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Le cose che cambiano

L’indie, Youtube, la trap e i cambi di paradigma, il sessismo della scena italiana e non: Verano ha fatto il punto con noi

di Gabriele Ferraresi

Raccontare cos’è cambiato nel mondo della musica negli ultimi cinque, dieci anni? Impresa complicata, la cosa migliore è lasciar parlare chi vive quel mondo dall’interno.

Come Anna Viganò, in arte Verano, trentaduenne cantautrice divisa a metà tra la musica e la pubblicità, che è il suo lavoro quotidiano. Il suo è un buon punto di vista per fare una mappa di tutto quello che è successo e quello che succederà.

Dall’indie diventato di massa e le conseguenze sul mercato discrografico, alla forza propulsiva di Youtube e Spotify, alla trap, al sessismo della scena italiana.    

Suoni in giro da una quindicina d’anni: ti sei vista tutto il passaggio dalla musica indipendente all’itpop
A innescare il cambiamento sono stati una serie di fattori: da un lato tutto il portato di Youtube – più che di Spotify – e dall’altro il fatto che le nuove leve, ovvero i miei coetanei, entravano nel mondo dell’autorato, ovvero cominciavano a scrivere per altri. Diciamo che spaccavano un po’ quello che era stato fino a quel momento il mosaico di “vecchi” che scrivevano per altri “vecchi”. 

Partiamo da Youtube
Io ho vissuto la fase in cui l’indie era indie, in cui cantare in italiano era quasi da sfigati. Poi è arrivato il primo momento dei cantautori tra fine anni ’00 e inizio ’10, quindi Dente, Brunori, Di Martino, Colapesce. Lì quando facevi un Magnolia con 400 persone eri Dio. Poi più la musica è diventata digitale (penso soprattutto a YouTube), più la sua fruizione si è evoluta creando delle sacche – che tanto piccole non erano – di ragazzini che si sono immedesimati in un certo tipo di grammatica molto precisa e hanno iniziato a determinare numeri importanti. 

Cosa è successo poi?
Queste sacche si sono ingrandite sempre di più. Con Youtube e Spotify accadeva che le persone cominciassero ad ascoltare un certo tipo di musica che prima ignoravano, ed erano in tanti. Dall’altro lato c’era sicuramente la voglia – un po’ grottesca, dal mio punto di vista – di certi editori o di certe etichette grosse di volere a tutti i costi l’emulo di quei due tre fenomeni che arrivano al grande pubblico.

 

anna viganò verano intervista sapiens luz

Anna Viganò – Verano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Racconta
Non voglio fare nomi, perché poi mi danno della polemica: ma se oggi senti un disco chiamiamolo dell’indie-pop / itpop e ascolti una produzione di uno di questi personaggi a caso – una Emma Marrone, con tutto il rispetto – suonano esattamente uguali.

 

È tutto uguale, flattizzato, perché il discografico ha deciso che quella è la cifra, quello è il suono.

 

Si fa meno ricerca?
Anche. In ogni caso penso sia un buon momento per la musica, al di là che purtroppo – ma questo accade ciclicamente – ci sono dei fenomeni eccezionali e poi attorno queste eccezioni si creano eserciti di emuli e progetti fatti con lo stampino.

Copiare funziona?
Funziona, perché vai su una scia che la gente è abituata a seguire: lo trovo molto triste, sia per un discorso artistico, sia perché in questo modo vai a dopare e alla lunga a stancare il mercato.

 

anna viganò verano intervista sapiens luz

Anna Viganò – Verano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come sta il mercato per voi artisti?
Siamo in un momento estremamente dopato, questa cosa crollerà, non è sostenibile. Resteranno quelli che hanno qualcosa da dire, come in tutte le cose. Dall’altro lato c’è sempre di più questa fotta, questa bulimia, questo celodurismo spinto, tale per cui “Se non faccio l’Alcatraz, o non faccio sold out, chi cazzo sono?”.

Dopato in termini di soldi?
In termini di cachet, di visibilità, a livello artistico. Esiste un Calcutta e poi trenta cloni, che comunque vengono seguiti dai ragazzini – e va bene così, per carità – ma io dico, usate la vostra cazzo di testa, non vi rendete conto che non c’è niente sotto? 

È più conformismo o mancanza di idee?
Un po’ tutte e due.

 

Quello che dobbiamo capire è che il talento “vero” non nasce tutti i giorni. Quindi non è possibile “vomitare” – in senso buono – un Calcutta ai ritmi di adesso. Perché i ritmi di adesso sono folli.

 

Il mercato si stabilizzerà, come tutte le cose.

Fenomeni come la Dark Polo Gang erano degli alieni: possono ancora spuntare fuori imprevisti del genere?
Sì, assolutamente. È tutto molto inquinato, c’è questo rumore di fondo, ma i grandi ribaltamenti di paradigma nascono dal basso, a tavolino non li ricrei. Non è pensabile che a tavolino si possa fare qualcosa di così potente come per esempio una Dark Polo Gang – con tutto che non condivido niente della DPG – ma non è una roba che puoi creare in laboratorio. 

Sei una donna, suoni, sono gli anni del nuovo femminismo: la musica italiana è un mondo sessista?
Lo è, lo è sempre stato. Adesso il livello di attenzione è più alto, quindi si sta molto più attenti, no? Ma su alcune cose purtroppo non è neanche una questione di attenzione, sono meccanismi, sono riflessi automatici di cui la gente non si rende conto. Ed è questa la cosa più grave, succede tanto tra gli uomini quanto tra le donne. È un mondo in cui mi sembra di vedere sempre più donne che suonano, anche perché la nostra società si sta evolvendo. Tardissimo, ma lo sta facendo.

