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Anima e corpo

La più grande ballerina italiana si svela e ci racconta come la danza possa essere lo strumento che sublima il corpo: abbiamo incontrato Alessandra Ferri.

di Anna Prandoni

Misura le parole proprio come fa con i passi di un assolo, cerca l’espressione giusta per dire esattamente quello che pensa. Riflessiva, consapevole, determinata: Alessandra Ferri è un’artista che sembra vivere in una dimensione ultraterrena e emoziona l’interlocutore prima con la profondità di pensiero, poi con lo sguardo che esplora lo spazio e poi con qualche rapido e improvviso movimento delle braccia, che anche seduta su una semplice sedia di legno, ti trasporta come per magia su un grande palcoscenico dove lei è la protagonista assoluta.

Una stella luminosa e potente, una donna con una grande consapevolezza di sé e del proprio spazio del mondo, che appare serena e appagata, ma fa percepire di essere arrivata a quello stato di grazia con un faticoso lavoro di introspezione, probabilmente aiutata anche dai tanti ruoli che le sono stati cuciti addosso. La più grande ballerina italiana si svela e ci aiuta a riflettere, spiegandoci come la danza possa essere lo strumento che sublima il corpo. E emoziona tutti noi anche senza scarpette da punta.

Un ballerino si sente comunque un ballerino anche se non è su un palco e non ha la possibilità di esprimersi?
Posso parlare per me stessa, ma penso di poter interpretare anche il pensiero di altri. Un ballerino è un ballerino per passione, non per lavoro. Si nasce e si diventa ballerini da bambini perché si vuole esserlo. È una professione veramente pesante che richiede tanti sacrifici fisici e psicologici: non è possibile esserlo semplicemente per lavoro.

 

Un ballerino è un ballerino sempre: l’abbiamo visto in questi mesi di chiusura, tutti i ballerini del mondo, anche impossibilitati ad andare nei teatri, danzavano e si sono sempre allenati anche in casa. Perché siamo ballerini sempre.

 

Un artista non divide mai la sua arte dalla sua vita: uno non è una persona nella vita e poi si mette il tutù e diventa un’altra. È il suo modo di esprimersi, è il suo modo di vivere la vita. Io mi esprimo attraverso la danza e mi rispecchio, mi osservo, mi conosco nella danza, che è una mia compagna. È la mia vita.

 

© Amber Hunt

 

Quando sei diventata una ballerina?
Sono nata così: già a tre anni sapevo di voler ballare. Sapevo di voler fare la ballerina. Probabilmente avrò visto qualcosa, non mi ricordo. Ma so che a un certo punto ho detto voglio ballare e ballavo in continuazione.

Ma comunque per te è un lavoro
No. Non è un lavoro: è la mia vita. È faticoso. Certo, ci vuole un’applicazione continua. C’è lavoro nel senso che c’è un mestiere dietro: ovviamente studiamo dai 7, 8 anni e per tutta la vita. Ma la ragione per cui continuo a ballare è che continuo ad imparare. Devi imparare una tecnica per ballare, ma non è un lavoro. Io non “vado a lavorare” mai. Il fatto di poter vivere della mia passione e del mio sogno è un grandissimo privilegio. Ma non è un lavoro.

E c’è qualcosa di questa vita di danza che non ti piace?
Io ho una filosofia di vita in generale, per cui non ci può essere niente senza l’altra cosa. La vita è così, non puoi dire che c’è qualcosa che non ti piace o ti piace nella vita. La danza mi piace non perché mi metto il tutù, o perché sono in scena. Mi appassiona il processo e il percorso, che è un percorso di vita. Implica gioia, allegria, soddisfazioni, insoddisfazioni, delusione e sacrificio: contiene tutto. Non esiste una cosa senza l’altra.

E la fatica?
Ci sono dei lati di questa mia vita artistica e di questa realtà alle volte più faticosi: periodi in cui una è stanca, anche se la lezione mi ricarica tantissimo e anche se non ne ho voglia quando poi invece la faccio mi dà energia. È parte di me, del mio essere.

