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Se il gatto ritrova la coda

Trent’anni di lavoro editoriale: tra questioni di genere e lingua, Alda Merini e scrittura femminile. L’intervista a Benedetta Centovalli

di Greta Pavan

Benedetta Centovalli ha la statura intellettuale di una mentore, eppure la sua esperienza le impedisce di dare qualcosa per scontato. Per questo ho pensato a lei, volendo ordinare i pensieri su questioni di genere, letteratura e lingua. In trent’anni di lavoro editoriale si è dedicata alla creazione di collane e alla scoperta di nuovi talenti letterari, lavorando in alcuni dei laboratori più interessanti dell’editoria italiana. Ha curato le opere letterarie di autori che hanno segnato il Novecento, come Alda Merini, Romano Bilenchi, Giorgio Bassani e Cristina Campo. È stata Editor ed Editor-in-chief di alcune delle principali case editrici del paese, sperimentali come Nutrimenti o storiche come Rizzoli. Oggi tiene corsi nelle università e scuole milanesi, oltre a gestire la sua agenzia letteraria. Nel 2019 ha viaggiato negli Stati Uniti per visitare la casa di Emily Dickinson e l’ha raccontato in un libro, Nella stanza di Emily (Mattioli 1885, 2020). 

Un giorno di metà settembre, in una casa che le somiglia, Benedetta mi lascia tutto il tempo per abitare la mattinata che abbiamo a disposizione. Quando ci sediamo, nobilita le mie domande prendendosi il tempo per pensare alle risposte. Non ha fretta, non deve dimostrare niente: la persona che ho davanti ha il dono di non dovere fare alcun rumore per essere ascoltata.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Di recente, cercando titoli su Amazon, mi sono imbattuta nella categoria dei “romanzi rosa”. Dentro ci ho trovato Cime tempestose, pensa. Ci stiamo complicando la vita con queste categorie?
Il tema dei generi è complicato, ogni testo nasconde o mette in evidenza una o più appartenenze a generi letterari diversi e spesso questa appartenenza può essere d’aiuto alla sua pubblica emersione, per questo si ricorre sempre di più alle classificazioni. Con i classici a volte si arriva addirittura a comportamenti editoriali fin troppo disinvolti per cercare di accorciare la distanza con i giovani lettori di oggi. E poi Cime Tempestose è un talmente anomalo romanzo d’amore, senza lieto fine, disperato, sadico, crudele, tragico, che potrebbe essere il frutto letterario di una dark lady di oggi.

 

Cercare di renderlo più attuale significa depotenziare una perfetta macchina narrativa con le lancette puntate su un eterno presente. Addomesticare un capolavoro.

 

La narrativa rosa nella sua definizione più stretta propone un intreccio preciso e una scrittura schiacciata su stereotipi, che deve rispettare regole e cliché. Ma da questo perimetro molto definito ci si può allontanare e, pur restando dentro quel modello, ampliando e forzandolo, si può fare altro. 

Invece, parlare di “letteratura femminile non significa niente. È una categoria in cui posso fare rientrare Natalia Ginzburg e Sveva Casati Modigliani, qualsiasi opera che sia stata scritta da una donna. È un’etichetta senza ragione d’essere, la narrativa scritta dalle donne è semplicemente narrativa contemporanea.

In Una stanza tutta per sé, il saggio del 1929, Virginia Woolf descrive un gatto con la coda mozzata, simbolo di un mondo violentemente monco, quello della letteratura, dellaccademia e dellarte, a cui manca il contributo intellettuale delle donne. Pensi che quel gatto abbia recuperato la sua coda, a distanza di quasi cento anni?
La coda è in parte ricostruita, ma resta precaria. Viviamo in un’epoca in cui le donne che scrivono hanno accesso alla pubblicazione e alla visibilità, mentre nell’Ottocento venivano allontanate dalla scrittura, dall’idea di rendere pubblico il loro lavoro artistico. Se pensiamo a Emily Dickinson, poeta di cui mi sono occupata in un piccolo libro, la sua storia è proprio questa: una vita di reclusione, la scelta di chiudersi prima nella sua casa poi nella sua stanza – e anche qui il riferimento alla stanza è tutt’altro che casuale. Ma dobbiamo chiederci fino a che punto quella reclusione sia stata una scelta. Nella sua vita furono pubblicate meno di dieci poesie, non firmate o comunque editate, perché la sua lingua, la metrica e il modo in cui usava la punteggiatura erano troppo liberi per l’epoca, non abbastanza cordiali per il pubblico di allora. Abbiamo dovuto aspettare la metà del secolo scorso per avere le poesie di Dickinson pubblicate così come lei le aveva scritte, quasi cento anni di attesa. Altre scrittrici, invece, hanno dovuto scegliere pseudonimi maschili per esordire o li hanno mantenuti per tutta la vita. Consideriamo anche questo: in molti scrittori donne c’è una grande libertà, pagata con il prezzo del silenzio o dell’incomprensione, e apprezzata solo dopo la loro morte. Quando una scrittrice matura in consapevolezza il suo rapporto con la scrittura si muove in una libera interpretazione dei generi letterari, dell’esposizione di sé. Questo appartiene allo specifico dell’esperienza al femminile. 

