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Come cambia la musica

X Factor, “i nuovi poveri” tra rap e trap, l’amicizia con Franco Battiato: abbiamo incontrato Stefano Senardi, leggenda della discografia italiana.

di Michele Boroni

Nell’ambiente Stefano Senardi è “la rockstar dei discografici italiani”. Ligure di Imperia, Senardi dopo essere stato prima direttore marketing e poi direttore generale della CGD (Gruppo Warner) è stato il più giovane presidente discografico in Europa (Polygram).

Ha accompagnato al successo Jovanotti, Vinicio Capossela, Zucchero, Litfiba, Biagio Antonacci, ma è stato anche talent scout dei principali nomi del rock indipendente come Subsonica, Afterhours, C.S.I., Carmen Consoli, Casino Royale. Nel 1999 fonda la sua etichetta Nun Entertainment durata cinque anni.

Tiene lezioni all’Università Cattolica ed è stato consulente artistico per la Sugar Music Publishing, oggi è consulente di programmi televisivi come X Factor, Festival di Sanremo e Che tempo che fa.  È iniziata da qualche settimana la terza stagione di 33 giri Italian Masters, un programma trasmesso da Sky Arte ideato da Senardi in cui si riprendono i master di importanti dischi degli anni ’70 e ’80 e si raccontano in sala di registrazione con chi ci ha lavorato. 

Innanzitutto ti faccio i complimenti per 33 giri Italian Masters, ormai l’ultimo programma in tv capace di raccontare il meglio della musica italiana
Ti ringrazio. Siamo stati fortunati. Sky non ci dà molti soldi ma ci assicura la totale libertà. Con il gruppo di lavoro di Except ci siamo spinti un po’ più avanti rispetto al Classic Album, il programma inglese a cui ci siamo ispirati. È sicuramente il lavoro su cui mi sto divertendo di più. 

Cosa avevano quei dischi che quelli di oggi non hanno più? Era una questione di artisti, di professionalità, di scena?
Lo so che sembra facile retorica, ma in quel quindicennio (1971-1985) tutti noi, inteso come generazione, avevamo la convinzione di poter cambiare il mondo. Questo sentimento permeava tutto quanto e quindi anche l’arte, il cinema, la musica, il design e la moda. E poi c’era la costruzione dell’album come se fosse un libro, che non per forza doveva essere un concept album, ma doveva comunque avere un senso proprio. Allora c’era una forza propulsiva e creativa straordinaria alimentata da questa utopia e speranza. E tutto questo trasmetteva una passione pazzesca, anche per chi ascoltava. 

Tu sei stato un appassionato di musica fin da giovane?
Sì, all’epoca c’erano poche fonti d’informazione, i giornali che parlavano di rock erano rarissimi.

 

A 12 anni ascoltavo i programmi radiofonici come Radio Luxembourg di nascosto e di notte.

 

Tuttavia il passaparola delle novità era fortissimo. E poi ci riunivamo nelle case a studiare gli album, le copertine, i credits, i nomi dei musicisti… 

 

Stefano Senardi intervista

Stefano Senardi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Oggi al posto degli album ci sono le playlist. E, ti dirò, che pur essendo anch’io legato all’album, trovo oggi altrettanta soddisfazione quando escono le playlist di uno come Gilles Peterson per BBC Radio 1 o quelle di Radio Nova
Sono d’accordo.

 

Anche l’algoritmo di Spotify si sta sempre più perfezionando e riesce a proporti delle playlist spaziando intorno al tuo gusto. È chiaro però che la ricerca e la scoperta sono ridotte al minimo.

 

L’altro ieri in una lezione in Cattolica raccontavo e invitavo ad ascoltare cose del passato per comprendere meglio la musica del presente. 

E gli studenti come reagiscono?
Di fronte a questo mio lavoro sulla memoria sono sempre abbastanza sorpresi, sembra che tutti abbiano meno tempo, ma invece non è così; noi siamo avvantaggiati da un sacco di mezzi che ci riducono i tempi di ricerca e quindi avremmo tutta la disponibilità del mondo.

 

La verità è che oggi più che ascoltare musica, la si consuma.

