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L’innocenza del Signor Rossi

Vasco Rossi andata e ritorno: da “Voglio una vita spericolata” a “Buoni o cattivi”. Viaggio nella metamorfosi del Blasco

di Valerio Valentini

Vasco Rossi andata e ritorno: da “Voglio una vita spericolata” a “Buoni o cattivi”. Viaggio nella metamorfosi del Blasco

Chi di noi non ha mai avuto tra le mani un disco di Vasco Rossi?

Molto probabilmente chi negli anni ha cercato di tenere le distanze dal Blasco non la penserà come De André, uno che di canzoni se ne intendeva, che lo definì un «poeta vero». In molti, compreso il sottoscritto, cominciarono ad avvertire un certo senso di colpa per aver ignorato, se non aspramente criticato, il Signor Rossi. Nonostante questo, la schiera dei detrattori non smetteva di portare avanti le sue critiche e perplessità nei confronti della rockstar sregolata che nelle sue canzoni rimuoveva la distinzione tra bene e male, e che invocava una vita senza limiti e senza regole, portando su di sé i segni di questa scelta.

Eppure, se Fabrizio De André aveva detto che Vasco Rossi era un poeta, indubitabilmente il problema ero io che non riuscivo a capire perché Vasco Rossi era un poeta.

 

Dovevo rimediare. Il primo album di Vasco Rossi che comprai fu Buoni o cattivi. Perché rinunciare, in effetti, a trovare il senso delle cose? E perché pensare che fosse «maledetto» distinguere i buoni dai cattivi? Non era forse quella la cosa più importante da fare?

 

Eppure, allo stesso tempo, c’era qualcosa, nelle canzoni di quell’album, che improvvisamente mi rendeva Vasco Rossi diverso da come me lo ero figurato fino ad allora. Quella che per me era stata la star, l’uomo inscalfibile che mi aveva fatto desiderare di poter entrare anch’io all’arena di Verona con una giacca di pelle e gli occhiali da sole arancioni, cantare una canzone davanti a una folla urlante che ne sapeva a memoria ogni parola e poi andare via, senza neanche salutare, adesso per la prima volta mi mostrava un volto più fragile.

Ricordo che i versi di Hai mai – «e chi dice che è facile/guarda qui/un uomo è così/se fosse così semplice/non sarei ridotto così./Io non mi voglio arrendere/non ci sto/tutto qui/non ci riuscirò/ma credo di sì» – mi turbavano profondamente, per ragioni che non riuscivo a spiegarmi.

A riascoltarlo oggi, Buoni o cattivi mi sembra interessante soprattutto per due motivi.
Il primo sta nel fatto che è in questo album che affiora, per la prima volta in maniera chiara, una sorta di consapevole scissione nella persona di Vasco Rossi. Come stai è, mi pare, la prima canzone dichiaratamente incentrata su questo rapporto piuttosto problematico tra il cantante rock idolatrato da milioni di seguaci che ha ottenuto esattamente il successo che aveva desiderato, e l’uomo pieno di problemi e turbamenti, che resta invece in una fase di incompiutezza esistenziale e di spaesamento di fronte a un mondo che non ama, e che gli sembra di non capire. Cosa forse non comune nell’imbellettato panorama discografico italiano, ma sicuramente non nuova nel mondo del rock: se merita di essere segnalata, in realtà, è perché da quel momento in poi, nel repertorio di Vasco Rossi, questa scissione, vissuta in maniera sempre più traumatica e raccontata con toni sempre più tragici fino al parossismo di Vivere o niente, assumerà una centralità, direi, assoluta.

 

L'innocenza del Signor Rossi vasco rossi ritratto

Vasco Rossi in concerto a Roma, Stadio Olimpico, 30 Giugno 2014 © Luciano Viti / LUZ

 

Il secondo motivo per cui considero Buoni o cattivi un album molto importante nella produzione di Vasco Rossi, è che ci si ritrova, in una maniera che mai prima era stata così esplicita, la ferma volontà di ricercare qualcosa, nonostante la cognizione, a tratti più rassegnata a tratti più rabbiosa, dell’inaccessibilità di quel qualcosa.

 

Anymore, Hai mai, e ancor più Non basta niente – il cui viraggio a canzoni d’amore credo sia, come spesso in Vasco Rossi, un depistaggio – sono emblematiche di questo atteggiamento. Ed evidentemente pure l’accettazione del domani che arriva lo stesso, anche se un senso non ce l’ha, convive con l’ostinato volerlo trovare, quel senso.

