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Signora a chi?

“Signorina”: quando lo stato civile diventa una dichiarazione d’indipendenza, parla Chiara Sfregola.

di Valentina Ecca

Il matrimonio è un’istituzione in disuso, sono stati i gay e le lesbiche a farlo tornare di moda. A spiegarci perché è Chiara Sfregola, una delle voci più intelligenti che la letteratura LGBTQI+ in Italia abbia mai avuto. Nata in Puglia e trapiantata a Roma, è stata una delle penne di Lezpop.it – la bibbia del mondo lesbico italiano. La sua rubrica è stata trasformata in un romanzo Camera Single (Leggereditore, 2016), una specie di The L Word ambientato nella Capitale.

Noi l’abbiamo intervistata per parlare di Signorina – Memorie di una ragazza sposata (Fandango Libri, 2020) il suo nuovo libro dove – stavolta – parla di come il matrimonio ti cambi la vita, nel senso che ti fa capire quanto sia importante l’indipendenza anche nel “vi dichiaro ufficialmente unit* in matrimonio”.

Partiamo dalle basi, come nasce lidea di scrivere un libro che parla di matrimonio?
Allora io ho cominciato a scrivere questo libro un po’ per caso, ero sposata da poco più di un anno e stavo in realtà scrivendo un altro libro che mi stava affaticando molto, quasi per rilassarmi ho cominciato a buttare giù dei pensieri più leggeri che riguardavano il matrimonio, ma l’ho fatto senza nessun intento di farne un libro, erano solo delle riflessioni. Quindi diciamo che per rilassarmi dalla scrittura di un libro ho cominciato a scriverne un altro. I pensieri che ho cominciato a buttare giù erano delle riflessioni che nascevano dalla mia esperienza matrimoniale. In primis legate proprio all’uso della parola “signora” o “signorina”, perché mi sono resa conto che nei luoghi o dovunque andassi continuavano a chiamarmi signorina, come avevano sempre fatto. Io però da sposata mi sentivo in dovere di correggerli e di dire: “Signora non signorina, sono sposata”. Mi colpiva che la risposta che mi davano era un po’ incredula, perché non accettavano di dovermi chiamare signora per il solo fatto che io ero sposata ma continuavano a chiamarmi signorina perché – dicevano – “Tu sei troppo giovane per essere chiamata signora”. Un altro motivo di riflessione è stato – per me – quello proveniente del mondo femminista e lesbico. L’interrogativo era: “Perché ti sei sposata? Perché vuoi sposarti? Qual è il senso del matrimonio se sei una femminista?”. Mettendo un po’ insieme questi aspetti, che vengono da due mondi molto diversi, ho cominciato a buttare giù delle riflessioni.

 

C’era un collante fra questi due mondi, che era il concetto di possesso. La parola signora sta ad indicare che sei di proprietà di qualcuno, fino a che sei signorina invece sei libera. Pensa a Chanel che ha sempre mantenuto il mademoiselle.

 

Signora invece mi faceva venire in mente L’amica geniale, Storia del nuovo cognome: sei improvvisamente di proprietà di qualcuno.

 

Ed è proprio in questo senso che il mondo lesbo e quello femminista rifiutano l’istituzione matrimoniale. Il rifiuto è quello di diventare di proprietà di qualcuno, fosse pure di una donna.

 

Intervista Chiara Sfregola

Chiara Sfregola © Gabriella Corrado / LUZ

 

Quindi al termine ‘signora’ ci tieni. Vuoi essere definita così?

 

No, in realtà il libro l’ho chiamato Signorina proprio perché per me è una dichiarazione d’indipendenza.

 

Io ho voluto a tutti i costi una ragazza da sola in copertina, non volevo una coppia perché per me questo libro non è una riflessione sulla coppia, ma una riflessione sul ruolo della donna, sulla sua indipendenza e su come mantenerla all’interno del matrimonio, che per me è l’unico modo per mantenere la parità.

 

Io mi sono resa conto – scrivendo questo libro – che se prima ci tenevo a specificare ‘signora’, adesso quasi ci rimango male. Mi sono scoperta affezionata alla parola ‘signorina’. Perché io non cambio per il solo fatto di essere sposata.

