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Star Wars: la storia vera di un disastro annunciato

O del perché, se Francis Ford Coppola non fosse stato uno str*nzo, Star Wars non sarebbe mai esistito

di Emilio Cozzi

O del perché, se Francis Ford Coppola non fosse stato uno str*nzo, Guerre Stellari non sarebbe mai esistito

Memorizzate questi nomi: Jeff Berg e Tom Pollock, David Chasman, Ned Tanen, Alan Ladd Jr., Francis Ford Coppola e sì, ovvio, George Lucas.

Vero, sono tanti, forse troppi. Ma a diverso titolo e non sempre per una buona ragione, sono loro i protagonisti di questa storia. Anche se solo due dell’elenco erano presenti a quella memorabile e fondamentale serata.

La serata in cui tutto cominciò. E ogni cosa andò per il verso sbagliato.

Tanto tempo fa in un’anteprima lontana lontana…

Col senno di poi, la giornata non era iniziata sotto i migliori auspici. Quella mattina di inizio 1977, all’appuntamento concordato all’aeroporto di Burbank, Steven Spielberg, Brian De Palma, i collaboratori storici Willard Huyck e sua moglie Gloria Katz, con il critico del Time, Jay Cocks, raggiunsero George Lucas circondati da una nebbia che solo chi ha vissuto nella California del nord o fra le risaie attorno a Vercelli può immaginare.

Quando la bruma si levò, Martin Scorsese non si vedeva comunque. Le malelingue, che quel giorno avrebbero avuto pochi momenti di pausa, subito pensarono che l’assenza fosse imputabile non tanto alla celebre paura di volare del regista, quanto all’incerto destino di New York New York, che avrebbe reso doppiamente imbarazzante per Scorsese criticare l’opera altrui.

L’accordo era infatti di trovarsi tutti a Burbank per raggiungere, insieme, la Parkhouse di San Anselmo, dove Lucas avrebbe mostrato il primo montaggio del suo nuovo film agli amici più intimi e ai produttori della Fox. Tutti al seguito di Alan Ladd junior, nuovo vicepresidente per le attività creative, ai tempi più noto per essere il figlio del grande attore omonimo.

Non ci volle molto per capire quanto la fosca mattinata fosse un presagio.

I produttori, tutti tranne uno, andarono in subbuglio al minuto 2. Quella roba, malelingue stacanoviste, sembrava «Il mago di Oz fatto male, la brutta copia di un brutto film Disney». Che letto oggi fa tutto un altro effetto, ma allora…

Allora il commento sembrò addirittura innocuo in confronto al berciare ossessivo di De Palma.

 

«Che diavolo sono? – urlò a scena aperta all’amico George indicando le trecce attorcigliate della principessa Leia – pasticcini danesi? E soprattutto questo Darth Vader è il tuo cattivo? È davvero il meglio che sai fare?».

 

Marcia Lou Griffin, ai tempi signora Lucas e astro nascente del montaggio, abbandonò la sala in lacrime ben prima che la proiezione finisse. Giusto il tempo di sussurrare all’amica Katz, ricordando il tentativo di Peter Bogdanovic di realizzare un musical: «è il Finalmente arrivò l’amore della fantascienza. È tremendo».

E tremendo avrebbe potuto essere sul serio, visto che Lucas con quel film stava rischiando tutto. Infarto e rovina finanziaria compresi. Per realizzarlo stava investendo ogni dollaro rimastogli e tutta la credibilità di giovane autore guadagnata con L’uomo che fuggì dal futuro e American Graffiti.

Non ci sarebbe stata un’altra chance per lui. E nessuno, meglio di lui, lo sapeva.

 

Guerre stellari: la storia vera di un disastro annunciato. E del suo successo intergalattico

Stormtroopers peeing – The Other Side Project © Jorge Perez Higuera / LUZ


Tanto che a nulla servirono gli unici pareri contrari alla stroncatura collettiva

«Fidati George – gli disse Spielberg nel ristorante cinese in cui tutta la cricca andò in macchina maledicendo la Forza a ogni semaforo – fidati, supererai i 30 milioni entro la fine dell’anno. Sono pronto a scommetterci». E in effetti infilò in una busta un bigliettino con su scritto l’incasso da lui vaticinato: 33 milioni.