 

Parliamo quindi del consumo di musica oggi. Guardando le classifiche di quest’ultimo anno si notano un po’ di novità. Innanzitutto c’è un ricambio generazionale importante. Gli artisti sono tutti molto giovani
Sì, anche in questo caso la tecnologia ha offerto la possibilità all’autodidatta giovanissimo di potersi esprimere non solo attraverso la rete, ma anche all’interno delle periferie delle grandi città. Sono cresciuti così dei piccoli club, localacci di quartiere che sono diventati delle strutture in cui si sono formati gruppi di lavoro un po’ improvvisati.

 

Se vai a vedere questi nuovi trapper hanno l’addetto stampa o quello che si occupa del web che sono spesso compagni di scuola o vicini di casa. Il problema per queste realtà è la cosiddetta fase due: dopo il grande entusiasmo e successo iniziale si evidenzia la mancanza di basi e di studio. 

 

Al primo successo si sentono già arrivati
Il luogo comune che sia facile fare i soldi con la musica è una cretinata. Bisogna farsi un culo tremendo, indipendentemente se un artista ha talento o no, chi non lavora non ce la fa. 

 

Stefano Senardi intervista

Stefano Senardi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Da questo punto di vista i talent sono una sorta di fabbrica di illusioni?
Io di questo ne posso parlare a ragion veduta. Negli ultimi anni a X Factor mi sono occupato solo degli ospiti, ma c’è stato un tempo in cui avevo ottenuto che i ragazzi scelti lavorassero prima dei live negli studi di Lucio Fabbri – colui che si occupa delle basi musicali dello show, ndr – così parlavamo molto con i ragazzi per capire cosa avessero in testa, prima che entrassero dentro lo show ed essere storditi da tutta questa bolla di glamour e successo, per poi uscirne più famosi che bravi.

 

Da quell’edizione uscì Francesca Michielin che capì perfettamente l’importanza dello studio, al punto che dopo aver vinto X Factor si fermò per due anni. Si diplomò, studiò composizione, specializzandosi nel basso, e andò al Festival di Sanremo dove arrivò seconda con un brano scritto da lei.

 

In quei due anni ha dovuto lottare contro la Sony e i vari impresari che volevano subito mandarla in giro a fare le tournée con il rischio di bruciarla. Poi ovviamente ha avuto anche la fortuna di affidarsi a una manager brava, che aveva voglia di riscatto, la stessa che ha anche Marco Mengoni, altro caso di artista uscito dai talent ma che ha lavorato molto per diventare una popstar globale.

Quindi la figura del manager e del produttore discografico è ancora importante
Sono sempre stati importanti e lo saranno ancora: Ricordi, la Caselli e nel mio piccolo mi ci metto anch’io. Ho passato notti negli studi di registrazione a lavorare e decidere ogni piccolo particolare per fare un lavoro pensato insieme all’artista. E invece tutti questi giovani artisti non sempre si confrontano e ascoltano. Anzi, molti sono stati investiti da questo grande successo e anche dai grossi anticipi dalle case discografiche, spesso superiori alle loro possibilità. 

Un grande classico che si ripete
Sai, nei momenti di scarse prospettive, le case discografiche quando vedono qualcosa che luccica si buttano a pesce e sparano cifre esagerate pur di accaparrarsi quello che sembra il nuovo talento.

 

Questi ragazzi che hanno vizi, abitudini, prospettive e obiettivi costosi, una volta che hanno finito di spendere l’anticipo – se non ripetono il successo – quando arriva la cartella di Equitalia non riescono a pagarla. E le major hanno già in parcheggio una decina di questi “nuovi poveri della musica”.

 

Stefano Senardi intervista

Stefano Senardi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Però c’è sempre la musica dal vivo che oggi rende di più della vendita dei dischi
Certo, ma qui molti capitolano perché non hanno la preparazione, non solo musicale, ma anche fisica. Io sono andato a vedere un paio di artisti i cui dischi mi erano piaciuti, ma sono rimasto delusissimo. Si vedeva che era stato fatto tutto in fretta, come se non avessero fatto le prove. Non avevano nemmeno il fiato sul palco.

La preparazione fisica è fondamentale. Basta guardare Jovanotti
Ma Jovanotti parte già da una situazione “sana”. Guarda invece Vasco: oltre alla regolata che si è dovuto dare, lui per fare tre concerti negli stadi si prepara fisicamente sei mesi prima. 

