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Siamo quel che votiamo

La politica da salvare, i diritti civili, l’Europa, “Il vizio della democrazia”: raccontati da Carlo Gabardini con la lente di Winston Churchill

di Gabriele Ferraresi

Carlo Giuseppe Gabardini ha 45 anni e sa fare quasi tutto; scrittore, drammaturgo, attore, speaker radiofonico a Radio24. Di solito si ricordano di lui: Olmo di Camera Café, la lettera coming-out a Repubblica, il video della marmellata e della nutella, il libro Fossi in te io insisterei – Lettera a mio padre sulla vita ancora da vivere, buon successo librario nel 2015.   

Adesso ha scritto Churchill – Il vizio della democrazia, (Rizzoli) non proprio la cosa che uno si aspetta da Gabardini. Un libro curioso, diviso in tre parti: 1/3 dialogo immaginario con lo statista britannico, 1/3 testo teatrale, e 1/3 vita quotidiana di Carlo mista alle due parti precedenti. Un libro che sembra fatto apposta per finire letto nelle scuole e odiato dal popolo gialloverde. 

Sì, perché il pretesto di un politico di 70 anni fa permette a Gabardini di parlare di oggi: della furia antipolitica, di europeismo, e di tutto ciò che “quelli là” stanno cialtronescamente smantellando.   

Hai scritto un libro su Winston Churchill: se andiamo giù al bar non so mica se è un tema che scalda i cuori
Allora, intanto è vero che al bar probabilmente non sanno bene chi sia, però intanto gli suona il nome. La domanda che tu mi stai facendo però è quella che mi faccio nel libro: “Perché oggi parlare di Churchill?”. Insomma, che cosa ci può dire? Io non sono uno storico, mi interessa l’oggi.

Dici che sei partito dai suoi difetti
Che cosa avrà fatto di indifendibile? È un po’ come se diventassi un suo avvocato, però prima interrogo la mia etica.

 

L’avvocato quando accetta il mandato difende chiunque, ma può anche non accettarlo e dire “Io quel mafioso lì non me la sento”: di solito capita ai mafiosi poveri. 

 

Che cosa ti ha colpito di Churchill?
La questione dell’europeismo: lui nel 1930 scrive un discorso il cui titolo è “Gli Stati Uniti d’Europa”. Un altro motivo fondamentale è la questione della politica: che oggi è svilita in maniera quasi definitiva, sembra ci sia una pietra tombale sulla politica.

Invece?
Invece mettercela quella pietra è la cosa più sbagliata del mondo. Non c’è niente come vedere un politico che fa veramente il politico – bene o male che lo faccia – per capire che in qualunque processo democratico serve la politica: a meno che siate appassionati di monarchia o dittatura, naturalmente! La politica è indispensabile: uno può dire “Quel politico mi fa schifo, non lo voterò mai” ma dire “La politica va distrutta” è la fine della democrazia. Basta saperlo. 

 

carlo gabardini intervista sapiens

Carlo G. Gabardini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ed ecco il periodo storico in cui ci troviamo
Esattamente. 

La politica dei pop-sov è l’opposto di quella che racconti nel libro: eravamo più moderni 70 anni fa
Verissimo. 

I governanti però sono lo specchio degli elettori: o pensi che a portarci dove siamo finiti ora c’entri qualche influenza nuova, che so, i social media?
Mi verrebbe da dire che la fase in cui ci troviamo sia lo specchio dei tempi.

 

Però i social media ci spingono a tirar fuori un po’ il peggio di noi e a pensare che il peggio di noi, in quanto puro e in quanto efficace – perché poi è efficace, quando uno dice “Adesso ti dico tutto quello che penso! sia anche giusto.

 

Invece ciò che è efficace non è detto che sia giusto, anzi, per niente.

È una grande illusione dici?
Secondo me siamo un po’ all’interno di un grande abbaglio. Ognuno di noi pensa delle cose, magari anche della propria zia: però dire tutte le mattine alla zia “Ti vesti veramente di merda” oppure dirglielo il giorno di Natale “Oggi ti sei vestita più di merda del solito” non ha senso, a quel punto stai cercando il conflitto. Si può anche prendere la zia e regalarle dei vestiti, no? Esistono altre soluzioni. Non è che tutto quello che uno pensa va detto.

 

carlo gabardini intervista sapiens

Carlo G. Gabardini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Differenza tra i leader dell’epoca di Churchill e oggi poi, siderale
Lui ha convinto tutti a stare insieme promettendo lacrime e sangue, oggi invece ci promettono cose straordinarie che poi non arrivano. Lui e altri leader del tempo promettevano quasi che “un altro mondo è possibile”: ma possibile solo se lo facciamo tutti insieme. Non “Io faccio un altro mondo, voi votatemi!”, questo mi sembra pericoloso.

Gli elettori imitano i leader politici?
Quelli che votiamo tendiamo a imitarli: Churchill si è mostrato coraggioso e ha infuso coraggio a una nazione. Oggi avviene l’opposto: siccome noi imitiamo i nostri politici, se loro si mostrano spaventati, terrorizzati, impauriti del diverso, noi diventiamo spaventati terrorizzati e razzisti.

 

Questo secondo me è il motivo per cui dobbiamo votare i migliori di noi, non i peggiori di noi. 

