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Milano antinostalgica

L’accoglienza e il lavoro, il rischio “bauscia” e Tangentopoli, il teatro che fa più abbonati del calcio. Parla Salvatore Carrubba, Presidente del Piccolo

di Gabriele Ferraresi

Salvatore Carrubba Milano la conosce bene. Nato a Catania nel 1951, padre ingegnere all’Alfa Romeo quando era al Portello. Milanese pressoché da sempre, la città del boom se l’è vista crescere e cambiare davanti agli occhi, da ragazzo cresciuto alla Bicocca quando ancora c’era la Pirelli.

Direttore del Sole 24 Ore dal 1993 al 1996, poi Assessore alla Cultura da indipendente nelle due giunte di Gabriele Albertini tra il 1997 e il 2005, ha contribuito a innescare una serie di trasformazioni della città compiute negli ultimi vent’anni, due su tutte il Museo del Novecento e il Mudec. 

Oggi Carrubba è Presidente del Piccolo Teatro di Milano, insegna allo IULM, conduce un programma su Radio24 e fa anche molto altro. È la persona giusta per parlare un po’ di Milano.   

Salvatore Carrubba: siciliano a Milano, ormai da un bel po’
Diciamo a Milano da sempre.

 

salvatore carrubba intervista

Salvatore Carrubba © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Da sempre quanto?
Dal 1963, ma era già la seconda volta, eravamo venuti a Milano già quando avevo pochi mesi di vita. Era una Milano che rispetto a oggi era climaticamente diversa, una Milano dove nevicava che Dio la mandava. Il freddo non me lo ricordo, la neve sì. Ricordo questi mucchi di neve che i tram spazzavano via, una roba impressionante. 

Cosa andava e cosa no in quella Milano?
Nel 1963 quando siamo tornati definitivamente ero già più grandicello, facevo le scuole medie ed eravamo nel pieno dell’esplosione della città, funzionava innanzitutto l’accoglienza. Noi non è che avessimo problemi, però certamente arrivavamo in una città dove era in corso un’ondata migratoria molto forte.

 

C’era un clima ostile verso i nuovi milanesi?
Per niente, non percepivi ostilità nei confronti di quelli che erano gli extracomunitari di oggi, gli extramilanesi di ieri. Era una città nella quale l’accoglienza era praticata con naturalezza.

 

E poi – e lo capivi anche se eri un ragazzino – vedevi una città che cresceva, che saliva, per usare l’espressione di Boccioni. Una città dove vedevi questo vorticare di gru, era una fase di espansione inarrestabile, almeno allora ci sembrava così.

Anni ’60: cambiava tutto
C’erano i segni visibili di un cambiamento economico molto forte. Noi lo sentivamo in maniera particolare quando d’estate si tornava dai nonni a Catania, vedevamo la differenza con Milano che diventava sempre più forte, mentre si notava meno la differenza di sviluppo e condizione tra Milano e Roma. Che invece si è amplificata moltissimo in questi anni.

Il boom poi ci porta dritti al ‘68
Milano ha vissuto direttamente il boom, con tutte le sue conseguenze – che non sono state solo economiche – e dopo cinque anni dal nostro arrivo è esploso il ’68, messo in moto anche da quel processo. Un processo che è stato sia di allargamento sociale e demografico di quella società, sia di arricchimento, sia di allentamento dei legami tradizionali.

 

salvatore carrubba intervista

Salvatore Carrubba © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nel tempo della retromania Milano sembra l’unica città italiana antinostalgica
È antinostalgica, e sono d’accordo col Sindaco quando dice che Milano attraversa un periodo di grazia, sì, ma che non bisogna esaltarsi troppo. Milano non è nostalgica ma proiettata nel futuro. È una città che secondo me è molto consapevole della propria unicità rispetto alle altre città italiane, e questa unicità viene da certi valori che fanno parte della sua storia.

Quali sono questi valori?
L’attaccamento al lavoro, l’accoglienza, l’apertura: tutte queste cose non sono valori retorici, sono questioni che determinano la tua personalità e la tua unicità. Che non vuol dire essere meglio o peggio, vuol dire avere una caratteristica particolare. Milano non è nostalgica, ma è consapevole del fatto che per esempio il valore dell’industria, della produzione dell’impresa, dell’accoglienza, della formazione, sono cose importanti. Sono elementi che fanno parte del background della città e sono il segreto del suo sviluppo e del suo futuro.