Dunque ai nostri giorni l’accesso alla pubblicazione è acquisito ma non mi pare significhi che quella coda sia stata restituita nella sua integrità.

Ma la situazione è migliorata?
È migliorata se parliamo di accesso alla pubblicazione. Ma per quanto riguarda l’autorevolezza, la riconosciuta autorità, di strada da fare ce n’è ancora tanta.

 

Il Premio Strega è stato assegnato nel 2003 a Vita di Melania Mazzucco, e sono passati quindici anni prima che nel 2018 vincesse un’altra donna, Helena Janeczek con La ragazza con la Leica. E questo significa qualcosa.

 

Guardiamo i canoni letterari, a cui possiamo credere o non credere, ma che rimangono strumenti utili per discutere di letteratura: sono flessibili, cambiano nel tempo, eppure la presenza femminile è sempre episodica, basti pensare a quello occidentale di Harold Bloom. E non può essere altrimenti, perché a tutt’oggi la critica letteraria – anche se marginalizzata, meno importante di una volta – è di quasi totale appannaggio maschile. E questo continua a condizionare la riflessione sulla letteratura. 

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Consideriamo le ragioni della critica, che ha sempre sostenuto che il limite della scrittura femminile – ammesso che questa categoria abbia senso – sia la mancanza di una spinta all’universalità. Penso a La storia di Elsa Morante e a come il suo tentativo di raccontare la guerra sia stato ridotto a un quadretto di piccoli rapporti. Le donne scrivono di donne, si dice, oppure di casa, famiglia, maternità, rapporti umani e questo non è abbastanza. Le scrittrici non riescono a uscire dal loro ombelico. È vero? E se sì, è un problema?

 

Non credo esista una scrittura femminile, esiste uno scrivere bene e uno scrivere male.

 

Ma è in parte vero che esiste uno specifico femminile di temi, una sensibilità su alcuni argomenti, un mettersi in gioco in altra maniera con la scrittura. Certo, i giganti della letteratura rompono i muri di ogni specificità e Morante è uno di questi, insieme ad Anna Maria Ortese: nella loro opera esistono gli elementi della cosiddetta sensibilità femminile, però c’è anche tutto il resto. Ne L’isola di Arturo, in cui Morante si rappresenta al maschile, abbiamo l’incantamento, la magia e l’infanzia, ma è l’infanzia di tutti. E anche laddove rimangono la riflessione interiore, la famiglia, l’affettività, il dettaglio domestico, stiamo parlando sempre di elementi dell’universale. Le piccole cose sono una chiave per comprendere le persone, uomini o donne che siano. Sandra Petrignani dice che se le donne si sono occupate di raccontare come lavare i panni sporchi nel catino è anche perché in quell’acqua torbida e insaponata si può vedere il mondo. Tanti scrittori uomini hanno fatto egregiamente la stessa cosa. È facile citare Flaubert: Madame Bovary è il tentativo di calarsi nella quotidianità di una casa e nella mente di una donna ed è il capolavoro di un uomo. Carver è stato definito un minimalista, pur non essendolo, perché parlava di persone dalle vite disagiate e lo faceva partendo dai dettagli quotidiani. Il filo interdentale che un marito alcolizzato mette nel suo bagaglio prima di andarsene da casa è un dettaglio illuminante (tra l’altro lo aveva aggiunto Lish, l’editor-mannaia di Carver). Cosa possiamo dire di Elena Ferrante? Ha raccontato la storia di un’amicizia tra due bambine poi ragazze poi donne ed è uno dei maggiori successi internazionali dei nostri anni, ha trovato lettori di ogni età e genere in tutto il mondo. Ma poi Elena Ferrante è una donna? Un uomo? Una coppia?

