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Dove sono le idee?

Le influencer e la generazione Greta, la “moda sicura” e l’estetica del già visto, la sostenibilità e la retromania: secondo Antonio Mancinelli

di Michele Boroni

Scrittore, docente, giornalista, firma del Corriere della Sera, di Vogue e anche di un giornale di informazione politica come Diario. Oggi senior editor di Marie Claire, Antonio Mancinelli non solo è uno dei pochi a raccontare la moda come un fenomeno culturale, è anche il migliore a farlo.

Appassionato e quando serve critico osservatore del mondo fashion, Mancinelli vive e racconta la moda italiana e di conseguenza un bel pezzo dell’Italia da più di trent’anni. Ci siamo incontrati a fine settembre, in coda alla fashion week milanese, ed è andata così.

Leggendo i tuoi reportage per Marie Claire mi sono portato a casa un paio di concetti: “moda sicura” ed “estetica del già visto”. Non proprio il massimo, quindi…
Ieri ho ritrovato una frase di Flaiano che dice più o meno “Ho talmente paura del futuro che sto cominciando a fare progetti per il passato”. È esattamente quello che la moda italiana sta facendo adesso. Mi spiace dirlo ma in questo momento storico la moda – che da sempre è specchio della società – ha un tipo di estetica che guarda sempre indietro. 

La retromania è un fenomeno che riguarda un po’ tutti i settori, dalla musica al cinema
Sì, ma qui si arriva all’autocitazione per catturare momenti in cui quelli della mia generazione si possano riconoscere. C’è questo concetto di moda molto “safe”, che gioca solo sul sicuro. In Italia siamo bravi nel confezionare cose molto belle, ma non abbiamo più idee.

 

Vanessa Friedman nel New York Times è stata molto chiara in un suo recente articolo definendoci “vecchi” e, a costo di sembrare impopolare, non me la sento di darle torto. 

 

C’è un’immagine che sintetizza questo concetto?
Quello che mi è rimasto impresso nella retina come allegoria di tutta la settimana della moda milanese è l’uscita finale di Jennifer Lopez per Versace con la riproposizione del vestito jungle leggermente modificato che vent’anni fa indossò ai Golden Globe. Questa immagine è la perfetta sensazione di quello che è la moda italiana neo-conservatorista oggi. Non vuole assumersi dei rischi, senza però rendersi conto che questo può nascondere un grandissimo pericolo: e non solo per le critiche dei colleghi stranieri, ma anche in termini reali e produttivi di vendita.

Fammi capire meglio
Siccome ci viene riconosciuto il primato di saper far bene le cose in termini di confezione degli abiti il rischio è che tra qualche anno si diventi un paese terzista in cui verranno qui a produrre grandissimi marchi, ma poi le sfilate, i momenti clou e “shock”  avverranno altrove.

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Non è sempre stato così
Assolutamente no. Lo scorso inverno a Palazzo Reale c’è stata una bella mostra a cui ho partecipato, Italiana. L’Italia vista dalla moda 1971-2001, in cui veniva fuori che il nostro Paese è stato una fucina di idee culturali che hanno permeato il mondo, da Memphis a Pier Vittorio Tondelli. A un certo punto si verificò una sorta di non casuale richiamo, condiviso anche da artisti fuori dalla moda, penso a fenomeni pop come i Matia Bazar che vestivano Valentino, o anche in Rai, dove c’era un programma di Paolo Giaccio con le scenografie di Alessandro Mendini.

 

Torniamo a oggi e alle cause che hanno portato a tutto questo: chi sono i colpevoli?
Da una parte la finanza dei grandi gruppi che hanno in mano i brand di moda e che punta solo sulla crescita del fatturato, falsando tutto. Per esempio il recente calo di vendita di Gucci – assolutamente organico e ciclico dopo una rapida e folgorante crescita – è stato enfatizzato e raccontato come una tragedia.

 

Dall’altra parte c’è una profonda e generale crisi della creatività occidentale: le sfilate di New York sono state una delusione e pure la fashion week di Londra è stata meno brillante del solito, laddove un tempo era un laboratorio.

Si sente dire molto spesso che “vince lo stile sulla moda”
Ecco, sì. Però se ci pensi è molto strano. In quanto consumatore posso anche esser contento di questo, ma come giornalista di moda no. Lo stile è un qualcosa di cristallizzato in una determinata forma e profilo, mentre la moda è tale perché cambia, e deve cambiare ogni sei mesi proprio perché deve suscitare quel desiderio di far acquistare abiti a persone che già hanno gli armadi pieni. La moda è da una parte un sistema commerciale, ma dall’altro deve puntare sull’emozione e sul desiderio prima che questo venga formulato dal consumatore.