«Lo sapremo alla prima – aveva invece commentato Alan Ladd jr., l’uomo che più di ogni altro aveva concesso fiducia (e fondi) al mago di Oz spaziale – se al ritorno di Han Solo durante l’attacco alla Morte Nera il pubblico comincerà ad applaudire, di questo film ci ricorderemo a lungo». I passacarte del vicepresidente, malelingue da maratona, si erano dati di gomito.

Lucas se n’era accorto. Ma senza battere ciglio. A quel punto, si diceva, nemmeno le previsioni più ottimistiche lo avrebbero toccato. Ormai era abituato a lottare contro tutto e tutti. Da ben prima che la prima riga di The Star Wars fosse scritta sul primo foglio, nel febbraio di quattro anni prima.

Il sangue di una nuova speranza

«Non ho un talento naturale per la scrittura – confessò Lucas a Filmmakers Newsletter nel 1974 – quando mi siedo è come se versassi sangue sulla pagina, ed è davvero orribile».

Per Star Wars, il sangue, Lucas l’avrebbe quasi esaurito. Se non altro perché, almeno all’inizio, anche per lui Guerre stellari fu un ripiego.

Ripagati i debiti con American Graffiti – un film che all’amico e finanziatore Haskell Wexler, allo sceneggiatore Kurtz, agli Huyck e all’avvocato Tom Pollock avrebbe fruttato un milione di dollari ciascuno negli anni a venire -, Lucas sapeva bene a cosa dedicarsi: il suo nuovo lungometraggio sarebbe stato Apocalypse Now, un’epopea anti militarista ambientata in Vietnam e ispirata a Cuore di tenebra di Joseph Conrad, il racconto i cui diritti appartenevano al suo storico socio e sodale. L’unico, con Martin Scorsese, di cui quella sera di inizio ’77 tutti notarono l’assenza pesante. Ma che neppure le malelingue si azzardarono a nominare: Francis Ford Coppola.

Con lui, il 12 dicembre del 1969 a San Francisco, Lucas aveva messo in piedi gli Zoetrope Studios, poi noti come American Zoetrope, una piccola produzione indipendente che nelle intenzioni avrebbe permesso ai due fondatori di realizzare in piena autonomia i loro film e produrne di altri giovani talenti.

Lucas avrebbe voluto replicare, magari in una versione migliore, la celebre fucina di Roger Corman, un esempio tanto atipico da essere quasi unico nell’industry. Non è un caso che a dargli man forte ci fosse Coppola, ex compagno di Jim Morrison, amico dai tempi della UCLA e cresciuto proprio da Corman, dove da assistente alla regia, dialoghista, sceneggiatore e pure fonico aveva mosso i primi significativi passi nel mondo della Settima arte.

Per Lucas, Coppola era il mentore putativo. Rispondeva alla sua timida riservatezza con l’esatto contrario: una sicurezza così ostentata da sfociare nella megalomania.

 

Era come un fratello maggiore per lui, ma di quelli che appena più grandi e magari in piena adolescenza preferiscono fare i bulli piuttosto che seguire le beghe quotidiane dei più giovani.

 

Beghe che nella fattispecie divennero debiti o, banalmente, le bollette da pagare. Quisquilie irrilevanti per la grandeur di Coppola, quella che lo portava – mentre la società non poteva già più permettersi luce e telefono – ad affittare una limousine solo per arrivare agli uffici delle major cinematografiche con lo stile appropriato.

In sintesi, dovettero intervenire il padre di Lucas e il suo portafoglio per far quadrare i conti. Una goccia ulteriore nel vaso che dal 1973 contenne anche un’altra piccola appropriazione “indebita” di Francis ai danni di George: quando Gary Kurtz era già nelle Filippine e a Hong Kong per scovare location utili ad Apocalypse Now, Coppola mercanteggiò le percentuali con la Columbia dicendo chiaro e tondo che non avrebbe ceduto un solo punto delle sue. E che volendone di più, la major avrebbe potuto attingere alla parte di George. Non un tocco delicato, soprattutto dopo che, due anni prima, nella sala montaggio di Lucas, Coppola non perdeva occasione per proiettare gli assegni a sei cifre incassati per Il padrino. Così, per il gusto dello sfottò al fratellino povero.