 

Il mio corpo è uno strumento, non è solo una cosa da vestire.

 

È lo strumento attraverso il quale esprimo la mia anima e la mia interiorità, scopro il mio essere. Sono un tutt’uno: questa è un’esperienza unica per i ballerini, credo, di essere un tutt’uno con anima e corpo. Non è un’anima rivestita: è l’anima che ha bisogno del corpo per sublimarsi e per vivere la sua vita. E prendermi cura di questo strumento che è il mio corpo mi arricchisce molto. Il mio corpo è uno strumento di una parte più grande di me, ma sono sempre io.

Che cos’è la perfezione?
La perfezione non esiste: o meglio, è anche relativa e individuale. Ognuno ha la sua perfezione. È come una montagna che scali: arrivi al primo plateau e pensi di essere arrivato al massimo. Poi guardi su e scopri che quando arrivi lì c’è un’altra montagna ancora più alta. Più uno cresce, più uno impara, più uno conosce: cresce, impara, e capisce che c’è qualcosa di più. Bisogna anche ricordarsi e tenere conto del fatto che il corpo non è una macchina: muta con le stagioni, con l’età. Ogni giorno hai bisogno di una sfumatura e di una cosa nuova. Magari ieri hai fatto una prova eccellente, ma poi hai dormito meno bene o hai un po’ di mal di schiena e il giorno dopo bisogna ricominciare. È un continuo: ogni giorno mi rifletto e imparo attraverso la danza. Mi ha insegnato ad occuparmi del presente: perché ogni giorno è un giorno nuovo. E tu devi essere presente quel giorno lì. È vero che quello che hai imparato lo trattieni, ma non è sempre così accessibile. La sensazione te la ricordi, sai che hai imparato quel movimento, ma devi insegnare al corpo ogni giorno di nuovo.

E dove si trova la forza per farlo sempre, ogni giorno?
Quello è talento. Secondo me il talento nel ballerino non è solo la dote fisica: anzi, la dote fisica è solo una componente del talento, quella che la gente nota di più. Ma il talento è fatto di tantissime cose messe insieme, una delle quali è la forza di volontà. Intelligenza, umiltà, doti fisiche, sono tutte componenti che messe insieme creano la situazione ideale per far sì che tu possa liberare quest’anima, quest’espressione interiore, attraverso il tuo corpo.

Questo momento è anche nel pliè che fai tutte le mattine?
Certo.

Invece il momento dello spettacolo che cos’è?
Il momento dello spettacolo è… ci sono degli spettacoli più sublimi di altri, ogni volta è diverso. C’è la sera che tutto combacia perfettamente, ci sono sere più faticose, magari tu sei meno concentrato, o il pubblico è meno concentrato. Sono tante le componenti.

 

Ma quando c’è uno spettacolo davvero bello, allora trascendi. Trascendi te stesso e il corpo diventa spazio. Sei in rapporto con lo spazio, con l’energia, con la musica. Ti dimentichi di tutto e voli…un po’.

 

Questa emozione si percepisce anche dal pubblico
Prima è una preparazione: poi con tutte quelle componenti insieme tu trascendi e il pubblico l’avverte, perché anche con gli spettatori c’è una conversazione che va al di là della percezione fisica di noi stessi. Quella secondo me è arte, sempre. Quando rimani colpito da un brano musicale, o dai quadri: quando lo vedi e ti emoziona è perché in quel quadro c’è l’anima del pittore e quell’anima sta parlando alla tua. È una percezione che va al di là della nostra mente e del concetto di chi siamo. È un linguaggio che supera e trascende la mente: va da essenza a essenza.

È la stessa cosa che succede quando balli con qualcuno?
Quando balli con il tuo partner hai un rapporto molto intimo, ma di un’intimità nel profondo: sveli veramente chi sei nell’essenza, nella fiammella che ci tiene vivi. È qualcosa di quasi spirituale. Mi capita tante volte con i partner con cui ballo e con cui mi sento in sintonia: non è una questione di amicizia. È uno svelare all’altro qualcosa di più alto.