Manca un’idea di futuro
Esatto. Però non riguarda solo la moda, ma tutta la cultura occidentale. Guardati in giro: è tornato Bret Easton Ellis, con il saggio White, alla Biennale siamo tornati alla fotografia, alla pittura a olio… Quindi, mentre da una parte c’è un mondo che va verso le tecnologie, abbraccia la cultura e condivide tutto attraverso i social, dall’altra parte c’è un’estetica profondamente novecentesca e, nell’essere tale, non è in grado di seguire più le nuove generazioni dei consumatori che alla moda chiedono emozione, impegno, nuove idee e qualcosa che non ha visto nel guardaroba dei propri genitori.

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

C’è un forte neo-conservatorismo che rispecchia un mondo che sta rifugiandosi in quelli che vengono spacciati come valori ma che poi sono la riproposizione delle stesse cose. Quando si arriva all’autocitazione si capisce che non c’è più nulla da fare.

Le maison più sofisticate oggi parlano sempre più spesso di “ripresa dell’archivio”
Archivio è la parola magica che tutti oggi citano. L’archivio è il tesoro da conservare per le generazioni future, ma non può essere il contenuto principale.

 

C’è chi questo lavoro di “compilation” e d’archivio, spezzettando cose del passato rimettendole insieme in modo nuovo, lo trasforma in un metodo dichiarato come fa Alessandro Michele con Gucci, definendo una nuova estetica e trasformando il trademark di quel marchio. Ma tutti gli altri si autocitano e basta. 

 

Probabilmente per il ventenne cinese o russo le cose realizzate negli anni novanta o primi anni zero sono assolutamente nuove
Certamente, io sto parlando da uomo della mia età. Però il fatto che una maison stia lavorando d’archivio per far comprare i suoi prodotti ai ventenni ricchi significa che sta scegliendo la via più facile, da un punto di vista etico assai poco sostenibile. 

Ecco, un’altra parola mantra nella moda è oggi sostenibilità. È l’ennesimo greenwashing o c’è qualcosa di più?
Sostenibilità è una parola passe-partout così vasta che ognuno la usa a proprio piacimento. Per Alessandro Sartori di Zegna, che ha presentato una bellissima collezione con tessuti riciclati da altre collezioni, significa essenzialmente non sprecare. Per Kering, il gruppo che ha Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga significa garantire che il tuo giubbotto di pitone è stato preso da animali da allevamento e gli accessori realizzati da operai che sono stati stipendiati regolarmente. 

Però moda sostenibile non è un po’ un ossimoro? Spinta continua verso il nuovo da una parte, imperativo di mantenere e preservare dall’altra
Io credo che la vera contraddizione in termini sia il long lasting product, ovvero prodotti che durano a lungo, che tutti i marchi hanno citato in questa settimana. Sono gli stessi marchi che da due collezioni all’anno sono passate a 8-10, con la cruise e la pre-fall, copiando di fatto la metodologia della tanto vituperata fast fashion tipo H&M, mettendo ogni settimana qualcosa di nuovo in vetrina. 

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E allora cos’è per te la sostenibilità?
Per me la sostenibilità è, come ho scritto provocatoriamente, prenderci tutti un anno sabbatico. Tutti, stilisti e giornali. Sarebbe bellissimo che i giornali tornassero a dare consigli su come si rammenda il golfino bucato o quale vita nuova dare a un pullover trasformandolo in un cuscino: anche questa è sostenibilità. Proprio mentre stavo scrivendo quell’articolo per Marie Claire è arrivata la notizia che Virgil Abloh, uno dei designer che negli ultimi tempi ha creato più buzz, smetterà per un anno con il suo marchio Off White perché non ce la fa più, il dottore gli ha ordinato di fermarsi. Lo stesso Demna Gvasalia – uno degli stilisti che apprezzo di più per aver creato una propria estetica – ha deciso di uscire da Vetements, il collettivo di designer che aveva fondato.

 

Vedi della stanchezza in giro?
Stanchezza ma anche prevedibilità. Zero sorprese. Non solo da parte degli stilisti, ma di tutti gli addetti ai lavori. In generale anche nella settimana milanese ho visto poco entusiasmo da parte di tutti, anche pubblico e giornalisti. 

