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La cattiva strada

Antonio Talia racconta i segreti della ‘ndrangheta, che dalla Statale 106 Jonica si è presa il mondo: lo abbiamo incontrato.

di Gabriele Ferraresi

Antonio Talia è nato nel 1977 a Reggio Calabria, giornalista, ex corrispondente da Pechino, oggi è il coautore di Io sono il cattivo e Nessun luogo è lontano in onda su Radio24. Talia fa parte della minuta schiera di giornalisti davvero competenti, che conoscono ciò di cui scrivono, che lavorano, studiano, faticano, e fanno tutto questo con una cura che arriva all’ossessione.

Quando questa categoria umana lavora, studia e fatica ossessivamente per molti anni il risultato può essere straordinario come Statale 106 – Viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta, pubblicato da Minimum Fax a ottobre di quest’anno. È probabilmente tra i migliori libri degli ultimi anni per capire l’organizzazione criminale calabrese, una specie di romanzo criminale jonico.

Di romanzesco però non c’è nulla, è tutto vero, e ogni capitolo – che Talia lega ai paesi che corrono lungo la Statale, ma aprendosi poi ai cinque continenti – apre uno squarcio sul passato recente non solo della Calabria, ma soprattutto dell’Italia.

Antonio, la sensazione oggi è che la ‘ndrangheta uccida di meno. È così?
Credo di sì, nel senso che anche gli inquirenti, che si tratti di forze dell’ordine o di magistrati, parlano di una strategia di inabissamento. Qui a Milano ci sono stati dei casi negli ultimi anni di situazioni che negli anni ’90 avrebbero senza dubbio condotto a un omicidio. Situazioni di partite di droga scomparse, che invece vengono non dico fatte passare in cavalleria, però sembra che insomma…

Meglio una mediazione di un omicidio?
Sì, anche se ci sono stati diversi casi di lupara bianca in Lombardia. Uno è stato ritrovato recentemente nell’hinterland ed era un caso esattamente di questo genere. Però sì, si uccide meno.

 

Perché ci si continua a fidare della ‘ndrangheta nel mondo?
È diventata un brand, purtroppo un brand affidabile.

 

Perché la ‘ndrangheta è più affidabile della camorra o della mafia?
Fino a qualche anno fa si diceva perché aveva pochi pentiti, ma adesso ci sono. Però anche quei pentiti hanno la tendenza a parlare di meno rispetto a quelli di altre organizzazioni criminali, e a inguaiare meno i propri congiunti. Poi c’è la questione dell’affidabilità: la ‘ndrangheta ha dimostrato attraverso figure come Rocco Morabito e altri di riuscire a consegnare carichi ingentissimi di droga. L’altra questione è che hanno quasi un codice, delle condotte comuni – poi certo, sono anche sempre pronti a tradirsi l’uno con l’altro.

Si capisce che dietro a Statale 106 c’è un lavoro enorme. Da quanto lo porti avanti?
Tanti anni. Forse ho iniziato rintracciando tutta la sentenza del delitto Ligato. Era una cosa di cui sentivo parlare da ragazzino e appena ho cominciato a lavorare, avendo fatto per un periodo il cronista di nera, sono riuscito a recuperare quegli atti a Reggio Calabria. Ero ancora alla scuola di giornalismo, sarà stato nel 2002, 2003.

 

antonio talia intervista statale 106

Antonio Talia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Scrivi che quando eri adolescente a Reggio Calabria non era così strano morire ammazzati, o conoscere qualcuno cui avevano sparato. Come descriveresti oggi l’atmosfera di allora?
Vivevano in una bolla nella quale quella era la normalità, però ovviamente fuori non era così. Parliamo in cinque anni di qualcosa tra i 500 e i 700 morti, roba da guerra civile. Però sai, l’essere umano è strano, si abitua a tutto.

 

C’era una quotidianità che andava avanti, e tutti quanti siamo bravi a raccontarci delle balle che ci permettono di andare avanti, ed è molto interessante quando lo fa un’intera società.

 

Quello che è successo è che ci si raccontava che ‘tanto si ammazzano tra di loro’ e che questo non non aveva un grande impatto sulla vita quotidiana. E così via di giustificazione in giustificazione si è dato da mangiare a questo mostro, che è diventato quello che è adesso.