 

Ora, personalmente non condivido le analisi che tendono a dare grande enfasi alle “svolte” nella carriera di Vasco Rossi: si finisce per dividere in compartimenti stagni un percorso artistico e umano che è in verità piuttosto fluido, e per considerare conquiste o novità sconvolgenti qualità e pensieri che forse a Vasco Rossi appartengono da sempre, pur manifestandosi in maniera incostante e a volte contraddittoria. Detto questo, sicuramente è possibile individuare, nella sua produzione quasi quarantennale, dei cambiamenti significativi, riconducendoli magari anche a determinati momenti della sua vita.

La prima fase è quella che va dagli esordi all’uscita di Bollicine, quindi grosso modo a cavallo tra anni ’70 e ’80. È un periodo in cui la preoccupazione principale di Vasco Rossi è quella, molto semplicemente, di sfondare. Nel desiderio di ottenere la fama, Vasco Rossi si dimostra incredibilmente sensibile nel percepire le mutazioni che vanno affermandosi nei gusti e nelle idee delle masse.

 

Gli anni ’80 incombono, la gente non ha più voglia di prestare attenzione, di sforzarsi di capire: vuole qualcosa di semplice e, possibilmente, di poco ingombrante a livello etico e politico. E Vasco Rossi, furbamente, accontenta il pubblico.

 

Quando compone Siamo solo noi, ciò che prima di tutto Vasco Rossi fa è descrivere: vede quello che accade a chi gli sta intorno, in particolare a chi ha qualche anno meno di lui, e lo racconta. Lo fa però con un linguaggio così esatto nel definire ciò che nella mente dei ventenni di allora era un urlo ancora muto, che alla fine Siamo solo noi diventa la voce con cui quell’urlo si sostanzia. Vasco Rossi smette di essere il testimone, il cantore di milioni di sconvolti senza più santi né eroi e ne diventa l’emblema, il “profeta”.

Quanto di questo cortocircuito sia avvenuto per volontà dello stesso Vasco Rossi, e quanto suo malgrado, non sempre è facile stabilirlo. Quello che si può dire, invece, è che Vasco Rossi, nell’immediatezza di quegli anni, non ha fatto moltissimo per ridefinire la sua posizione rispetto ad una cultura che certamente lui perlopiù non amava, ma che in alcuni casi lo aveva strumentalizzato e, in qualche modo, integrato.

A rendere il rapporto di Vasco Rossi con l’Italia degli anni ’80 ancora più complicato, sta il fatto che in essa i residui dell’Italia di prima (moralismo, bigottismo perbenista ecc.) convivano coi dogmi della nuova Italia, sedotta da un edonismo a buon mercato e dalla «legge dilagante del fatti i cazzi i tuoi» (cit. Gaber). Per raccontare quest’Italia, Vasco Rossi predilige un’ironia che, se è indubbiamente iconoclasta contro gli aspetti culturali più tradizionali, per quel che invece concerne gli aspetti più moderni si rivela a volte ambigua, o fraintendibile.

Basta scorrere i titoli delle sue canzoni, però, per capire che dal 1985 qualcosa di significativo cambia. Forse sono sufficienti anche solo i titoli degli album: prima Colpa d’Alfredo, Siamo solo noi, Vado al massimo, Bollicine, e poi Cosa succede in città, C’è chi dice no, Liberi liberi, Gli spari sopra.

 

Cos’è che è cambiato? Certamente le vicende personali hanno un ruolo non trascurabile: la detenzione, la faticosa disintossicazione, la crisi creativa a seguito dell’ingabbiamento dentro lo stereotipo del rocker dalla vita spericolata. E, di conseguenza, è proprio nella vita privata che avviene una vera metamorfosi.

 

Ma certo anche le sue canzoni risentono di questo suo nuovo equilibrio, meno folle ma non meno complicato, con la vita. Vasco Rossi abbandona quasi del tutto la sua retorica beffarda ma a tratti equivoca e conduce i suoi testi (o meglio, una parte dei suoi testi) verso una dimensione più politica.