 

© Marty Sohl

 

Credi in Dio?
Mi reputo molto spirituale: credo che non siamo solo questa carne e questo corpo. Il corpo è uno strumento: e non solo per i ballerini, perché loro lo sublimano rendendolo arte: ma è strumento per tutti noi. Attraverso le sensazioni che il nostro corpo ci dà troviamo il modo di scoprire la nostra parte più profonda. Noi viviamo questa vita in maniera fisica: è una barca, è un ponte tra questa piccola realtà e quella più grande. Se vuoi chiamarla Dio… ma poi siamo noi. Siamo tutti più grandi di quello che vogliamo essere o di quello che ci accontentiamo di essere.

Ti sei mai accontentata?
Non mi sono mai accontentata nel senso di rimpicciolita: mi sono conosciuta, in particolare con l’età, negli anni. È una questione di conoscersi: è diverso dall’accontentarsi, è volersi bene per chi si è. Questo vuole anche dire comprendere la propria grandezza e anche la propria umanità, che è molto più fragile, e abbracciare le due sfaccettature: siamo tutti fragili, insicuri, vulnerabili però nella comprensione che siamo anche molto più grandi scopriamo la nostra identità.

C’è un personaggio di un balletto che rispecchia un po’ questo?
Adesso come adesso mi viene in mente Giselle: hai queste due sfaccettature. Hai questa ragazza del tutto in carne ed ossa con le sue fragilità che muore, che quindi lascia andare una sua parte terrena per arrivare a una comprensione di chi è nel secondo atto: un’anima immensa ed eterna, veramente in grado di amare. L’amore del primo atto è come lo intendiamo spesso, legato alla coppia e al possesso. Invece l’amore nel secondo atto prescinde, lo libera e lo salva. Questi due aspetti terreno e spirituale si fondono. Al di là delle storie, che sono sempre pretesti per dare messaggi più grandi dei fatti, questo balletto esprime questa dualità.

Anche il pubblico influenza quello che succede

 

Noi non lo vediamo mai: il pubblico nei grandi teatri è troppo lontano, vedi tutto nero e luci. C’è un grande buio, un grande vuoto. Ma ne percepisci l’energia.

 

Sono 2000 persone, e si crea un’energia che è specifica del pubblico di quella sera. È un evento stranissimo e interessante: evidentemente esiste una comunicazione che va al di là della comunicazione delle parole. Si crea tra tutti una rete invisibile, una ragnatela energetica che assume vari aspetti. Ci sono dei pubblici apparentemente più freddi, che reagiscono meno, alle volte lo senti e poi dipende da te reagire. Ci sono sere che non ti importa, delle altre in cui ti vengono dei dubbi. Io con l’esperienza ho imparato a staccarmi da quella cosa: ma per uno alle prime armi può spiazzare. Adesso non mi influenza più di tanto: adesso per me ballare è un’esperienza personale.

Vorresti dire qualcosa alla giovane Alessandra appena arrivata a Londra?
È giusto che la giovane Alessandra faccia le sue esperienze. È attraverso le esperienze e la solitudine e tutto quello che ho passato che sono quella che sono adesso. Il messaggio è di vivere la vita con pienezza e di attraversare ogni sentimento senza negarsi nulla. Ogni esperienza va vissuta. Trattenersi è un peccato. Non è che non abbia mai avuto paura.

 

Ma ho voluto vivere senza aver paura della paura, ma vivendola.

 

© Tristram Kenton

 

La Scala ha riaperto, è un bel segnale
Chiamiamola riapertura… la Scala non ha riaperto. Ci sono 4 musicisti e 300 persone: più che riapertura lo chiamerei un piccolo concerto da camera. La riapertura è un’altra cosa. Questo per me è un proforma. Purtroppo la situazione dei teatri è drammatica in tutto il mondo. Sicuramente riapriranno, però è molto difficile. Comunque ci stanno provando: il problema è che devono cambiare tutte le disposizioni. Quello che fa specie è che facciano giocare i giocatori di calcio, che si possa andare in aereo per ore seduti vicini. Questo è molto fastidioso per noi. Hanno riaperto persino le discoteche.

