It En
It En

© LUZ S.r.l.
all rights reserved
Cookie and Privacy Policy
VAT n. 13122310157

Fuori dal buio

Dal Premio Strega 2017, all’incubo dei sequestri di persona nelle pagine del suo ultimo romanzo, “Matrigna”: Teresa Ciabatti racconta la sua vita di scrittrice, tra giornate passate a casa e introspezione psicanalitica

di Matilde Quarti

Dalle polemiche che ha scatenato al Premio Strega 2017, all’incubo dei sequestri di persona che riecheggia nelle pagine del suo ultimo romanzo, Matrigna: Teresa Ciabatti racconta la sua vita di scrittrice, tra giornate passate a casa e introspezione psicanalitica

I libri di Teresa Ciabatti sono stati letti per anni da un appassionato pubblico di nicchia, finché, nel 2017, la partecipazione al Premio Strega l’ha fatta conoscere al grande pubblico. Il romanzo in concorso, La più amata, mescola elementi autobiografici ad altri di finzione, e la voce narrante, con il suo stesso nome, ha una precisa caratteristica: essere estremamente fastidiosa.

E questo personaggio, fastidioso ed egocentrico, Teresa Ciabatti l’ha riproposto su Facebook, un gioco intellettuale in cui tutti – ma proprio tutti – sono cascati. Accusata di non rappresentare un modello di donna edificante, è stata persino oggetto di una petizione per farla ritirare dalla corsa al Premio. L’11 ottobre, Teresa Ciabatti è tornata in libreria con Matrigna, la storia di una bambina e poi donna, Noemi, che cresce all’ombra del fratello rapito e mai più tornato a casa.

Partiamo dalla Più amata. Durante lo Strega si è scatenata una polemica causata dal tuo mischiare realtà e finzione, sia nel libro, sia nella realtà con il profilo Facebook che avevi creato
Per me il vissuto reale è sempre un’alterazione. La memoria è sleale perché la ricostruiamo: ho un fratello gemello, siamo cresciuti insieme, dormivamo nella stessa cameretta e a scuola eravamo nella stessa classe, ma i nostri ricordi non coincidono mai. Quando ha letto La più amata mi ha detto: “Che bella l’idea di far sequestrare papà!”, e io gli ho risposto: “Guarda che è successo veramente”. Certo, avevamo solo cinque anni, ma lui lo aveva completamente dimenticato. La memoria è personale, ognuno per sopravvivere ricostruisce il proprio passato, la propria infanzia.

Perché portare il tuo alter ego anche sui social?
Ho messo in scena quella voce narrante anche su Facebook perché io nella vita sono una persona molto noiosa. Vado a letto alle nove, mi sveglio alle sette, non so cucinare, passo le giornate in casa, ho una vita sociale ridotta a zero, sono un disastro! E tutto questo non produce narrazione, quindi quando sono arrivata su Facebook mi sono detta: “Ma cosa racconto?”. Allora l’ho preso come un esercizio di scrittura, come una possibilità di racconto, e ho messo in scena questo alter ego prepotente, odioso, miliardario, fastidiosissimo.

Com’è stata la transizione da un romanzo che ha avuto un effetto sul pubblico così dirompente a Matrigna
In mezzo c’è stata una riflessione dettata dall’aver patito reazioni molto violente, che non avevo previsto perché fuori controllo. Io come scrittrice ho fatto un gioco, un esperimento, che però non mi potevo permettere come essere umano, non ero abbastanza forte per reggerlo. La più amata è un romanzo che senza parlare di violenza comunica con violenza, chiede una risposta violenta.

intervista teresa ciabatti

© Gabriele Ferraresi / LUZ

E va bene che molti abbiano risposto in quel modo, è perfetto, perché un romanzo dovrebbe sempre creare quel fastidio lì. Quando escono nuovi libri, i commenti sono tutti: “Bellissimo!”, “Stupendo!”; poi ne arriva un altro e di nuovo: “Bellissimo!”, “Stupendo!”, e viene subito dimenticato, come se fossero intercambiabili.