 

Star Wars: la storia vera di un disastro annunciato

Stormtroopers playing pool – The Other Side Project © Jorge Perez Higuera / LUZ

 

L’impero colpisce ancora…

A quel punto Lucas preferì salutare parente putativo, società e sogni vietnamiti. E per colmare un vuoto di impegni e una non così improvvisa ristrettezza economica si buttò, obtorto collo, su un vecchio soggetto di sì e no due pagine. L’aveva scritto qualche tempo prima, ma non si sarebbe mai sognato di proporlo come il secondo dei due film previsti dal contratto stipulato con la Universal per American Graffiti. Men che meno si era immaginato cosa sarebbe successo dopo.

Ai tempi l’idea era «un film di fantascienza à la Flash Gordon. Un James Bond che incontra 2001: Odissea nello spazio, galassie, pianeti e astronavi». Provvisoriamente, l’aveva intitolata The Star Wars. Ma non si stupì nemmeno lui quando David Chasman, l’uomo che alla United Artists aveva creduto per primo in American Graffiti, si disse non interessato. Men che meno fu sorpreso dal no di Ned Tanen, che con lui, alla Universal, non aveva ancora smesso di litigare per un montaggio richiesto e mai concesso da George del suo film precedente.

 

A quel punto, era libero di farne ciò che voleva. Un modo elegante per dire che era disoccupato.

 

Furono Berg e l’avvocato Pollock ad avviare nel frattempo una trattativa informale con la 20th Century Fox.

Mentre Lucas si dissanguava sui primi improbabili versi della sua futura epica siderale – «Questa è la storia di Mace Windy, un rinomato Jedi-bendu di Opuchi, tramandataci da C.J. Thorpe, allievo padawan del famoso Jedi» – e raccoglieva scene di combattimento aereo da I ponti di Toko-Ri e Tora! Tora! Tora!, che a suo avviso gli sarebbero servite come riferimento, il figlio di un noto attore neo eletto vicepresidente creativo della Fox ebbe un’altra delle intuizioni commerciali che l’avrebbero reso una leggenda.

Dopo aver salvato dal fiasco di Mezzogiorno e mezzo di fuoco lo sceneggiatore e regista Mel Brooks, ad Alan Ladd jr. l’idea di un’epopea stellare piacque subito. Dopo il loro primo incontro, di Lucas disse: «Capì esattamente dove voleva andare a parare». Ed era vero.

Ladd lo dimostrò sempre. Anche quando, tornato dai set tunisini di Tatooine, Lucas si accorse che il budget lasciato per creare gli effetti speciali ai collaboratori della neonata Industrial Light & Magic se n’era andato in fumo. Letteralmente, in una manciata di scene (delle 170 previste) e in una quantità ben più corposa di marijuana. Anche quando, a motore acceso, Mark Hamill si rifiutava di recitare battute «così stupide da essere incredibili per chiunque», o preferiva non fare troppa pubblicità alle sue comparsate promozionali prima che il film uscisse. Era un attore di teatro, lui, non uno da cappa e spada laser.

Ladd continuò a crederci seppur sui set londinesi che avevano ospitato sua maestà Kubrick e le sue odissee spaziali, i tecnici non perdessero occasione per coglionare Peter Mayhew e i suoi 2 metri e 20 di costume da Wookiee: «Illumina il cane» si dicevano ridendo, mentre si vociferava che negli armadi dei camerini l’ex carpentiere Harrison Ford avesse l’abitudine di farsi scovare nudo con cravatta – che signore! – da una non proprio sobria ma disponibilissima Carrie Fisher.

Niente scoraggiò Ladd. Mai.

Grazie a lui, per produrre Guerre stellari la 20th Century Fox arrivò a spendere 11 milioni di dollari, molto più di quanto previsto dal Consiglio di amministrazione. Molte, fra le malelingue di quella sera del ’77, non vedevano l’ora che il neoboss saltasse insieme con la Morte Nera. E invece…

Il ritorno dello Jedi

E invece, pur dissanguato, Lucas chiuse gli occhi – e gli orecchi – facendo appello alla (sua) Forza.