Che cos’è la Statale 106 Jonica, da dove parte e dove arriva?
È una strada statale che parte da Reggio Calabria e arriva fino a Taranto, sono circa 491 chilometri, ma io mi sono concentrato sui primi 104 perché c’è una concentrazione di fenomeni criminali internazionali che è davvero statisticamente improbabile. È una strada che nei suoi tratti peggiori è molto scoscesa ed è stata anche costruita male, per tutta una serie di ragioni facilmente immaginabili. Il mare vicino alla collina c’è anche in altre regioni, ma qui hai forse un’unicità.

Una delle unicità poi è l’Aspromonte
L’Aspromonte è davvero un luogo meraviglioso, che io adoro e ho percorso in lungo e in largo con gli scout da ragazzino: però è impenetrabile, ed è impenetrabile tuttora.

Delle tante vicende che racconti nel libro volevo approfondirne tre, perché toccano tre ambiti differenti. La prima è l’omicidio Lodovico Ligato nel 1989, quando la ‘ndrangheta uccide il presidente delle Ferrovie dello Stato
Ligato per un periodo è stato il deputato calabrese più votato di sempre. Era un deputato DC e faceva parte della corrente di Riccardo Misasi, al tempo potentissimo. Ligato viene tirato su da Misasi sì, ma anche da un milieu di notabilato locale e pian piano riesce a farsi strada a livello cittadino e poi regionale, perché movimenta una corrente che è compattissima, ha un pacchetto di voti sicuro, così riesce a scalare prima la politica locale e poi quella nazionale.

 

antonio talia intervista statale 106

Antonio Talia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A quel punto dalla Calabria, si parte per Roma
Dove diventa un parlamentare importante. Reggio per tanti motivi è stata sempre una città di ferrovieri, un po’ per l’impiego pubblico che veniva elargito, un po’ perché ci sono delle officine importanti. Qui bisogna precisare una cosa però: negli anni ’80, forse ancora più di oggi, si guardava non solo alla Calabria ma a tutto il sud come a una specie di colonia. E non intendo quei discorsi lamentosi e storicamente poco accurati dei cosiddetti neoborbonici, no, ma a un sud visto come qualcosa che fa parte del territorio nazionale ma che rimane sempre un altrove.

 

Il deputato che arrivava da quel sottobosco a Roma era accolto sempre un po’ con un “Don’t ask, don’t tell”.

 

A Roma Ligato diventa sempre più potente
Prima finisce a capo della Commissione Parlamentare Trasporti e poi diventa davvero uno degli uomini più potenti d’Italia: perché il Presidente delle Ferrovie, una delle prime aziende di Stato, gestisce legioni di dipendenti, clientes e soprattutto di appalti. Resta coinvolto in questo scandalo che è relativamente poca cosa rispetto a quella che poi sarebbe stata Tangentopoli, la vicenda delle “lenzuola d’oro”, dove si sosteneva che avesse concesso un appalto a una ditta amica per le lenzuola che c’erano nei vagoni notte.

Da lì inizia la fine
Viene di fatto costretto alle dimissioni, la sua carriera come presidente delle Ferrovie dello Stato è finita. Si dice che covi rancore nei confronti della DC, che non lo ha protetto abbastanza, finché viene ucciso nella notte tra il 25 e il 26 agosto del 1989 nella sua villetta vicino Reggio, a Bocale. L’omicidio Ligato ovviamente scatena il caos nella DC locale.

Già, una cosa del genere come fai a spiegarla?
Non sai spiegarla, e crea un imbarazzo enorme a livello nazionale. Pochi giorni dopo c’è un vertice della DC e nessuno parla dell’omicidio Ligato tranne Oscar Luigi Scalfaro. L’omicidio Ligato viene visto come la summa di una stagione, perché è vero che in quel periodo ci sono stati fra i 500 e i 700 morti, però è anche vero che la ‘ndrangheta non aveva mai colpito così in alto. Allora comincia da un lato un gigantesco rimosso, per cui di questa persona non si parla più. E non ne parla lo stesso elettorato che non più tardi di qualche anno prima lo aveva eletto, un elettore su tre votava Ligato. Questo la dice anche lunga sul cinismo dell’ambiente.