Matrigna racconta la storia di un rapimento. Tu sei stata bambina e adolescente durante la grande stagione di sequestri e delle grandi sparizioni: Emanuela Orlandi, Emanuela Trapani, Augusto De Megni, Cesare Casella. Sei stata influenzata dall’attualità?
Mi ha influenzato prima nell’immaginario, come desiderio, quando ero bambina. Io mi sono rapportata con la morte molto tardi, avevo addirittura un criceto che non moriva mai, sembrava eterno. E quando mio padre è morto io avevo diciott’anni ed è stata la mia prima esperienza. Sembra un privilegio, invece è un limite enorme, perché significa che tu arrivi a quell’età senza rifletterci mai, pensando che tutto possa durare per sempre, le case, le persone intorno a te, e che niente possa finire. E in questo mio universo dove non c’era l’orizzonte della morte, per me dopo il rapimento era previsto il ritorno.

Quindi, ogni volta che veniva rapito qualcuno, in me era più forte il pensiero dell’attenzione che scatenava. Io volevo essere Emanuela Orlandi, mi sembrava bellissima, e mi immaginavo ritornare a casa, con tutti che piangevano e applaudivano.

Forse perché era un’epoca in cui questi fatti avvenivano continuamente: se ti rapiscono sei il protagonista assoluto, però nella fantasia immatura non metti in conto il dopo. E quando poi la morte è entrata nella mia esistenza, anche questa fantasia di sequestro è diventata uno spettro.

Nel tuo libro è anche molto forte il tema della spettacolarizzazione del dolore. È una cosa a cui siamo abituati, sicuramente dalla diretta televisiva del tentato salvataggio di Alfredino. Mi ha fatto pensare al caso di Augusto De Megni, sequestrato dall’Anonima Sarda nel 1990, che nel 2006 ha partecipato al Grande Fratello: un altro tipo di reclusione
Anche Cesare Casella ha avuto un percorso simile. È stato sequestrato per due anni, incatenato, in condizioni animali e poi improvvisamente la sua vita ha di nuovo avuto una prospettiva. Ha cominciato a chiedere di fare varie cose – è andato a vedere il Milan con Berlusconi, per esempio –, e poi ha cercato di fare l’attore. E questo è interessantissimo: che queste persone tornino a ricercare la popolarità, ed è una cosa che io non mi sento di condannare. Queste sono pulsioni che ci sono, non appartengono a dei mostri, appartengono a tutti noi, sono appartenute anche a me nel desiderio di essere Emanuela Orlandi. È bello riuscire a raccontarle, a spiegarle, a non condannarle e a non giudicarle.

Come Carla [il personaggio della madre in Matrigna N.d.R.], che dopo aver sofferto davanti alle telecamere torna a farlo anni dopo su Facebook
Capisco il desiderio di Carla di non sparire, di essere al centro dell’attenzione, di leggere e rileggere le lettere che le arrivano e che diventano un conforto e un momento di condivisione, perché la paura è quella di rimanere sola.

Penso che sia una pulsione naturale, di grande fragilità e di grande umanità, quella di non voler essere lasciati al buio.

Fa paura restare al buio da soli. Secondo me è una cosa molto più profonda, non è spettacolarizzazione, alla base c’è una pulsione, una necessità, che è molto più emotiva di quello che sembra. È da rispettare, non da ridicolizzare o condannare.

Verso la fine del libro, scrivi: “Mamma è pazza. E oggi sono qui per certificare la sua follia, attraverso i ricordi spezzati che si ricompongono” 
È un po’ il movimento che io mi ritrovo a fare in tutti i miei libri. Si parte con alcuni che sono certificati sani di mente, equilibrati, e poi si vede che è una specie di contagio: tutti sono in qualche modo sopra le righe, fuori controllo. Penso che la pazzia sia l’insieme di tutti i momenti fuori controllo, che però appartengono a tutti gli esseri umani. Quindi forse di contro quelli che sono completamente sotto controllo sono invece i più pericolosi. È una specie di sfogo, anche della fantasia, della libertà, una vittoria dell’immaginazione. E l’immaginazione può essere una gabbia, ma tante volte può essere anche una forma di sopravvivenza, come nel caso di Matrigna. Infatti la figlia e la madre si ritrovano in questa follia, che poi è immaginazione, è un desiderio che coincide. Lì c’è la possibilità di sopravvivenza, lì finalmente si capiscono e coincidono. La figlia che per tutta la vita aveva detto “io sono diversa da lei” le si sovrappone perfettamente.