 

Churchill vive a cavallo tra due guerre mondiali. Al termine della seconda l’umanità era sottoterra, adesso stiamo infinitamente meglio: ma allora perché siamo così incazzati?
Forse durante una guerra è più difficile farsi delle pippe mentali, iniziare a chiedersi qual è il senso della vita. Sai cosa fare, ti svegli e sei in trincea, non credo che ti domandi “Non so cosa scrivere su Facebook oggi”. È terribile da dire, ma durante una guerra tutto è più chiaro. Dico questo non nella speranza che avvenga una nuova guerra ovviamente, credo più che altro che una grande differenza tra quell’epoca e oggi sia nel saper gettare lo sguardo su obiettivi comuni. 

Dal ’68 e dal “decennio dell’io” – The “me” decade – di Tom Wolfe a oggi però l’individualismo ha corroso tutto, i social media sono stati il colpo di grazia
Siamo in un momento in cui lo sguardo è totalmente egoriferito – anche il mio, per carità – fisso sui nostri account Instagram. Ma farcela da soli è dura. Ci sono sempre state nel mondo delle persone che da sole diventavano degli artisti, dei poeti, dei politici: ma non tutti.

 

carlo gabardini intervista sapiens

Carlo G. Gabardini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Oggi siamo tutti speciali
Sette miliardi di singolarità che tutte vogliono arrivare al numero uno e avere più follower di tutti. In questo modo si perde il progetto di un orizzonte comune. E senza orizzonte comune, siccome non si può essere tutti il numero uno, non c’è niente da fare: diventa più difficile capire perché cazzo si è al mondo. 

Da soli è anche più facile essere razzisti?
Magari dico un’eresia, ma penso che nella solitudine della propria stanzetta o anche della cabina elettorale sia facile essere leghisti. In un gruppo di persone invece è più difficile.

 

Credo che appena ci si mette insieme sia più difficile essere così definitivamente nemici dell’altro, del diverso. 

 

Churchill fu europeista, per mille motivi: l’Europa oggi è un altro tema che non scalda i cuori
C’è un momento del libro in cui telefono a Churchill e gli dico che l’Europa si è unita e lui è felicissimo: a quel punto io cerco di dire “Aspetta, guarda che non è che sta andando proprio benissimo”. Prima che cada la linea lui chiede “Ma c’è stata la Terza Guerra Mondiale?” “No”. “Ci sono milioni di persone che muoiono nei campi?” “No”. E allora chissenefrega, lavorate per migliorare le cose. Questo per dire che l’unione è imprescindibile, è come dire: abbiamo fatto l’Italia, ma non è che tutte le volte che discutiamo uno dice “Allora voi di Livorno andatevene, fatevi la vostra moneta!”. È folle pensare così, ma non è poi neanche così lontano da quel che si pensa oggi.

Ma certo, vedi De Magistris e la moneta di Napoli
Mi ha fatto molto strano quando ho sentito Salvini in Sardegna che diceva “Prima i sardi! Tutti gli altri vengono dopo!”. Ma io mi chiedo: se io sono italiano, e tu sei italiano, e lui è italiano, sto primo posto di chi cazzo è? Forse non deve essere di nessuno. Se dici a tutti “Sarai sicuramente primo” quando ci mettiamo tutti in coda e di primo ce n’è uno solo, qualcosa succede. 

 

carlo gabardini intervista sapiens

Carlo G. Gabardini © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Hai detto che da soli è dura: come si fa a non essere più soli?
Eh. La prima risposta che verrebbe da dire è sposarsi! (ride, ndr) Ma il matrimonio non è una soluzione perché rischia di essere di nuovo un chiudersi.

Churchill era sposato?
Sì, per tutta la vita con Clementine: lei muore 12 anni dopo di lui, riesce a vedere i Beatles, si fa tutti gli anni ’70 e muore nel ’77 col punk, mentre Churchill muore nel 1965. Però lui dice una cosa bellissima di sua moglie: “Il più grande successo della mia vita è stato convincere mia moglie a sposarmi”. Detto da uno che aveva sconfitto Hitler e vinto un Nobel per la Letteratura nel 1953.

Churchill e l’ombra della depressione?
Il problema della depressione è sempre che tu combatti contro te stesso: e quindi se il tuo nemico è Churchill e anche tu sei Churchill, è un problema. Nella depressione alla fine sei tu con te stesso, o il tuo super io, o chiamiamolo il tuo io giudicante, il tuo sabotatore. Però immagina di dover lottare contro un elemento che ha la forza di Churchill, la cultura di Churchill, lo studio di Churchill. Spesso anche lui soccombeva.

Dal tuo video La marmellata e la nutella sono passati sei anni: stiamo meglio o stiamo peggio?
Eh. Verrebbe da dire che stiamo peggio, anche se è folle dirlo dopo che sono state approvate le unioni civili. Diciamo che le unioni civili sono state fondamentali.

 

È andata bene per miracolo
Se oggi non ci fossero le unioni civili mi direi “Bisogna aspettare vent’anni”. È stata beccata l’unica finestra possibile di sei mesi.

 

E oggi quindi come va?
Siamo in un momento peggiore secondo me per il percepito, che poi è un po’ la parte più importante. La cosa fondamentale da guardare è la quotidianità, è la normalità di essere omosessuali. Non so dire se sia per forza un momento peggiore. A me piace quando ogni tanto qualcuno dice “Eh però perché nel libro parli del tuo compagno?”. Però quando che so, Francesco Piccolo parla delle sue donne nessuno chiede mai “Ma perché parli continuamente delle tue donne?”. 

Se invece di Moreno ci fosse stata Claudia, nessuno te l’avrebbe chiesto
Ma se ci fosse stata Claudia io non sarei stato felice.

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