabilmente sì.

E fuori dalla scuola, quale ti sembra sia il ruolo dello scrittore in questo momento storico?
Nonostante la complessità del momento, mi sembra che il ruolo dell’intellettuale sia invece molto chiaro; non semplice, ma chiaro: è quello di ristabilire l’efficacia, l’utilità e la correttezza delle parole. Deve insegnare come gestire il linguaggio, come usarlo, rimettere a posto il comportamento attraverso il linguaggio, perché sono due aspetti che coincidono.
E attraverso il linguaggio ovviamente parlare di contenuti che possano coinvolgere le persone, perché non possiamo arroccarci dentro un racconto che capiamo in due. Semplificare una parola non significa svilirla, significa metterla a servizio: l’intellettuale ora deve mettere il linguaggio a servizio delle persone ristabilendo la sua utilità, il suo senso e la sua precisione. Attraverso il linguaggio bisogna anche rimettere sul piedistallo la verità delle cose: l’aggressione e l’insulto non sono la verità; lo sono la gentilezza, la comprensione e l’accoglienza.

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