E la protagonista, Noemi, è anche lei Teresa Ciabatti?
In qualche modo Noemi più la Teresa Ciabatti protagonista della Più amata fanno la vera scrittrice, che però  ancora non è completa: ci vogliono tanti personaggi per comporre una persona. Noemi risponde al desiderio di non esserci, di sparire e di passare inosservata. Perché lei nasce proprio come personaggio secondario: volevo creare un personaggio che non avesse il carisma della protagonista, e neanche la cocciutaggine, la voglia, la determinazione di essere protagonista. Noemi nasce sullo sfondo, per essere personaggio secondario. Per natura, per carattere, sta benissimo lì. E poi per certi versi questo corrisponde al mestiere dello scrittore, perché lo scrittore è il testimone, osserva.

Tu ti senti testimone?
La mia vita è molto noiosa, non ho mai vissuto da protagonista in niente, solo nell’immaginazione.

Anche da adolescente le mie storie d’amore erano tutte non corrisposte, tutte immaginarie. Le mie amiche si fidanzavano, ricevevano mazzi di rose, e io l’amore lo vivevo attraverso di loro. In prima persona ho vissuto pochissimo. Però credo che questo riguardi tutti gli scrittori, perché se uno è un gran figo, che voglia dovrebbe avere di scrivere quello che già vive? Lo scrittore è qualcuno che sta ai margini e osserva, osserva tutto e desidera, si mette al posto di tutti, però di fatto il suo posto è in un angolo. E questa è Noemi: sta in un angolo e racconta una storia di cui non è protagonista, perché lo è il fratello, perfetto e predestinato a grandi cose, che invece sparisce. E poi c’è la madre, che è molto ingombrante, e quello che fa Nadia è cercare di sparire. E nel momento in cui invece “fa” effettivamente qualcosa, corrisponde alla madre: diventa protagonista nel momento in cui diventa sua madre.

E hai scritto questo libro da madre
Questo è il primo libro che scrivo con la consapevolezza di essere madre. Mia figlia ha otto anni, ma io sono diventata madre molto dopo la sua nascita. Tutti i miei libri precedenti sono scritti da una figlia, addirittura da un’adolescente, io non vivo mai il tempo “giusto”. Fino a La più amata ho vissuto fino negli anni ’70, e ora ho fatto un grande passo, sono negli anni ’90/’00 e ho una figlia. Ora a scrivere è sicuramente una donna adulta e questo comporta una scrittura diversa e una consapevolezza diversa, più controllo. Anche nei libri precedenti, ovviamente, c’era un controllo, ma davo molto spazio alla digressione, al capriccio, mi interessava che ci fosse una specie di chiacchiericcio interiore.

intervista teresa ciabatti sapiens

© Gabriele Ferraresi / LUZ

E in Matrigna?
In questo libro c’è sicuramente una voce narrante più adulta, e la variabile che modifica la percezione della realtà è la memoria, quindi non più un capriccio personale ma quello che viene ricordato. Nei contenuti invece non so se ci sia già questa corrispondenza, perché nella forma scrive una persona adulta, ma nelle tematiche c’è ancora molto riferimento all’infanzia: come momento fondamentale, momento d’oro o momento tragico, come se la vita fosse tutta lì. E un adulto dovrebbe emanciparsi da questo sentimento.

Tornando a Noemi: il senso di oppressione, che avverte all’inizio del libro, sembra diminuire nel momento in cui se ne va di casa
È un’illusione. Noemi per tutto il libro ripete “Io sono salva. Io sono guarita. Io me ne sono andata”, ma è il racconto che fa a se stessa. Lungo il romanzo cominci a renderti conto di elementi dissonanti, e che in realtà Noemi non sta tanto bene, non è tanto guarita. Anche nella storia d’amore dimostra che non si è mai allontanata mentalmente dal momento della sparizione del fratello. Paradossalmente ci è riuscita di più la madre, mentre lei è rimasta ingabbiata, bloccata a quel momento. Il massimo di amore che lei può dare è quello che lei può dare al fratello. Per questo da fuori quello con il fidanzato non sembra amore, sembrano fratello e sorella, ma per lei è il massimo di amore che può esistere.