 

Anzi, ti dico la verità, ieri sono andata al mare e entrando nel lido il tipo mi ha chiamata signora e io ci sono rimasta male – ride, ndr. Devo dire che scrivendo questo libro ho fatto un percorso: mi sono scoperta molto attaccata alla mia indipendenza, per questo ho messo in esergo all’inizio del libro la citazione della canzone di Loredana Bertè: “Nono sono una signora / Ma una per cui la guerra non è mai finita”.

 

Scrivendolo, in qualche modo, mi sono riappacificata con questo termine e ne faccio un motivo di vanto, lo slego dallo stato civile e lo slego rispetto al discorso dell’età: per me Signorina è un grido d’indipendenza. 

 

Intervista Chiara Sfregola

Chiara Sfregola © Gabriella Corrado / LUZ

 

Nel libro scrivi: Il matrimonio è un rituale desueto. Ci volevano i gay e le lesbiche per farlo tornare di moda”. Mi spieghi meglio?
È quasi un paradosso, è proprio per questo che ho riflettuto tanto sul matrimonio perché mi sono resa conto che eravamo un po’ un’eccezione, non in quanto lesbiche, ma in quanto giovani sposate. Perché oggi tante persone giovani non sognano di sposarsi, il matrimonio è in calo come trend generale da anni e quindi sposarsi giovani è quasi una bizzarria. Ci sono persone che ci arrivano quando c’è di mezzo un figlio.

 

Per la comunità LGBTQI+ il matrimonio ha recuperato quel senso di riconoscimento sociale che un tempo aveva solo per le donne.

 

Io ho diviso il libro in sezioni: la prima riguarda il matrimonio come metro di posizionamento sociale per le donne, perché una donna passa da signorina a signora e il matrimonio la ricolloca socialmente.

 

Per le coppie gay e lesbiche, però lo fa con una valenza diversa. Non perché le riposiziona al luogo che le compete, ma perché le emancipa rispetto ad un immaginario che le vuole sempre promiscue, che le vuole poco adatte a prendersi un impegno duraturo, che le vuole poco famiglia.

 

Il matrimonio quindi acquista una nuova valenza sociale. Diversa rispetto a quella di un tempo però più moderna. 

Il matrimonio da bambini – almeno quando eravamo bambine noi – era molto legato allimmaginario di sposo e sposa, lei vestita di bianco, in chiesa, mamma e parenti commossi, viaggio di nozze. Tu lhai sempre immaginato così o già da bambina riuscivi a immaginare un matrimonio tra due donne?
Da bambina non mi ponevo nessuna domanda sul mio orientamento sessuale, però il matrimonio era una cosa che non mi convinceva. C’è un episodio – che ho riportato nel libro – di quando ero bambina in cui chiesi a una giovane sposa: “Ma perché ti sei sposata?” Non ne capivo il punto, mi sfuggiva. Poi non ho pensato al matrimonio molto a lungo nella vita, fino a che non sono diventata adulta e a quel punto già si cominciava a parlare di PACS, di unioni civili, di matrimonio egualitario. Ho pensato al matrimonio solamente quando mi sono trovata in coppia con qualcuno, per me non era l’obiettivo di una vita, era veramente il desiderio dettato da un sentimento di amore e collegato alla presenza di una persona, quindi non un desiderio astratto.

 

Intervista Chiara Sfregola

Chiara Sfregola © Gabriella Corrado / LUZ

 

Tu pensi che sia cambiata la mentalità delle ragazze, della serie: “Non mi sposo perché devo ma perché voglio e lui/lei è la persona giusta”?
Alcune statistiche riportano che il matrimonio è un’istituzione importante più per le giovani donne che per i giovani uomini. Questo è l’unico dato statistico che ho, per non incorrere in generalizzazioni e stereotipi.

 

La mia sensazione è che la società ancora inculca fortemente nelle giovani donne il desiderio di un matrimonio.

 

Questo lo possiamo vedere banalmente dalle inserzioni pubblicitarie che ci capitano. Sui social – per esempio – a me dopo tre anni dalle nozze ancora capitano inserzioni di negozi di abiti da sposa, di fotografi per i matrimoni, e cose così. Adesso mi escono quelle per le cliniche della fertilità oppure quelle dei test di gravidanza. Invece ai miei coetanei maschi esce le pubblicità della Play Station. Mi sembra che ci sia un forte condizionamento sociale e economico: i matrimoni sono un business e le donne sono le più facili da ‘colpire’. Per quanto riguarda la narrazione, quindi per esempio serie televisive, film, ecc.. c’è un orientamento molto forte nei confronti della storia d’amore ideale, dell’obiettivo romantico. Ancora oggi se vai in una libreria c’è l’isolotto della letteratura rosa.