Alessandra Ferri è mai andata in discoteca?
Ci sono stata tre o quattro volte, quando avevo 18 anni: le odiavo. Non è che mi dispiaccia ballare per divertirmi, lo faccio anche. È l’idea dello sballo che a me non piace: avere gente fuori di testa intorno a me è insopportabile. Le poche volte che ci sono andata mi sono sentita alienata, molto sola: sentivo di non appartenere a quel mondo.

Hai detto che non l’hai mai fatto per il tutù e per le scarpette: però quell’immaginario è molto affascinante. La danza è anche quello.
Forse per chi non la fa – sorride, ndr. In realtà è tutta arte.

 

Il tutù, le scarpette sono oggetti sacri: non è fare la principessina.

 

Hai mai visto come vengono fatte? Sono ore e ore delle magiche mani di queste donne nei teatri che passano giornate a calcolare l’esatta proporzione della singola paillette con il corpo. Ci sono un’expertise, un amore, una professionalità, una maestria uniche. Sono oggetti che ancora oggi trovo magici: le scarpette quando sono nuove per me sono ancora un rito, me le cucio io tutte le sere. Ma non è mai stato che volevo mettermeli perché ero carina. Vedevo l’arte dietro ad ogni cosa del teatro, dietro ad ogni aspetto: l’arte di chi fa le scene, di chi suona uno strumento.

 

È un tempio d’arte un teatro, ed è quello che mi affascina e rapisce quando varco la porta del palcoscenico. È un portale verso una realtà magica. È davvero qualcosa di sacro. Entri in una realtà parallela, con un vibrazione particolare.

 

C’è qualcosa oltre la danza?
C’è tutto: io sono quella persona lì. Non mi interessa avere l’hobby o una cosa che mi distrae dalla monotonia della vita, perché non ho una vita monotona e vivo una passione incredibile. Certo, ho le mie figlie, i miei affetti, i miei amici. È difficile da comprendere per chi non ha una passione così intensa a cui ti applichi così tanto. Non mi sono mai neanche dovuta chiedere cos’altro fare, perché già da bambina sono andata senza ostacoli verso la danza. Se ero predestinata non lo so dire, ma non ho mai incontrato delle porte sbarrate: strada facendo mi si aprivano davanti. E quindi non me lo sono mai chiesta, perché fin da bambina volevo fare questo, ed è successo.

Delle altre arti quale ti emoziona di più? Cos’altro avresti potuto essere?
Quello che mi ha fatto ballare è il rapporto di quando ballo con la musica: è essere musica, diventare musica. Questa è la cosa che è più parte di me. Quindi avrei potuto essere forse un musicista, anche se non so ho talento. Ma se mi devo vedere in un’altra veste, forse direi una pianista. Avrei potuto trovarmi in quello. Non voglio dire perdermi, perché non sarebbe corretto: perché io non mi perdo, ma mi trovo nella danza.

Che cosa c’è nel futuro?
Vivo molto nel presente. Adesso, a questo punto della mia vita, non mi interessa più fare i balletti che facevo prima. Mi interessa fare dei progetti che rispecchino chi sono adesso: trovo molto stimolante e anche molto importante il portare in scena una donna di 57 anni. La danza è sempre associata alla giovinezza e alla forza fisica, che non è la stessa forza che si ha alla mia età. Penso che sia bellissimo invece trovare ruoli creati in questi anni, facendo delle donne che sono cinquantenni e che hanno un vissuto che mi riflette, in cui posso usare la fisicità in modi nuovi e diversi per me. Esplorare la danza a questa età non ha nulla a che fare con il tornare sulle scene, ma riflette il bisogno di rapportarmi alla danza adesso.

Se tu volessi avvicinare alla danza chi non ha mai visto un balletto che cosa gli diresti?
Direi di essere aperto con sé stesso, non verso la danza. La gente non va a vedere i balletti perché rimane chiusa nei suoi pensieri. Ecco: gli direi di essere morbidi.

 

Foto di copertina © Tristram Kenton

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