La questione della scrittura femminile mi sembra totalmente irrilevante. Può esserci uno specifico femminile di tematiche e di visioni ed è una ricchezza, vivaddio che sia così.

 

La specificità è la possibilità di vedere di più o di vedere altro. Quello che per secoli non è stato possibile raccontare e che dunque non è davvero esistito. Se fossimo tutti uguali, poi, sarebbe una perdita enorme. E una noia infernale.

 

Allo specifico femminile corrisponde uno specifico maschile?
Credo che nella scrittura degli scrittori ci sia una minore inclinazione al racconto intimo e senza impalcature di idee e a mettersi a nudo, più osservazione e riflessione che introspezione. Ma è una generalizzazione che può trovare mille meravigliose smentite.

 

Uno scrittore capace, uomo o donna, deve essere metamorfico e camaleontico, sapere incarnarsi in altri esseri umani, in un animale, in una pianta, in una stella o in qualsiasi altra cosa. 

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Da una parte sembra che il ricorso ai temi autobiografici sia il limite della scrittura femminile, dall’altra parte, però, molte delle donne che rimangono nella storia hanno avuto una vita difficile e esemplare. Non vale solo per la letteratura, penso a Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi nella pittura, a Vivian Maier nella fotografia. Artiste che hanno vissuto vicende turbolente e affascinanti. Pare ci sia bisogno di fare dello storytelling intorno alla donna, perché le persone si appassionino alla sua opera artistica.
L’opera di una donna non è abbastanza, la bravura non è mai abbastanza, dunque bisogna metterci altro, per esempio una vita disperata, la follia, l’estrema povertà, la malattia. Questa è una modalità di emersione dal silenzio. Ed è più facile che, se hai avuto una vita da film, lo storytelling della biografia illumini l’opera: Plath, Sexton, Merini, Rosselli, ancora Dickinson, autrici che finiscono per essere anche accreditate dalla loro biografia. Questo è sicuramente un limite, dovremmo poter procedere solo dalla qualità dell’opera, cosa che al maschile succede sempre. Certo, ci sono stati scrittori dalle vite travagliate, che vengono ricordati anche per questo, ma per le scrittrici la biografia sembra un significativo criterio di selezione. È vero che la lettura di Dickinson risulta più traducibile se si accompagna alla sua biografia. Ma le sue lettere e poesie sono talmente potenti, attuali e senza tempo, che non c’è alcun bisogno del corredo biografico per apprezzarle. La forza assoluta della poesia si è affrancata dalla sua storia, che continua a interessarci per quello che dicevamo, cioè perché ci ricorda quanto l’accesso alla scrittura pubblica sia stato per le donne una conquista recente. Il discorso sull’emersione dal silenzio è interessante e coraggioso, se affrontato in maniera esplicita.

Cosa intendi?
Le donne hanno scritto opere di valore assoluto, ma perché queste fossero conosciute dal pubblico e affinché noi oggi possiamo continuare a frequentarle, spesso c’è stato bisogno di una patente maschile. Una protezione, la spalla di un uomo potente che ha aiutato la loro affermazione nel mondo culturale. È in parte accaduto a Morante: lei è una gigantessa ed è chiaro che la sua enorme statura non sia riconducibile al matrimonio con Moravia, ma il marito avrà pure facilitato l’introduzione nell’ambiente intellettuale. È stato così per Ginzburg e non mi riferisco solo al ruolo della famiglia d’origine e del marito Leone, ma anche a quello di Einaudi e del critico Cesare Garboli, che era colui che costruiva con amorevole sapienza certe figure letterarie. Questo è vero dappertutto, ma è tanto più vero nel nostro paese, perché qui il sistema famiglia rimane l’unico sistema riconosciuto, nel bene e nel male. Ieri come oggi.

Rimaniamo sul riconoscimento. Alda Merini, di cui sei stata l’editor, preferiva farsi chiamare poeta e non poetessa, Elsa Morante si faceva chiamare scrittore e non scrittrice e tu stessa per tutta l’intervista hai detto scrittore donna e scrittore uomo.
In effetti, nelle università e nel campo degli studi umanistici si tende a fare questa scelta, anche io cerco di usare il sostantivo maschile. È considerato discriminatorio – si può leggere anche al contrario, certo – il fatto di usare questi sostantivi nella loro versione femminile, che in alcuni casi è anche decisamente brutta, perché ci sono cose che non hanno sesso, la poesia e la letteratura innanzitutto. 