 

Non ho dei dati scientifici per dire che per le donne è ancora importante, però per la società e per il mercato mi sembra che è importante che lo sia. 

 

Il tuo primo libro Camera single era un romanzo. Come mai questa volta per parlare di matrimonio – partendo anche stavolta dalla tua esperienza personale – hai deciso di utilizzare una scrittura più saggistica?
Allora per evitare di ricadere nei pregiudizi di cui parlavo poco fa, quando ho cominciato a riflettere su questi argomenti – partendo dal personale per arrivare al sociale e al politico – mi sono messa in discussione: perché viviamo tutti in una bolla, la nostra, e rischiamo sempre di cantarcela e di suonarcela da sole e da soli. Quindi a un certo punto ho voluto mettere alla prova le idee che avevo e le scoperte che stavo facendo man mano, cercando di capire se era veramente come la pensavo io oppure le cose stavano diversamente. In certi casi ho avuto delle conferme, in altri delle smentite. Sicuramente ho fatto delle scoperte ulteriori che poi ho provato a inserire nel libro.

 

Un’accusa che viene rivolta spesso a chi si occupa di femminismo è quella di avere uno sguardo di parte: io sicuramente ho un punto di vista sulle cose, però vorrei che questo fosse anche basato su una serie di fatti reali e non solo su dei miei voli pindarici o convinzioni. In questo caso per me era importante fare un solido lavoro di ricerca storica, legale e in certi casi psicologica o statistica perché nel momento in cui si parla di questi fatti bisogna sapere di cosa si sta parlando.

 

In questo senso mi sono rifatta alla tradizione femminista per quanto riguarda l’aspetto più personale e alla tradizione della saggistica anglosassone per quanto riguarda la parte più di saggio.

Quali sono stati i casi in cui hai trovato delle smentite rispetto a ciò che pensavi?
La scoperta che mi ha sconvolto di più è che i gay si sposano più delle lesbiche. Secondo alcuni dati ISTAT i matrimoni delle coppie gay doppiano quelli delle coppie lesbiche. Questo per me era strano ed è stata una scoperta per due motivi: intanto perché colleghiamo il matrimonio più alle donne che agli uomini, quindi verrebbe da pensare che le donne sono più propense a sposarsi anche fra di loro. Dall’altra parte invece c’è anche una vecchia barzelletta – molto frequente negli ambienti – che dice: “Che cosa porta una lesbica al secondo appuntamento? Il camion dei traslochi. Che cosa porta un gay? Ah, quale secondo appuntamento!” Quindi c’è un po’ la battuta che le lesbiche siano molto più propense a fare famiglia, in realtà ho dovuto ricredermi. A partire da questi dati mi sono un po’ interrogata sui motivi di questa differenza, spero di aver dato delle risposte nel libro. Una di queste è che molte lesbiche sono inclini al femminismo – come percorso personale – e vedono ancora il matrimonio come sospetto, anche se avviene fra due donne. 

 

Intervista Chiara Sfregola

Chiara Sfregola © Gabriella Corrado / LUZ

 

Rispetto al tema delle istituzioni e tutto ciò che al momento ci sembra anacronistico volevo ragionare con te su quello che sta succedendo in Italia e nel mondo rispetto al movimento Black Live Matters. Sta sfociando in una vera e propria restaurazione” del pensiero e della simbologia, tu che opinione ti sei fatta rispetto a questa nuova ondata di attivismo?
Credo che queste battaglie: quelle del femminismo, dei diritti LGBTQI+ e dell’antirazzismo possano costituire il vero collante ideologico delle nuove generazioni, nel momento in cui viene a mancare il discorso delle vecchie ideologie sulla lotta di classe. Non è che la lotta di classe non esiste più perché non esistono più le classi sociali, ma siamo tutti un po’ più disgregati perché facciamo dei lavori molto precari, abbiamo perso di vista l’idea di considerarci lavoratori come massa. Questo è il motivo per cui, secondo me, le battaglie che riguardano il corpo e le sue varie interpretazioni in qualche modo ci uniscono.