 

Tempo fa avevo incontrato Ferruccio De Bortoli: diceva che questa consapevolezza rischia di trasformarsi in autocompiacimento
Trasformarsi un po’ in un atteggiamento da bauscia, dice? Vorrei un po’ completare questa osservazione di Ferruccio, perché io ho vissuto invece il momento opposto.

 

Fino a qualche anno fa i milanesi erano convinti che nella loro città la situazione fosse disperata, che perdesse colpi rispetto a Torino o a Roma, e questa cosa mi amareggiava molto. Perché i milanesi non si rendevano conto che Milano stava cambiando e, come dire, si accontentavano della superficie che vedevano in altre città. Non capivano che il processo di rinnovamento di una città è un processo continuo e spesso sommerso.

Ci vuole tempo, ma è complicato da spiegare
Quando sorgono i grattacieli li vedi quando sono lì, ma prima che si arrivi ai grattacieli ci vogliono le fondamenta, e ci vogliono cinque, sei, sette, dieci anni. Secondo me i milanesi esageravano a deprimersi negli anni tra i ’90 e i ’00 e forse stanno un pochino esagerando a eccitarsi adesso. Hanno ragione, intendiamoci, nel senso che hanno capito che Milano ha una marcia in più, come del resto è sempre stato per larga parte della sua storia dal dopoguerra a oggi. Bisogna stare attenti su questo, certamente, non dico che rischiamo di diventare dei bauscia, però insomma…

 

salvatore carrubba intervista

Salvatore Carrubba © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Servirebbe un po’ di freddezza in più?
Un po’ di freddezza nel valutare la città è importante. In passato sarebbe stata utile per capire che cosa si stava facendo, oggi lo sarebbe per capire dove va Milano, e qual è il grande progetto che dovrà accompagnare la città nei prossimi decenni.

Dagli anni ’80 della Milano da bere ci siamo svegliati con Tangentopoli, seguita da anni bui. Può capitare ancora?
Be’, speriamo di no naturalmente. Milano ha gli anticorpi per evitarlo, e l’anticorpo principale secondo me alla fine è un senso di fierezza, di orgoglio municipale, ma anche di consapevolezza che la città ha un grado di governabilità superiore ad altre città. A Milano negli ultimi venticinque anni si sono succedute giunte di tutti i colori, prima la Lega, poi il centrodestra, poi il centrosinistra.

 

Nessuno ha voluto rompere con quello che era stato avviato negli anni precedenti, c’è stata una continuità e una tradizione di buona amministrazione che secondo me è il vero fondamento della forza di Milano.

 

Con Tangentopoli crollava tutto: anche Milano
Fu uno sconquasso perché crollava il mito della capitale morale. Un po’ la si era cavalcata questa cosa negli anni precedenti, fu un dramma psicologico molto forte. Speriamo di non arrivarci, credo che gli anticorpi siano molto più forti, intanto sono molto più deboli i possibili artefici della corruzione, i partiti. Poi magari oggi cercano altre strade per finanziarsi, ma è un’altra faccenda…

Milano sembra eccezionale perché l’Italia non è un Paese normale?
Milano ha riacquistato una consapevolezza dell’importanza di certi valori. Una sciocchezza: il fatto che i tram arrivino puntuali. Però è una delle prima cose che chi viene in città nota.

Dovrebbe essere normale
In questi giorni di riapertura delle università ho un paio di amici che hanno i figli qui, e vengono da Palermo. Tutti i due ragazzi sono rimasti impressionati: dai tram che funzionano. Nel resto del mondo sarebbe stato normale, in Italia un tram puntuale assume una dimensione quasi mitica.

 

salvatore carrubba intervista

Salvatore Carrubba © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Applichiamo il “modello Milano” all’Italia?
I milanesi si stanno troppo affezionando al “modello Milano”, ma la mia idea è che il resto dell’Italia non voglia diventare Milano. Ho l’impressione che siamo guardati come una specie di bestia rara, non come un modello, forse per questa mania di lavorare. Spesso ci prendono un po’ per matti più che come un modello, anche il Sindaco lo sento citare meno il “modello Milano”. 