Mi sembra di capire che oggi nella musica italiana più che il discografico conti l’agente, il management
Assolutamente sì.

 

C’è da sperare che ci siano sempre più agenti bravi e che ci sia sempre più concorrenza.

 

Oggi ce ne sono pochi e quindi c’è molta concentrazione che non fa bene al mercato: c’è un oligopolio di fatto sia nel management che nell’attività dal vivo che danneggia gli addetti ai lavori come i promoter locali. Ma danneggia anche gli artisti. 

In che modo gli artisti sono danneggiati?
Sono costretti a girare continuamente. Guarda De Gregori che è perennemente in tour: quest’estate ho visto un suo concerto a Firenze, in Piazza Santissima Annunziata, una bellissima location, si esibiva con l’orchestra, ma con pochi paganti rispetto alla statura dell’artista. Questo perché c’era già stato pochi mesi prima con un’altra formazione e prima ancora nei dintorni.

 

Fiorella Mannoia ha dovuto rallentare le sue attività perché girava sempre gli stessi posti e la gente non ne poteva più.

 

Gli artisti ricevono grossi anticipi dagli agenti e quindi sono costretti a girare in tour vorticosamente. 

 

Stefano Senardi intervista

Stefano Senardi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Chi è oggi che si sa ben amministrare in questo senso?
Renato Zero, lui esce dal vivo solo quando ha un disco in cui crede veramente. Non fa per ogni disco tre tour differenti. E fa sempre il pieno. 

Tornando alle classifiche degli ultimi tempi. Un altro elemento evidente è il fatto che il 90% è composto da musica italiana. Fino a dieci anni fa era inconcepibile. Come te lo spieghi?
Oggi la musica si ascolta prevalentemente attraverso mezzi tecnologici usati soprattutto da giovani e giovanissimi, i quali ascoltano esclusivamente il rap e la trap che, per questioni di linguaggi, slogan e modi di dire, deve essere di lingua italiana. In realtà non esiste più un solo mercato, ma almeno cinque o sei.

 

Comunque, il mercato che offre tanta visibilità e poco incasso per l’artista – un milione di visualizzazioni pari a mille euro – è fatto fondamentalmente da ragazzini delle scuole elementari e medie inferiori che non conoscono il valore dell’acquisto della musica e cliccano compulsivamente sulle piattaforme.

 

Queste star della musica italiana sono una sorta di loro portavoce, anche un po’ trasgressivi, perché vengono seguiti da ragazzi a cui magari non è permesso dire parolacce a casa. È un tipico fenomeno italiano.

Perché la musica italiana si esporta sempre così poco? In fondo oggi il non-cantare in inglese non è più un ostacolo
Per esportare ci vogliono cultura e soldi. Soldi e cultura. Mi spiego meglio. Quando c’è stato Jack Lang come Ministro della Cultura in Francia è nato questo ufficio dell’export, che ora stanno cercando di fare in Italia con tanta buona volontà da premiare. Ma allora il governo francese ci investì tantissimi soldi, ricordo che mandarono i Mano Negra, prima che Manu Chao se ne andasse, a fare un tour in treno in Sud America, poi coinvolsero i Daft Punk e tanti altri nomi molto grossi. Inoltre in Francia c’è sempre stato un gran rispetto per l’artista musicale. La Francia non è solo sciovinismo e nazionalismo: ricordo che i jazzisti – compreso Miles Davis – a un certo punto negli anni ’50 non sapevano più dove battere la testa e si rifugiarono a Parigi dove c’erano locali dove suonare, c’era un movimento culturale.

Che in Italia manca
Totalmente, da ogni punto di vista. Qualsiasi cosa che non sia il mercato discografico contemporaneo viene snobbato. Per la Milano Music Week io e pochi altri abbiamo organizzato un omaggio a Mango, un cantante ingiustamente dimenticato, un cofanetto con versioni inedite e un concerto coinvolgendo amici e cantanti che sono venuti a proprie spese. È stato un piccolo successo, è entrato anche nella classifica di Spotify, però è stata un’operazione di affetto e volontariato: pensa che in Warner non c’era nemmeno un disco in catalogo.

 

Per me la conservazione della memoria è fondamentale. Le Masterclass che faccio per il Premio Tenco funzionano: a quella per Gaber c’erano 1200 studenti attentissimi e nemmeno un telefonino accesso, lo stesso per quella fatta su De André.