 

Sia che ci identifichiamo come persone transgender, oppure siamo neri, oppure siamo delle donne è il corpo che viene portato al centro del discorso. Questa cosa ci identifica e ci unisce, non c’è bisogno di sindacati, sentiamo le battaglie letteralmente sulla nostra pelle.

 

Secondo me questo è il motivo per cui stanno prendendo piede queste proteste e queste battaglie. Il discorso è molto più complesso di così, perché dietro il movimento dei BLM sicuramente c’è – negli Stati Uniti – una battaglia al razzismo potentissima. Sono un paese che ha avuto la schiavitù dove la componente di persone nere è altissima e non si tratta di migranti ma di persone nate e cresciute lì, radicate da generazioni che vivono, di fatto, una segregazione razziale all’interno della loro stessa Nazione: il movimento BLM ha delle radici profondissime.

Non posso non chiederti cosa ne pensi della polemica sul togliere o meno la statua di Indro Montanelli dai giardini a lui intitolati qui a Milano. È davvero necessario?
La questione della statua di Montanelli si inserisce all’interno di questo discorso, cioè per me l’azione nei confronti della statua è meravigliosa perché è estremamente fisica: perché la statua – oggetto fisico – diventa vulnerabile così come lo è il corpo delle donne nel momento in cui è esposto. Io, se la rimuovessero, sarei d’accordo. Sono d’accordo al trovare un nuovo nome a questo parco. Però qualsiasi attività di rimozione non sarà mai emozionante quanto sono emozionanti le azioni che vengono fatte sulla statua.

 

Non vedo perché dobbiamo sempre essere noi ad adattarci al contesto storico del passato e non il passato ad adattarsi al nostro contesto storico, la storia va avanti.

 

Oltre a fare la scrittrice lavori nel mondo della produzione di serie televisive. Secondo te la comunità LGBTQI+ è rappresentata in maniera degna e approfondita nella serialità italiana?
La serialità italiana sta facendo dei grandissimi passi in avanti, secondo me negli ultimi anni ha visto il suo livello crescere enormemente. Io ho avuto la fortuna di vedere questo cambiamento dall’interno, tuttavia la televisione italiana rimane – per definizione – molto generalista perché ha un bacino di utenza molto piccolo. Noi siamo sessanta milioni di persone, probabilmente ci guardano dall’Albania e da Malta, però non raggiungiamo molte persone. Sicuramente sono molto di meno rispetto alle persone che abitano negli Stati Uniti e tutte le persone che parlano inglese nel mondo. Questo rende il nostro mercato domestico molto piccolo. Le serie televisive e i film rimangono degli oggetti molto costosi da realizzare e devono – per forza di cose – rivolgersi ad un pubblico abbastanza ampio, affinché l’operazione sia economicamente sostenibile. Abbiamo delle serie che per quanto abbiano visto la loro qualità crescere, sono ancora generaliste. Salvo dei casi fortunatissimi come quello de L’amica geniale, che è prodotto in collaborazione con HBO ed è una produzione più ricca. Il fatto di essere ancora molto generalista rende la televisione italiana, al momento, ancora poco inclusiva. Stiamo facendo dei passi in avanti, però il nostro pubblico di riferimento è ancora molto anziano quindi molto conservatore. I passi che si fanno sono ancora piccoli e misurati, ancora non abbiamo raggiunto il livello di inclusività – non solo in termini di personaggi LGBTQ ma anche in termini di razza o di personaggi femminili, ai quali invece dovremmo ambire e rappresentare. Credo che questo sia dovuto anche al fatto che in Italia le minoranze sono abbastanza sotto rappresentate e non si pensa che ci sia un pubblico a cui parlare perché non vediamo queste comunità. Ti faccio l’esempio dell’app Immuni che non è tradotta né in albanese, né in rumeno che sono, invece, le lingue straniere più parlate in Italia. È tradotta in inglese, in francese, in tedesco e in spagnolo ma non in queste lingue. Non ne faccio un discorso di “gentilezza”, ma di sicurezza: se ci sono delle minoranze nel tuo Paese è importante che tu ti rivolga a loro – soprattutto se si tratta di questioni sanitarie – nella lingua che possono comprendere. 

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