Da un punto di vista linguistico le stiamo provando tutte. Prima la declinazione dei nomi tipicamente maschili in femminili, poi l’asterisco alla fine dei sostantivi, che sono due direzioni opposte: in un caso affermiamo che la distinzione di genere sia fondamentale, nell’altro sosteniamo che ogni parola debba includerci tutti. Credo che oggi la scelta di Morante e Merini sarebbe considerata una resa, la rassegnazione al fatto che per essere riconosciute dobbiamo farci chiamare al maschile. Eppure a me sembra un desiderio linguisticamente rivoluzionario, che davvero dice: uomo o donna non importa.
Non solo non importa, ma dice che poeta, senza articolo, comprende donna e uomo. Grammaticalmente è un nome maschile, come poesia è femminile, ma per me è come un sostantivo invariabile (cioè i sostantivi che non hanno una forma plurale, ndr).

 

Che Alda volesse farsi chiamare poeta è il contrario della resa, perché riconosce che la forza della poesia non ha sesso. È un modo per riappropriarsi di qualcosa che alle donne era stato tolto e di negare l’esistenza della scrittura femminile e della scrittura maschile.

 

Esistono la poesia e la letteratura, che sono degli assoluti. La differenza è data dai punti di vista e dalle esperienze, la scrittura è una sola.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Questo è valido solo per i mestieri legati alla scrittura, però. Maestro e maestra si è sempre detto, idem dottore e dottoressa. Sindaca sta diventando comune, lo usi?
Mi sembra che, da un punto di vista umanistico, la scelta di farsi chiamare poeta e scrittore affermi qualcosa di preciso, che sia un riprendersi e non un lasciare andare. Per tutti gli altri settori, la questione non è risolta, un modo di procedere non si è ancora trovato. Per quanto mi riguarda, laddove la parola al femminile non è di uso comune, non mi dispiace mantenere il sostantivo che già esiste. È necessario ragionare sulle parole che scegliamo ed essere il meno discriminatori possibile, ma anche normalizzanti, cioè la lingua non deve nascondere le differenze, però deve essere utilizzabile da chi parla. C’è poi un problema fonetico con il suffisso -essa, ha un suono che pare indebolire la parola, si porta dietro una sfumatura ironica: allora meglio sindaca di sindachessa. Comunque, ripeto, sono questioni complesse su cui riflessioni e confronti saranno utili.

Come la questione dell’articolo.
Una cosa che accadeva e che accade ancora, ma molto meno, è usare l’articolo davanti al nome dell’autrice. “La Morante”, “la Ortese”. Al di là del discriminatorio o meno, ci sono abitudini d’uso che ci dicono di una differenziazione che non ha motivo d’essere. Se è “Pasolini”, senza articolo, è “Ortese”. Se è “Moravia”, è “Morante”. Certo, a volte nel parlato scappa ancora, siamo abituati a usare l’articolo da tanto tempo. Ma è uno sforzo che è importante compiere.

Oggi gestisci un’agenzia editoriale, fai parte della giuria di numerosi premi e sei a contatto con scrittori e scrittrici esordienti. Quanto pesano le scrittrici nel panorama letterario attuale, soprattutto in termini di esordio?
Rispetto al passato, oggi ci sono più scrittori donne che si affacciano alla scrittura con la determinazione di pubblicare. L’accesso alla pubblicazione, però, non è ancora paritario. Le lettrici sono più dei lettori, le classi delle scuole di scrittura e delle università, soprattutto umanistiche, sono a maggioranza femminile. Eppure, se andiamo a vedere gli esordi significativi dell’anno, intendo con case editrici visibili, distribuite e non a pagamento, grandi o piccole, la percentuale di quelli maschili è più alta. Quindi un meccanismo censorio, anche involontario, esiste ancora. L’editoria dovrebbe interrogarsi su questo. Vorrei che le autrici pesassero di più, cioè che la questione del merito in questo secolo finalmente si risolvesse. E vorrei che al gatto dell’Isola di Man sia riconosciuta la bellezza di gatto senza coda.

 

Foto di copertina  © Vito Maria Grattacaso / LUZ

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