Io credo veramente che ogni individuo sia condizionato da una specie di grande amore primigenio venuto meno, e la radice, l’origine, sta lì nell’infanzia, ed è quello che poi si va a replicare.

Le storie d’amore non possono essere mai uguali e non devono essere mai giudicate.

Nei tuoi libri indaghi molto i personaggi, in maniera quasi psicanalitica
È un po’ una mia passione. All’inizio tutti mi facevano notare che non facevo descrizioni, mai un alberello, mai un paesaggio: non ci riuscivo, mi sembrava un limite. Allora ci ho provato, ho studiato, mi sono esercitata, poi però mi sono resa conto che nella mia vita, pur crescendo in provincia, al mare, circondata da una natura meravigliosa, io questa natura non l’ho mai guardata. Non ho mai gli occhi al cielo, il tramonto non mi interessa, sono assolutamente indifferente a tutto questo.

Non ti commuove?
Sono assolutamente indifferente alla natura: non mi suscita nessuna emozione, perché la mia attenzione è rivolta totalmente all’umanità. E in Matrigna ci tenevo a sottolinearlo. È come se ci fossero sempre tutte le stagioni contemporaneamente: piove, c’è il sole, in una riga si comprendono tutte le condizioni atmosferiche e ambientali, come se ci fosse uno sfondo teatrale, che si può cambiare e che non dice niente dei personaggi che sono in primo piano. Ci tenevo molto, perché come scrittrice sono concentratissima sulle dinamiche psicologiche, le piccole violenze, i soprusi, le mancanze, e non riesco a vedere altro. Questo è uno sguardo ossessivo ovviamente.

Tu riesci a veicolare l’attualità degli ultimi decenni del Novecento senza inserire caratterizzazioni storiche troppo invasive
La famiglia è un’occasione grandissima, perché è il primo luogo dove si sperimentano i rapporti di potere, da cui deriva tutto.

Non c’è bisogno di uscire, si può svolgere tutto lì dentro, e raccontare così la contemporaneità. Una cosa che mi avevano contestato della Più amata è che io alla fine non svelavo chi era il padre, cosa aveva fatto, in cosa era coinvolto. E per me quella era una scelta importantissima, perché non mi interessava scoprire in cosa fosse coinvolto, mi sembravano molto più esplicative e molto più forti le sue azioni all’interno della famiglia, come quella di addormentare la moglie per un anno [La cosiddetta “cura del sonno” è una terapia farmacologica, ed è uno degli episodi cardine de La più amata N.d.R.].

È un’immagine potente
Con un gesto del genere tu racconti un tipo di potere, un’epoca, un personaggio, una mentalità, anche una politica. Non ti serve agganciarlo alla storia, perché una persona che negli anni Ottanta fa questa cosa lo racconta molto meglio, e senza bisogno di nominare i politici. A me interessa cogliere l’attualità, la storia e la cronaca attraverso delle metafore. Questo episodio della cura del sonno, che poi è una cosa vera, successa veramente, mi sembrava una metafora potentissima, di un’Italia che non risolverà mai certi misteri. In questo modo la famiglia diventa un’occasione per raccontare i movimenti di potere. Per me il racconto del potere è centrale: la ricerca del potere, il controllo, sono quello su cui si gioca tutto.

From the same category: Libri

Analytics

Questo sito usa Google Analytics per raccogliere dati sull'utilizzo, in modo da offrire un'esperienza utente sempre migliore. Cliccando su "accetto", permetti di abilitare il tracciamento delle tue interazioni su questo sito web. Potrai revocare il consenso in qualsiasi momento. Troverai l'impostazione dedicata nel pié di pagina di questo sito. Per saperne di più, leggi la nostra privacy e cookie policy

Cookie tecnici

Tutti gli altri cookie presenti sul sito sono di natura tecnica, e sono necessari al corretto funzionamento del sito web.

Altri cookie di terze parti

I cookie di terze parti possono essere bloccati dal browser dell'utente seguendo la procedura descritta nelle privacy e cookie policy.