 

A differenza invece della settimana del Salone del Mobile
Esatto. Lì si vede ancora dell’effervescenza. E poi soprattutto in questo confronto si vede come la moda sia così novecentesca e scioccamente elitaria, per cui alle sfilate si va solo per invito, la città viene bloccata, e rimaniamo profondamente antipatici a tutti, giustamente. 

Parliamo di mercato. Cos’è oggi che oggi i brand vendono e le persone desiderano di più?
Si vendono sempre meno abiti e vestiti e sempre più accessori come borse, scarpe, sneakers, profumi, make up. Sono questi che decidono il fatturato dei brand. Oggi un paio di scarpe da 2.000 euro hanno il 90% delle possibilità in più di esser vendute in poco tempo rispetto a un cappotto allo stesso prezzo. Perché il cappotto magari tra sei mesi è già vecchio, mentre la scarpa si può indossare in varie occasioni e con vari abbinamenti. Inoltre dietro l’abito non ci sono più grandi idee, mentre le scarpe e le borse sono il risultato di nuovi progetti e ingegnerizzazioni, e questa è la riprova che servono più idee.

Questo modo nuovo di consumare dipende anche da un modo nuovo di acquistare?  Sto parlando ovviamente di ecommerce
Decisamente sì. L’ecommerce crea nuove dinamiche di desiderio e di acquisto per due motivi: il primo perché alcuni siti offrono una selezione di designer di cui altrimenti anche io, che sono del settore, non avrei mai conosciuto. Inoltre hanno messo a punto delle efficaci strategie del desiderio, dal fatto di non comunicare a voce la taglia alla possibilità di rimandare indietro l’ordine.

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che non è un’attività esattamente sostenibile…
È vero, la contraddizione è sempre dietro l’angolo. Negli Stati Uniti ormai Amazon dà la possibilità di ordinare tipo venti capi, provarli tutti, comprarne solo uno e gli altri rimandarli indietro. 

L’esperienza fisica del negozio è morta?
Le grandi insegne dei department store e i mall stanno vivendo una crisi folle, anche se l’esperienza fisica ancora serve. A Londra e a New York stanno nascendo nuovi format di retailer che hanno un punto fisico per dare la possibilità di andare a vedere e toccare gli articoli, poi tornare a casa e acquistarlo in rete, magari a un prezzo scontato. 

Rimaniamo sempre su internet, ricordo che 7-8 anni fa c’era uno scontro tra giornalisti e blogger di moda. Sembrano passati dei secoli…
Già, io sinceramente ho sempre pensato che ci fosse spazio per tutti, anche per quelli che si chiamavano blogger. Ora i blogger non ci sono più, adesso ci sono gli influencer anche se in Italia ce n’è solo una che domina la scena. 

 

La Ferragni oggi fa molto parlare, polarizza le opinioni
Io la trovo antropologicamente molto interessante come fenomeno, anche perché è estremamente abile nel gestire la propria immagine, concedendo poche interviste, facendo vedere quello che lei decide di far vedere della sua vita privata, anche se nessuno di noi crede che quella sia veramente la sua vita privata. Io penso che da parte dei miei colleghi ci siano delle prese di posizione e pregiudizi estremamente inopportuni. Come peraltro trovo molto antipatico il contrario, ovverosia che ci sono stati e ci sono dei giornalisti che hanno copiato il modello Ferragni. 

 

Cioè si mostrano su Instagram con capi firmati?
Sì, senza far nomi molti miei colleghi iniziamo a mettere nelle didascalie gli abiti che indossano e a denunciare il fatto che questi abiti sono stati regalati e non comprati. Questo non va per niente bene. Siamo dei professionisti e abbiamo una deontologia tra cui la proibizione di fare sfacciata pubblicità a qualsiasi marchio. 

Però in generale gli influencer sono ancora tanti e apparentemente ancora rilevanti in campo fashion. Cosa ne pensi?
Io credo che si sia arrivati a un punto di saturazione. In qualche modo tutti gli influencer che si sono espressi soprattutto su Instagram hanno dato un’immagine di sé profondamente aspirazionale, che ha fatto presa su una vasta fetta di pubblico. Sto notando però che l’immagine dell’influencer sullo yacht, con il cocktail raffinato, vestita con un abito di alta moda, non è più aderente ad un tipo di realtà verso cui i giovanissimi – penso alla generazione di Greta – si dovranno confrontare.

