It En
It En

© LUZ S.r.l. Società Benefit
all rights reserved
Cookie and Privacy Policy
VAT n. 13122310157

Gli invisibili

Viaggio nel mondo dell’attivismo che non si ferma: abbiamo intervistato Benedetta e Mounirou, due volontari ActionAid.

di Valentina Ecca

Mounirou è un uomo dallo sguardo gentile. Viene dal Benin ed è in Italia dal 2015, dopo circa un anno e mezzo di viaggio per raggiungere il nostro paese. Ha il corpo segnato dalle cicatrici, ricordo di un’esperienza terribile vissuta in Libia, di cui non vuole parlare. Sul suo volto invece esplodono sorrisi e parole di enorme affetto verso la comunità che lo ha accolto e verso Napoli, la città dove ora vive e lavora.

“Napoli è una città difficile, ma dà amore”: queste sono le sue parole. Oggi fa il mediatore culturale e – come si definisce lui – è un ragazzo fortunato. Lo abbiamo incontrato insieme a Benedetta, una ragazza napoletana fresca di laurea in Scienze Politiche che c’ha spiegato la sottile differenza fra integrazione e interconnessione. Sono entrambi degli attivisti ActionAid e si sono conosciuti durante il progetto This must be the place, un’iniziativa che ha messo insieme un gruppo di rifugiati richiedenti asilo con studenti e docenti dell’Università di Napoli. Da un’operazione d’integrazione è nata una comunità che, ancora oggi, collabora e porta avanti iniziative umanitarie.

Oggi sono entrambi impegnati nel progetto Seeds con cui ActionAid si sta mobilitando a Napoli e Milano per distribuire aiuti alimentari – ma non solo – a diverse famiglie in difficoltà. Con loro abbiamo parlato di “invisibili” e di come l’attivismo, quello di Benedetta, Mounirou e di tanti altri volontari, sia fondamentale per sostenere e non dimenticare chi già si trova ai margini della società.

Come siete entrati a contatto con ActionAid?
MOUNIROU: Io lavoro con una associazione come mediatore culturale e con questa associazione sono stato coinvolto nel progetto This must be the place di ActionAid. Così è nata l’amicizia con gli altri attivisti e abbiamo continuato a lavorare insieme.
BENEDETTA: Ho partecipato al progetto This must be the place tramite la mia Università – Università degli studi di Napoli, ndr – e poi niente, da cosa nasce cosa e ho continuato il mio percorso in ActionAid.

 

© Giovanni Mereghetti / LUZ

 

Cosa significa per te fare attivismo?
MOUNIROU: Allora, per me è stato molto importante e ho scelto questa strada perché per me essere un attivista significa lottare per l’inclusione sociale.

 

È una cosa che io ho vissuto sulla mia pelle, sono arrivato da lontano e sono qua grazie a degli attivisti, sono stato accolto e ho fatto un percorso di integrazione. Far parte di un gruppo nel quale io posso dare il mio contributo è una grande opportunità.

 

BENEDETTA: Per me è stata una risposta pratica a quell’impulso che ho sempre avuto nella pancia, quella cosa per la quale dici: “devo fare qualcosa”, quel senso di indignazione che si prova.

 

Volevo far parte del cambiamento. Poi è uno stimolo costante, hai a che fare con tante persone e con realtà diverse, è un po’ una sfida.

 

Ti ci devi confrontare e devi relazionarti, non è sempre facile, ma è sicuramente stimolante.

Facciamo un passo indietro: Mounirou e Benedetta cosa sognavano di fare da bambini?
MOUNIROU: Quando ero più piccolo – ride, ndr – quello che dicevo sempre ai miei genitori era che volevo fare il deputato. Senza neanche sapere che cosa volesse dire. Anche a scuola quando me lo chiedevano io insistevo sul fatto che volessi fare il parlamentare. Facevo riferimento al padre di un mio amico che era parlamentare, e quando andavo a casa sua vedevo quel benessere e lo volevo anche io da grande. Andavamo lì a vedere la tv – sto parlando degli anni ’80 più o meno – e io mi convincevo sempre di più che era una bella vita. Poi mi dissero che i deputati erano quelli che parlavano a nome della popolazione e, siccome anche questo aspetto mi piaceva, pensavo che avrei dovuto davvero fare il deputato.
BENEDETTA: Per me la risposta non è così nobile come quella di Mounirou, io quando ero piccola sognavo di fare il cacciatore di uragani. Non so perché, però guardavo questi programmi e film con mio padre e mi affascinava la cosa. Non ho mai detto che avrei voluto fare l’infermiera o la dottoressa, volevo andare a caccia di uragani – ridiamo tutti, ndr.