Il vecchio Kenobi ne sarebbe stato fiero. Dopo la nefasta anteprima, il regista ultimò quello che, unico e solo, aveva in testa dall’inizio: rimontò il film tagliandone quasi mezz’ora. Quadruplicò la velocità di scorrimento dei titoli iniziali. Ci aggiunse gli effetti speciali, che grazie al provvidenziale intervento di John Dykstra, suggerito da Douglas “2001” Trumbull, avevano trasformato una ghenga di hippie fumati in una fabbrica di meraviglie mai viste.

Quindi diede il tocco finale: la musica di oltre 90 minuti – sui 121 di durata complessiva del film – commissionata a John Williams. Una partitura ispirata a Debussy, Korngold e Cicognini che nell’esecuzione originale della London Symphony Orchestra oggi l’American Film Institute considera la miglior composizione da film mai scritta.

La cosa gustosa è che il colpo di genio forse più imprevisto George l’aveva già avuto qualche mese prima.

 

Star Wars: la storia vera di un disastro annunciato

Stormtroopers in the Jacuzzi – The Other Side Project © Jorge Perez Higuera / LUZ


Non tanto tempo fa, in una galassia vicina vicina…

Il 27 agosto 1976, curiosamente a riprese quasi ultimate, Lucas era andato alla Fox per firmare il contratto di Guerre stellari.

I boss dello studio, malelingue da sempre, al solito si erano dati di gomito quando l’inesperto cineasta aveva proposto di abbassare il suo compenso a patto gli fossero lasciati i diritti sugli eventuali sequel e soprattutto il 60% dei proventi derivanti dal merchandise.

All’epoca nessuna major aveva un’unità di merchandise permanente; in fondo i gadget costituivano fino ad allora un incasso meno che marginale nella storia del cinema. Tranne un caso, una serie televisiva dedicata a Davy Crockett e prodotta dalla Disney nel 1954, capace, a fine anno, di incassare 300 milioni di dollari fra armi giocattolo e repliche in pelliccia di procione del copricapo dell’eroe.

Lucas, quel cappello codato, lo conserva ancora oggi.

In pochi anni, la sua percentuale sul merchandise arrivò alla totalità dei diritti. Prima ancora che Disney rilevasse in toto la Lucasfilm nel 2012, gli incassi complessivi al botteghino dell’esalogia stellare ammontavano a 4,4 miliardi di dollari. Quelli per il merchandise superavano i 25.

 

Alla faccia delle malelingue, quella sera di inizio ’77 si erano sbagliati tutti. Nessuno escluso.

 

Marcia Lou Griffin, ai tempi signora Lucas, quella dell’«È tremendo», nonostante il suo ruolo sia stato ridimensionato durante la dolorosa causa di divorzio, con Guerre stellari vinse un Oscar per il montaggio nel 1978. I 33 milioni previsti da Spielberg furono superati ben prima della fine dell’anno. Quando scomparve dalle sale (la prima volta) Star Wars ne aveva incassati 10 volte tanto nei soli Stati Uniti (calcolando l’inflazione, si stima che oggi Una nuova speranza abbia staccato biglietti per 1,48 miliardi di dollari).

Anche Alan Ladd Jr. si era sbagliato. Almeno un po’: alla prima di Star Wars, il primo maggio ’77 al cinema Northpoint di San Francisco, il pubblico non applaudì al ritorno di Han Solo durante l’attacco alla Morte Nera. I battimani a scena aperta erano cominciati alla comparsa del gigantesco incrociatore di Darth Vader, nella scena dell’inseguimento alla corvetta corelliana della principessa Leia.

Esatto, due ore prima, nella sequenza d’apertura del film. Giusto dopo i celebri titoli di testa scorrevoli.

Sul resto, il produttore – che invece di saltare con la Morte Nera, nel quinquennio successivo legò il suo nome anche ad Alien e a Blade Runner – ci aveva preso in pieno: di Star Wars il mondo si sarebbe ricordato a lungo.

Chiedete conferma alla vostra memoria.

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