Resta comunque fedele alla sua poetica profondamente antipredicatoria: si limita quasi sempre a registrare delle storture, senza soffermarsi troppo sulle analisi e senza lanciare appelli al popolo. Ed è un bene, viene da dire. Perché quando Vasco Rossi ci prova, in realtà dimostra un velleitarismo poco apprezzabile: Stupendo, da questo punto di vista, resta di gran lunga migliore di Gli spari sopra o Non appari mai.

Contemporaneamente, emerge un certo ripensamento sul suo passato di artista e sul mito che attorno a lui si era creato: Liberi … liberi non è forse, anche, un controcanto struggente di Siamo solo noi? E del resto sull’assurdo significato attribuito ad alcune sue canzoni Vasco Rossi aveva già scherzato in T’immagini: «T’immagini la fregatura che han preso quelli che son partiti, tutti di corsa tutti quanti per il Messico?», si domandava nel 1985, con chiaro riferimento alla Vado al massimo che lo aveva reso famoso, un paio d’anni prima, a Sanremo.

 

L'innocenza del Signor Rossi vasco rossi ritratto

Vasco Rossi in concerto a Roma, Stadio Olimpico, 30 Giugno 2014 © Luciano Viti / LUZ

 

Ma è negli ultimi quindici anni che Vasco Rossi ha intrapreso, in maniera crescente e quasi senza volerlo, un percorso di analisi retrospettiva della propria opera e del modo in cui essa è stata recepita. È, questa, una delle caratteristiche più peculiari della sua produzione degli anni 2000, in particolare da Buoni o cattivi in poi. Non si tratta di un’abiura, e neppure di una esplicita presa di distanze, la quale semmai è allusa o proposta qua e là sotto forma di divertissement. Piuttosto, si tratta della frequentazione di nuovi temi e della predilezione per degli atteggiamenti che risultano, per loro stessa natura, antitetici rispetto a quelli che avevano contraddistinto i suoi esordi.

Si può dire, anzi, che il soggetto di tante delle ultime canzoni di Vasco Rossi sia un ribaltamento – non direi, ancora, una confutazione – di certi leitmotiv che lo avevano fatto amare dagli adolescenti negli anni ’80. E qui i singoli esempi potrebbero essere innumerevoli – si potrebbe dire che Vasco Rossi è passato da «vado al massimo» a «non si può spingere solo l’acceleratore», da «non ci bastano le solite emozioni/vogliamo bruciare» a «ho fatto un patto sai/con le mie emozioni/le lascio vivere/e loro non mi fanno fuori» – ma rischierebbero anche di essere tremendamente sciocchi. Quello che è diverso, infatti, è qualcosa di enormemente più grande, che va ben oltre le canzoni, e che riguarda un nuovo modo di affrontare il rapporto con se stessi e con la vita.

Senza dubbio, si può ritenere che una buona parte di questo cambiamento sia dovuto ad un normalissimo fatto biologico: Vasco Rossi oggi ha sessantasei anni e, tanto per fare un esempio, non è più il rocker maledetto che sale sul palco completamente ubriaco, ma un professionista meticoloso che si allena con settimane di jogging in vista delle tournée e mangia pastasciutta in bianco rigorosamente tre ore prima dell’inizio del concerto.

 

Il suo corpo, in questo senso, è il primo testimone del cambiamento: Vasco Rossi ostenta – e forse è una maniera per accettarlo senza troppi patemi – il suo invecchiamento, i suoi chili di troppo, la sua calvizie. Ed è proprio nel suo corpo di oggi che l’uomo mostra di essere un reduce del suo passato da rockstar – quel suo corpo che ha «miracolosamente» attraversato vari eccessi, rimanendo vivo ma non indenne, e che è sceso a patti con la realtà.

 

Tutto questo traumatico cambiamento, fisico e psichico, il Vasco Rossi anziano lo ha metabolizzato, non senza fatica, proprio scrivendoci sopra canzoni. E non a caso, nel farlo ha insistito sui due aspetti che si manifestavano sin dal primo disco di questa nuova fase della sua produzione, e cioè Buoni o cattivi: la scissione interiore, e il riconoscimento doloroso dell’inviolabilità dei limiti che tuttavia si cerca di superare.

Perché tutto ciò? Perché questi due elementi gli sono stati indispensabili per, banalmente, sopravvivere? La risposta più chiara, mi pare, sta in Sono innocente, che è un po’ il resoconto di quasi quarant’anni di carriera e oltre sessanta di vita, al termine del quale Vasco Rossi si assolve.