 

Sono soddisfazioni, ma le occasioni sono sempre troppo poche per creare una cultura. Sempre per la Milano Music Week ho portato Klaus Voormann, “il quinto Beatle”, un personaggio straordinario che tra le altre cose disegnò la copertina di Revolver. È stata l’occasione per lanciare il Primo Premio Nazionale del Libro Musicale che ci sarà la prossima primavera.

 

Sono piccole cose, ma servono per creare una cultura. Io sono un sostenitore della conservazione della memoria, se ci fosse in questo paese si eviterebbero un sacco di errori.

 

Tra tutte gli artisti con cui hai lavorato, qual è quello con cui hai sperimentato di più, anche a livello di creatività
Quando ero direttore marketing, Madonna lanciava i suoi primi dischi, e da quel punto di vista lei era il massimo, ci si poteva sbizzarrire e ha aperto scenari pazzeschi.

 

È stata una grande soddisfazione lavorare per la riscossa di Lorenzo Jovanotti che prima era visto dagli altri come uno scemo e nel tempo si è ricostruito una credibilità e una statura artistica. È stato tutto merito suo, però io l’ho tenuto molto protetto evitando di fare troppa promozione in tv.

 

Però l’esperienza umana più importante è stato il lavoro con Franco Battiato da cui è nata un’amicizia profonda e purissima.

Quando lo hai conosciuto?
Io organizzai un concerto quando ancora stavo a Imperia, era prima del successo de La Voce del Padrone, girava con un impianto scrausissimo. Dopo ventidue anni di Emi è venuto alla Polygram. Abbiamo fatto tre dischi: L’imboscata – dove c’era La cura – poi Gommalacca e Fleur. Pur essendo noi opposti come carattere, è nata una grande amicizia. Umanamente è la persona più interessante e stimolante con cui ho lavorato. Vado spesso a trovarlo, spero che questo periodo di difficoltà passi in fretta. 

 

Stefano Senardi intervista

Stefano Senardi © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

C’è invece qualcosa o qualcuno di cui ti penti?
Quando feci la mia etichetta – la NUN – vennero in ufficio la Maionchi e suo marito Alberto Salerno per propormi un giovanissimo Tiziano Ferro. Mi fecero sentire il provino di Xdono che era davvero una bomba.

 

Io chiesi – a chi lavorava con me – di tenerlo d’occhio perché ero molto interessato. Poi per una chiamata non risposta e una serie di sfortunate casualità l’abbiamo perso. Se l’avessi preso magari la NUN esisterebbe ancora.

 

Negli ultimi anni tu hai lavorato come consulente musicale per molti programmi tv, in particolare con gli ospiti stranieri. Qual è la percezione del mercato italiano da fuori?

 

Purtroppo non ho buone notizie. Non siamo niente. Come mercato non offriamo una grossa redditività, mentre per certi live ancora reggiamo. Per il resto è un dramma.

 

Lavorando per X Factor con la Sony faccio una gran fatica per recuperare gli ospiti. Robbie Williams siamo dovuti andarlo a prenderlo noi. La major italiane hanno azzerato l’ufficio stampa e la promozione degli artisti internazionali in Italia. Per paura di rischiare e perdere il posto preferiscono non far niente. C’è un grande immobilismo. 

Per chiudere: c’è da essere positivi nel futuro della musica in Italia?
L’atteggiamento positivo ci deve sempre essere. Il fatto è che con questo monopolio di fatto da parte delle grosse corporation della rete non sappiamo bene quale sarà il prossimo passaggio.

 

C’è da dire che negli ultimi anni c’è stata una reazione grazie a queste situazioni autogestite che hanno creato un movimento di nuova musica italiana. In tre anni ci sono stati almeno una cinquantina di nuovi nomi degni di nota, quando in passato ne uscivano due o tre all’anno.

 

Poi, bisogna essere sinceri, i giovani si sono riavvicinati alla musica anche grazie a Maria De Filippi, la quale fa un programma che io personalmente non riesco a guardare, con una qualità medio-bassa, la sceneggiata come storytelling, ma che ha fatto uscire un talento come Emma Marrone. L’Italia, alla fine, fa sempre storia a sé. 

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