La politica spesso è rimasta staccata?
Da almeno un secolo la città è stata un grande modello di sviluppo per il Paese, ma alla fine non ha saputo adeguare i modelli e i comportamenti politici alla nazione. Non sempre, perché non è vero che Milano si dimentica della politica, tre grandi innovazioni del ‘900 sono nate a Milano: fascismo, craxismo e berlusconismo, indipendentemente dai giudizi storici che se ne possano dare.

È partito tutto da qui
Non è vero che Milano è una città che rifiuta la politica, però certamente il ruolo di leadership secondo me lo esercita con difficoltà. È un problema che dobbiamo porci e non so se dipenda dai milanesi o dagli italiani.

 

Assessore alla Cultura dal 1997 al 2005: che Milano era?
Una Milano molto abbacchiata, che aveva visto il dramma di Tangentopoli e aveva visto l’esperienza di Formentini, una bravissima persona, che però che non aveva un retroterra politico. I suoi quattro anni da Sindaco in realtà produssero poco.

 

Erano passati da poco gli anni delle stragi, delle bombe: anche al PAC in via Palestro
Anni difficilissimi, per carità: tra gli anni di piombo che si andavano esaurendo e il tracollo che c’era stato con Tangentopoli. Il fatto che i milanesi avessero dopo tanti anni manifestato una chiara maggioranza moderata di centrodestra fu uno shock per un pezzo di classe dirigente milanese, e infatti il clima non fu facile anche per me, che ero indipendente. Era una Milano difficile. 

Poi l’avete cambiata
Sì, e ci viene riconosciuto, anche i sindaci di sinistra hanno sempre riconosciuto che molte cose che stanno inaugurando le abbiamo avviate noi. Il clima è cambiato e il confronto è molto più civile. Fenomeni che personalmente mi preoccupano molto come il populismo o il sovranismo a Milano fino adesso hanno avuto una dimensione molto marginale. Questo è abbastanza importante.

Salvatore Carrubba: a cosa servono i musei?
I musei ormai hanno completamente cambiato quella che è la natura originaria di contenitori di opere d’arte, sono macchine per fare cultura, comunità e convivenza. Nel senso che i musei sono diventati – come dicono alcuni – le moderne cattedrali, sono i luoghi nei quali ci si ritrova. Nei quali si individua la propria appartenenza a una comunità geografica, di cultura, di tradizione, di storia, i musei hanno assunto una funzione sociale molto più importante di quanto l’avessero in passato.

 

salvatore carrubba intervista

Salvatore Carrubba © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

I musei devono essere delle macchine che attraggono sempre di più, certamente senza mercificarsi, senza mortificarsi, senza perdere la propria identità. Devono essere delle strutture in cui la gente si riconosca, abbia voglia di andare, dove i nonni portino i nipoti, i nipoti portino i nonni. Da questo punto di vista Milano sono stati fatti dei passi avanti.

I visitatori ai musei aumentano: ci rifugiamo nel passato perché nel presente tira una brutta aria?
No, ci rifugiamo lì dentro per stare insieme. Tra l’altro poi non è del tutto vero che aumentino i visitatori dei musei, aumentano i visitatori di alcuni musei. Il nostro poi è un Paese straordinariamente bello, per cui non c’è borgo che non dico abbia un museo, ma abbia le sue meraviglie: viceversa i flussi turistici e culturali si dirigono soltanto verso certi monumenti.

 

A Milano tutti vanno a vedere il Duomo, a cinquanta metri dal Duomo c’è San Satiro, ma nessuno ci va. A Venezia tutti vanno in piazza San Marco, ma se vai a vedere la Scuola di San Giovanni Evangelista non c’è nessuno.

 

Il problema della comunicazione culturale non è di mercificazione, come alcuni intellettuali lamentano: anche nei musei ci sono i best seller, bisogna cercare di vendere anche i long seller.

Chiudiamo: il Piccolo ha ancora più abbonati del Milan e dell’Inter?
Sì, gli abbonati ormai sono più di 25.000. Il paragone col calcio poi non è affatto peregrino: in tempi di digitalizzazione spinta, calcio e teatro hanno in comune il soddisfare un bisogno di analogico. I nostri spettatori poi sono anche giovani, c’è un bisogno di socializzare, anche fisicamente, non soltanto su Facebook. C’è bisogno di uscire di casa.

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