Ma innanzitutto: come ha potuto, Vasco Rossi, pensare di farsi un processo, o anche solo un esame di coscienza così apparentemente radicale? È evidente che la decisione non è stata presa dal Vasco star, per il quale il bilancio era scontato che fosse in attivo: nessuno ha avuto il suo successo, nessuno ha saputo innovare il rock italiano come lui. Eccetera. E forse l’idea stessa di fermarsi a ripensare e a rivalutare tutto ciò che ormai è stato, è qualcosa che non appartiene affatto all’orizzonte mentale di quella star. È chiaro che il processo è stato intentato, più che dai tanti accusatori di stampa e TV contro i quali Vasco Rossi si scaglia, da Vasco Rossi stesso: non la star, stavolta, ma l’uomo. Quello che, nel corso di questa autoanalisi, è caduto nella depressione, si è abbandonato alla dipendenza da social network e ha sfiorato l’idea del suicidio.

 

E di cosa, principalmente, l’uomo Vasco Rossi ha ritenuto la rockstar meritevole di esser imputata?

 

Credo proprio della relazione incoerente e complicata coi limiti. Vasco, la star, ha talvolta voluto ignorarli, soprattutto quando si trattava di limiti fisici (e forse, ma la cosa mi pare meno importante, legali); altre volte, quando invece si trattava di limiti cosmici, o politici, se ne è fatto un alibi per giustificare un certo ripiegamento su se stesso, una certa accettazione, magari mal sopportata, del mondo così com’era.

Tutto questo, a partire da un certo momento, l’uomo Vasco Rossi lo ha rifiutato, costringendo la star da un lato a farsi una famiglia stabile e a rinunciare al suo gusto per la sregolatezza, e dall’altro a voler comunque ribadire la necessità di ricercare qualcosa, per quanto questo qualcosa rimanga inafferrabile. Con la consapevolezza, per di più, che quella ricerca non prospettava affatto una soluzione pacificante, ma semmai un accrescimento dell’angoscia: E adesso che tocca a me già parlava di questo, come se la parte sotto accusa rinfacciasse all’inquisitore che tutta quella sua ansia di fare chiarezza non avrebbe portato a nulla se non ad una maggiore frustrazione.

 

L'innocenza del Signor Rossi vasco rossi ritratto

Vasco Rossi in concerto a Roma, Stadio Olimpico, 30 Giugno 2014 © Luciano Viti / LUZ

 

E a questo punto è chiaro anche perché l’uomo Vasco Rossi non poteva che assolvere la star: il processo, in fondo, si è risolto in una confessione e una chiacchierata amicale: «no, dei rimpianti tu non ne hai/hai fatto tutto in fretta/eri un tipo precoce/un po’ troppo veloce/per una vita sola». Esito scontato, appunto. Innanzitutto perché la parte che giudicava è per sua inclinazione naturale piuttosto indulgente, con sé e con gli altri: «Sono innocente o no?», si chiede, accontentandosi di un semplice «si fa quel che si può» come risposta. In secondo luogo, come detto, è lo stesso Vasco moralizzatore di se stesso che ha paura di andare troppo in fondo con la sua inchiesta, con la sua pretesa di rinnovamento, perché tutto ciò esigerebbe delle rinunce e dei sacrifici (Cambia-menti e ancor più Come vorrei) a cui forse neppure lui è del tutto disposto.

L’ultima spiegazione di questa generosa clemenza nel giudizio sta nel fatto che l’uomo Vasco Rossi non può fare a meno della rockstar, ne ha un bisogno disperato per poter riuscire a non lasciarsi sopraffare dal dolore che impone questa sua nuova cognizione della propria mediocrità di essere umano. Cosa può fare, di fronte al panico che lo assale, l’uomo Vasco Rossi, se non «far finta di niente» e «sperare che non se ne accorga la gente»? Ma per far questo, non può che chiedere aiuto al Vasco rockstar.

In fondo, cantare canzoni davanti a migliaia di persone, è la soluzione migliore che l’uomo Vasco Rossi abbia trovato per vivere. Per questo non poteva che assolversi con una pacca sulla spalla, ma senza rinnegare se stesso; schermirsi dal mito che rappresenta, ma senza abiurarlo.

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