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Forse non sono così interessati a fare quel tipo di vita dove ci sono bei vestiti, belle macchine e basta. Io credo che gli influencer resteranno ancora per un po’, ma solo se avranno dei contenuti da comunicare: possono essere delle stories, dei racconti, dei punti di vista, di certo non ci si accontenta più della bidimensionalità della bellezza. 

Cambiano anche le piattaforme: ieri Instagram, domani TikTok
Su Business of Fashion è uscito un lungo articolo sui profili dei nuovi influencer che stanno su TikTok, che sono dei teenager con un’estetica molto precisa che si riallaccia a quel kawaii giapponese, tra gothic e il manga, estremamente diversa dalla snella figura sofisticata, dalla bionda eleganza della Ferragni. 

Quindi nel campo della moda tu non vedi una diretta concorrenza tra social, web ed editoria?
Io credo che ci possa essere una coesistenza di vari media. Sicuramente la carta stampata sta vivendo un periodo di grande crisi perché la gente non legge più. Però devo essere onesto: quasi tutti i giornali che si occupano di moda, esattamente come la moda stessa, non fanno scelte coraggiose, e quindi capisco che il lettorato generale sia un po’ stanco.

 

Si andrà incontro a un grosso sfoltimento delle testate, molte si trasformeranno in bookzine con quattro uscite all’anno molto di qualità con belle foto e belle firme. Contemporaneamente ci saranno ottimi webmagazine e sicuramente arriveranno altri social e altre possibilità di comunicazione. 

 

A proposito di brand ed editori: più di una decina di anni fa Renzo Rosso di Diesel sosteneva che “i brand dovevano essere pensati come degli editori”
Separerei il discorso. Credo in generale che oggi ci siano dei marchi che stanno facendo un’intelligente operazione di generatori di culture, vedi Gucci o Prada con i film e le mostre. Io vedo più la creazione di nuove idee da parte di marchi nel mondo culturale, che in fondo è un scambio equo: ai marchi serve uno spessore che sia da garante della loro produzione e dall’altra parte tutto ciò viene accettato con estrema gratitudine.

 

antonio mancinelli intervista

Antonio Mancinelli © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Sul discorso di brand come editori sono forse un pochino più freddo nel senso che a me interesserebbe veramente che ci fosse la possibilità di un giornale di moda dove per paradosso non ci fosse neanche una pubblicità di moda, per poter garantire una assoluta libertà che ormai da decenni non c’è più. Io mi sono beccato un sacco di querele dai marchi, ovviamente tutte vinte, per aver esercitato un diritto di critica. Quindi marchi come editori nel senso di produttori di contenuti assolutamente d’accordo. Quando però Cucinelli nel suo sito ti permette di comprare un maglione di cashmere e di fare una lezione di filosofia , è necessario sapere che è tutto marketing. 

La moda “buona” non esiste
Ma certo, la moda non deve essere morale, però può aiutare un sistema di contaminazione, ad esempio, con l’arte contemporanea. Maggiori sono i link tra mondo della cultura e mondo della moda, migliore sarà l’immagine che si potrà dare a questo paese così dissestato. 

Prima dell’estate hai fatto parte di una Commissione per la moda istituita dall’ex ministro per i beni e le attività culturali Alberto Bonisoli: com’è andata?
È stato molto stimolante. Eravamo in dodici tra curatori di musei, sociologi, esperti tessili e giornalisti, tutti scelti per la nostra professionalità e non per orientamento politico. Era la prima volta che in quarant’anni veniva formata una commissione del genere per creare un Museo della Moda. 

Ma questo Museo della Moda si farà?
Chi lo sa. Noi abbiamo realizzato e pubblicato un progetto articolato e complesso su come è possibile oggi – nel 2020 – fare un Museo della Moda. Le condizioni ci sono. Il problema da una parte è politico, perché nel frattempo il governo è cambiato e come sai in Italia è consuetudine che ogni ministro fa tabula rasa di ciò che ha fatto il precedente. A me piacerebbe che Franceschini portasse avanti il lavoro, magari chiamando altre persone e curatori. Poi ci siamo scontrati con un fortissimo individualismo degli stilisti che è un tratto tipicamente italiano. Poi ci lamentiamo perché esiste una moda tipicamente francese e non una italiana. Non si riesce a fare sistema. 

Vecchia storia che risale ai Guelfi e Ghibellini, forse anche prima…
Da una parte mi rende il nostro Paese molto simpatico, dall’altra molto faticoso.

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