 

Senza fretta eh
Il cliché della ragazza esotica perché suona si sta smussando e spero che sparisca a breve. La musica però resta un mondo estremamente maschile e per certi versi anche un po’ maschilista, ma non voglio affondare la lama…

 

È un mondo in cui per suonare in un festival devi essere tre volte più brava di un artista uomo, è un mondo con ancora molti nodi da sciogliere. 

Per esempio?
Ho detto spesso che se c’è una cosa che non farò mai è partecipare a un festival di sole donne. Capisco l’intento di chi li fa, non è che sono dei mostri, ma lo trovo completamente sbagliato. È come dire “Allora a questo punto voglio organizzare un festival di solo uomini belli”.     

Fa ridere
Vedi? Fa ridere. Il problema è che quando dici “festival di sole donne” non hai quella reazione. Capisco gli intenti positivi dietro a un festival di sole donne, ma così finiamo per metterci in una riserva naturale. Io non sono un genio perché so fare un Mi maggiore con la chitarra, e soprattutto non sono esotica per questo: penso di fare un certo tipo di musica e di avere un certo tipo di linea che può piacere o non piacere, ma vorrei che il dialogo fosse alla pari. 

 

anna viganò verano intervista sapiens luz

Anna Viganò – Verano © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Non è ancora?
Non lo è. Si stanno facendo tante cose, il Primavera Sound per esempio ha fatto questa operazione di “quote rosa”, che in fondo non riesco comunque a condividere. È un tema molto complesso, e io stessa ho più domande che risposte, sia chiaro: chi ha preso questa decisione sarà stato attraversato da molti dubbi e avrà considerato molte variabili – e so che a volte devi dare degli strattoni per rompere le cornici – ma alla fine da donna preferirei avere l’opportunità di arrivare su quel palco non a mezzo quota imposta, ecco.

Tu non sei solo un’artista, lavori ogni giorno nel terziario digitale: nelle aziende come sono vissuti questi temi?
Vedo una tendenza – abbastanza preoccupante, per quanto mi riguarda – delle grandi multinazionali di mettere ai vertici delle donne solo per un tema di diversity, per sentirsi la coscienza pulita, lavata e profumata. Purtroppo spesso queste donne messe ai vertici poi vengono “bruciate” perché non sono in grado di fare quel lavoro, ma non è che non sono in grado in quanto donne: ma perché ai vertici di un’azienda deve stare una persona che ha un “quid” in più, che sia donna o uomo. In questo modo però qualcuno potrà dire che certi ruoli non possono essere ricoperti dalle donne. 

Hai sempre avuto due vite, una da artista e una in agenzia: da quanto vai avanti così?
Va avanti così da dodici anni ormai, bene o male ho sempre fatto tutte e due le cose, in maniera più che seria. 

Di preciso cosa fai?
Lavoro in pubblicità e mi occupo di strategia, della parte più di pensiero che connette quelle che sono le aspettative di un cliente sul lancio di un prodotto o di un brand con i creativi. Diciamo che creo una “piscina” in cui il creativo può nuotare, ma soprattutto in cui deve restare dentro.

Più pensiero o più Excel?
Più pensiero. 

Tornando all’Anna artista: a che punto sei?
Quest’anno per la prima volta mi sento “adulta”. Non che prima mi sentissi un’adolescente, ma c’è stato un po’ un ribaltamento di prospettiva.

 

Molte delle cose che ho raccontato nella mia musica le sento ancora aderenti, ma forse domani non le racconterò più. 

 

Quali sono le cose che cambiano?
Forse mi sono un po’ indurita negli ultimi due anni. Anche perché vivo a Milano.  

In che cosa ti cambia Milano?
Milano è fatta un po’ così, e intendiamoci, è anche la parte bella di Milano: ti trovi spesso ad avere prima l’aperitivo con uno, poi la cena con un altro, poi dopo cena vedersi con qualcun altro ancora… a un certo punto ho avuto un mezzo crollo e ho capito che di tutto questo non me ne fregava niente.

Troppa socialità uguale nessuna socialità?
Mi interessano le persone, mi interessa vederle, ma non più questa ricerca bulimica del vedersi – “Però solo dalle 19 alle 21 eh, perché poi dopo ho un’altra cosa…” – a me quella roba a un certo punto ha completamente nauseato, al punto che mi sono allontanata da tutti, avevo bisogno di tirare una riga e ricominciare piano piano a scegliere poche persone.

 

Limite mio, non è che le altre persone siano dei mostri.

 

Non è un limite tuo, ma forse è un limite delle persone equilibrate
A volte sono risultata anche un po’ stronza. Ho ricominciato un po’ da zero, oggi frequento pochissimi amici. Questo è il più grande ribaltamento che c’è stato. 

Hai parlato di bulimia sociale: pensi abbia un legame con i social media e con il modo con cui li usiamo?
Abbiamo mutuato la grammatica dei social e l’abbiamo portata nella realtà in maniera inconscia. Abbiamo blurrato i confini: che non ci sono più, tant’è che in questi serate dove passi da aperitivo – cena – concerto – “Ti chiamo!” – “Arrivo!” – e alla fine è più il tempo che passo su Instagram Stories che quello che davvero passo con te, guardandoti negli occhi.
Anche perché è diventato insostenibile guardarsi negli occhi.

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