 

antonio talia intervista statale 106

Antonio Talia © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come mai è stato ucciso?
La verità processuale, alla quale la famiglia crede solamente in parte, è che il delitto Ligato vada inserito nella seconda guerra di ‘ndrangheta dell’epoca. Ligato era molto vicino allo schieramento dei De Stefano – Tegano – Libri e con il suo ritorno a Reggio, unito alla sua potenza elettorale, avrebbe in qualche modo potuto dirottare i fondi del famigerato Decreto Reggio verso di loro. Questo avrebbe inevitabilmente disintegrato gli avversari, gli Imerti – Condello – Serraino – Rosmini, che quindi decidono di ucciderlo. Il Decreto Reggio poi effettivamente arriva, e questo è un aspetto importante. Si parla di quelli che oggi sarebbero centinaia di milioni di euro, soldi che avrebbero davvero cambiato la città. Anche questi soldi sono finiti sprecati in mille rivoli. Questo è il movente principale.

La seconda vicenda di cui volevo chiederti è quella della Liquichimica Biosintesi, di Saline Joniche: dove invece emergono i rapporti della ‘ndrangheta con l’industria
È una vicenda in parte analoga, ma mostra anche aspetti da mezzo intrigo internazionale. Facendo un salto indietro nel tempo ovviamente gli aiuti a pioggia al Sud non erano una novità degli anni ’80: nel 1970 c’erano stati i moti di Reggio Calabria e per mesi la città era stata messa a ferro e fuoco da frange di estrema destra, e la rivolta sedata con aiuti economici.

 

Che dovevamo far partire industria, sviluppo e così via: non è andata proprio così
Reggio doveva diventare una città industriale e così vengono stanziati dei soldi per questo impianto, che in teoria avrebbe dovuto produrre mangime per animali. Una volta costruiti gli impianti però una pronuncia dell’Istituto Superiore di Sanità sostiene che quei mangimi siano cancerogeni.

 

La Liquichimica lavora soltanto per due mesi e viene chiusa, con 700 operai messi in cassa integrazione, alcuni sono rimasti oltre vent’anni in cassa integrazione.

A quel punto entrano in gioco i clan locali
Già dalla costruzione erano in scena clan importanti di Melito Porto Salvo, perché quella era la loro zona. A un certo punto poi parte una girandola di contatti con il Canada, perché a Montreal c’è questo Paul Violi, il quale per delle complesse ragioni di equilibrio criminale deve dire la sua su come si gestiscono questi soldi arrivati dopo i moti di Reggio, parliamo del 1973, del 1974. I De Stefano con l’aiuto di una rete di colletti bianchi mettono poi in piedi alcune finanziarie in Liechtenstein e i soldi si perdono nuovamente in mille rivoli.

Poi arrivano libanesi e turchi
Siccome questa gente non vede mai un unico utilizzo di un oggetto e pensa sempre a come utilizzarlo in tre o quattro maniere diverse, capiscono che il porticciolo della Liquichimica Biosintesi può essere anche utile per trasportare droga.

 

In quel periodo scoppia la guerra civile in Libano, e c’è della droga che transita da lì: i libanesi portano soprattutto hashish, mentre i turchi si appoggiano su trafficanti del Libano per trasportare l’eroina. Quello della Liquichimica Biosintesi diventa così un primo porticciolo nel quale smerciare droga.

 

Infine c’è la strage di Duisburg e naturalmente il pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Polsi, che mostrano la radice arcaica della ‘ndrangheta
La storia di Duisburg è la storia che ha fatto conoscere la ‘ndrangheta a livello europeo. Perché la mattina di Ferragosto del 2007 ci si sveglia con sei cadaveri, tutti calabresi, quasi tutti di San Luca, uccisi a Duisburg, in Germania. San Luca è un paesino arroccato sulle colline, sovrasta la 106, e ha una valenza molto particolare per la ‘ndrangheta. Perché tradizionalmente le famiglie di San Luca custodiscono il Santuario della Madonna di Polsi, che è la Madonna cui bene o male tutta questa gente rivolge le sue preghiere.

E lì c’è tutta la parte ritualistica della ‘ndrangheta
Ci sono tutta una serie di rituali della ‘ndrangheta che richiamano questo santuario, in una strana commistione.