 

© Giovanni Mereghetti / LUZ

 

Mounirou che rapporto hai con Napoli e con la comunità nella quale ti trovi?
Mi ritengo molto fortunato a fare il lavoro che faccio, se penso a tanti che sono arrivati a Napoli e in Italia con me e anche prima, mi ritengo soddisfatto del mio percorso. Napoli è una città con i suoi problemi – come tante città – ma dà amore, questa è una cosa che ho vissuto dal primo giorno.

 

Io mi sento un napoletano: ci sto lavorando, ci studio, ho una famiglia qua, è casa mia.

 

A breve vi troverete a partecipare al progetto Seeds: di che si tratta?
MOUNIROU: Questo progetto è un’opportunità per dare una mano e per darci la possibilità di svolgere il nostro lavoro come attivisti.

 

Sono tante le persone che non hanno accesso ai servizi nella nostra comunità, sono dei veri e proprio “invisibili”: sto parlando degli irregolari, delle persone che anche se hanno i documenti non sanno a chi rivolgersi né sanno dove andare per chiedere aiuto.

 

Da giorni ascolto le storie di queste persone, alcuni mi hanno chiesto di aiutarli nella compilazione della domanda per il sostegno alimentare. Con il progetto avremo la possibilità di arrivare a molti di loro e a dargli una mano.

 

BENEDETTA: L’idea è anche quella di creare una rete e una comunità per non lasciare nessuno indietro.

 

Benedetta, cos’è per te l’integrazione e perché è necessario lavorare per ottenerla?

 

Più che di integrazione io parlerei di interconnessione: cioè far comunicare e connettere le persone. Perché spesso quando si parla di integrazione sembra quasi una forzatura, qualcosa di già stabilito a cui ci dobbiamo adattare.

 

Dovremmo connetterci di più per sviluppare l’empatia. Ci sono persone che ci nascono, altre che invece devono svilupparla. Spesso – chi fa più fatica – è magari qualcuno con altri problemi a cui cerca di dare una risposta, e purtroppo spesso cerca un colpevole.

 

Secondo me è necessario sviluppare un senso di comunità, affinché ogni persona diventi una sorta di “attivista inconsapevole”.

 

Affinché si prenda a cuore una causa e la porti avanti e la difenda, non per forza sapendolo. Che poi è quello che abbiamo fatto noi del progetto This must be the place. Abbiamo creato una piccola comunità e ne siamo diventati testimoni.

 

In che modo l’attivismo – soprattutto in un momento come questo – può interconnettere le persone?
BENEDETTA: L’attivismo fa da collante. Può far incontrare due parti che spesso sembrano contrapposte, ma non lo sono. Credo manchi semplicemente il confronto. I problemi delle persone sono gli stessi, magari hanno sfumature diverse ma secondo me il nostro compito è quello di modulare la comunicazione.

 

© Giovanni Mereghetti / LUZ

 

Quali sono i vostri sogni per il futuro?
BENEDETTA: Questa domanda è da un miliardo di dollari. Io mi sono appena laureata, quindi sono in quella fase di: “oddio adesso che faccio della mia vita”, per cui non saprei.

 

Sicuramente la mia strada è quella dell’attivismo ma non so ancora nello specifico come si realizzerà.

 

MOUNIROU: Io anche voglio continuare questa strada, voglio continuare a lavorare come mediatore culturale, mi sono iscritto alle scuole superiori e sto seguendo un percorso per diventare Operatore Socio-Sanitario così potrò migliorare la mia conoscenza e le mie competenze nel mondo dell’assistenza agli altri.

Nella stessa categoria: Speciale

Iscriviti alla nostra newsletter

* campi obbligatori

Scegli le modalità con cui vorresti restare in contatto con Luz:

Puoi disiscriverti in qualunque momento cliccando il link nel footer delle nostre email. Per informazioni sulle nostre politiche di privacy, prego visitate il nostro sito.

Questo sito utilizza Mailchimp come piattaforma di marketing. Cliccando di seguito per iscriversi si accetta il trasferimento delle informazioni a Mailchimp. Scopri di più sulla privacy di Mailchimp qui.

Analytics

Questo sito usa Google Analytics per raccogliere dati sull'utilizzo, in modo da offrire un'esperienza utente sempre migliore. Cliccando su "accetto", permetti di abilitare il tracciamento delle tue interazioni su questo sito web. Potrai revocare il consenso in qualsiasi momento. Troverai l'impostazione dedicata nel pié di pagina di questo sito. Per saperne di più, leggi la nostra privacy e cookie policy

Cookie tecnici

Tutti gli altri cookie presenti sul sito sono di natura tecnica, e sono necessari al corretto funzionamento del sito web.

Altri cookie di terze parti

I cookie di terze parti possono essere bloccati dal browser dell'utente seguendo la procedura descritta nelle privacy e cookie policy.