 

Riti probabilmente di confraternite cinquecentesche e seicentesche, altri rituali copiati dalla massoneria, forse qualcosa di più antico ancora, perché c’è tutto un culto dei morti nella zona e lo stesso Santuario di Polsi è stato costruito su un santuario dedicato proprio a Persefone, la dea dei morti.

 

Tutti quanti si scatenano per capire cosa è successo San Luca.

Chi scatena la Strage di Duisburg?
Forse un aspetto che non sono riuscito a mettere abbastanza in luce di questa cosa è che alla fine quelli che scatenano la strage di Duisburg sono il ramo più negletto delle rispettive famiglie. Gli schieramenti sono da un lato i Nirta – Strangio e dall’altro i Pelle – Vottari, e fanno capo o comunque sono imparentati anche con persone molto più importanti di loro, le quali si dissociano molto presto da questa situazione. Addirittura comprano una pagina su un quotidiano locale per mandare un messaggio chiaro, urbi et orbi.

Com’era cominciata la faida?
Era cominciata negli anni ’90 per ragioni apparentemente futilissime, ma c’era sempre stato un odio fra queste due famiglie. So che detto così, “odio fra due famiglie”, uno pensa a duelli rusticani, e duelli rusticani purtroppo ce ne sono in questa storia: però alla fine parliamo sempre di traffici di droga, di supremazia su appalti, di questioni di concorrenza macerate in un ambiente nel quale devi far vedere che non ti fai mettere i piedi in testa.

E non farsi mettere i piedi in testa è importante
Non farsi mettere i piedi in testa è importante in qualsiasi tipo di ambiente criminale urbano, che poi diciamo, esonda a Duisburg o altrove: ma ha delle radici fortemente di paese, dove devi farlo vedere a tutti e ancora di più. La faida degli anni ‘90 si era chiusa con una mediazione che era arrivata da altre forze e da altre cosche esterne, ma ricomincia nei primi anni ‘00 e diventa subito sanguinosissima.

Chi sono i protagonisti?
I due principali protagonisti – Gianluca Nirta e Francesco Pelle – si combattono senza esclusione di colpi, causando lutti con un effetto a cerchi concentrici. Cercano di uccidere Francesco Pelle e invece lo feriscono e rimane sulla sedia a rotelle. Lui scatena una vendetta: non riescono a uccidere Gianluca Nirta, ma uccidono la moglie. E poi il precipitato finale è la strage di Duisburg.

La moglie di Gianluca Nirta fu uccisa a Natale del 2006
La cosa forse non più spaventosa, ma che dà più il segno di che cosa è stata questa strage è che la moglie di Gianluca viene uccisa proprio il giorno di Natale.

 

Perché poi c’è pure questo meccanismo, per cui bisogna colpire durante le feste comandate, così la famiglia nemica non avrà nulla da festeggiare e anzi, si troverà il morto in casa.

 

Quell’anno dopo le feste praticamente tutti i bambini San Luca che vanno a scuola nei paesi limitrofi vengono ritirati perché i genitori temevano rappresaglie.

All’inizio accennavi a Milano: dove investe i soldi la ‘ndrangheta a Milano?
La modernità ti dà dei misteriosi metodi per spacchettare somme di denaro e far prendere a queste somme di denaro mille vie, quindi credo che il flusso di denaro sia diventato talmente pervasivo e complicato da rintracciare che non c’è più un settore principale. A Milano e in Lombardia poi oggi sono riusciti effettivamente a incistarsi nel tessuto imprenditoriale. 

 

Quello che è successo è che l’imprenditoria lombarda ha trovato convenientissimo sposare capitali sporchi, ma l’ha trovato conveniente al punto che abbiamo dei casi di imprenditori lombardissimi ai quali piace proprio questa roba.

 

Gli piace sentirsi criminali, ma non sono cose che si imparano a quarant’anni
No, perché si imparano a 12, a 10.

E anche in Lombardia, a Milano, in questo caso non c’è convenienza al fatto di sangue
Esatto. Una cosa che mi diceva un inquirente canadese – e quello che osservano loro è forse vero anche qui – è che gli ‘ndranghetisti non cercano di prendere il monopolio di un settore legale. Ne prendono una parte a livelli buoni: ma prendono di tutto.

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