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Senza cuore

Dal dottorato in matematica alla scrittura: Chiara Valerio ci ha parlato di tecnologia, supereroi e dell’ossessione per il passato.

di Matilde Quarti

Il percorso di Chiara Valerio, scrittrice classe 1978, è particolare, e l’ha portata ad approdare alla narrativa niente meno che dalla matematica. Ma non dovrebbe stupire: come ci tiene a sottolineare, infatti, quelli in matematica non sono altro che studi di grammatica.

Valerio esordisce nel 2004 con la raccolta di racconti A complicare le cose, pubblicata dalla piccola casa editrice romana Robin, e resta nel circuito indipendente fino ad approdare in Einaudi nel 2014, con il romanzo Almanacco del giorno prima. Non solo scrittrice ma anche editor: ha portato alla scoperta di tante nuove voci italiane, prima con Nottetempo e ora con Marsilio. Il suo nuovo romanzo, Il cuore non si vede (Einaudi 2019), racconta la storia di un uomo, Andrea Dileva, che una mattina si sveglia e si accorge di non avere più battito cardiaco: ha forse perso il cuore?

Cosa volevi raccontare con Il cuore non si vede?
Volevo scrivere un romanzo che tenesse conto del fatto che siamo tutti manchevoli di qualcosa e che, nonostante questo, in qualche modo campiamo. Allora sono partita dalle mancanze. 

In questo caso la mancanza di un cuore
L’idea che avevo in mente – forse perché sono cresciuta con i cartoni animati anni ’80 – era creare una specie di supereroe della mancanza.

 

Non è speciale solo chi ha qualcosa di più, ma anche chi ha qualcosa in meno. In qualche modo siamo tutti speciali, perché a tutti manca qualcosa.

 

E per rendere il nostro quotidiano, in  qualche modo “mitico”, sono partita da una mancanza oggettiva, una mancanza incredibile: ad Andrea Dileva manca il cuore. Quindi cosa può fare o non può fare in queste condizioni?  

Volevi scrivere un romanzo fantastico
È ancora più pretenzioso: volevo scrivere un romanzo realista che comincia da un atto fantastico. È un romanzo che si apre come la Metamorfosi di Kafka: Gregor Samsa si sveglia scarafaggio e poi tutta la storia prosegue in accordo alla sua vita di scarafaggio. Nel mio romanzo Andrea Dileva si sveglia senza cuore, e la sua vita procede in accordo a questo fatto. La differenza è che la metamorfosi di Andrea Dileva non si vede, è interiore.

 

Chiara Valerio intervista

Chiara Valerio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dici che è un romanzo realista: infatti in diversi punti si parla “dell’umana comprensione delle cose”. Cosa intendi con questa espressione?
Per spiegartelo devo cominciare da una storia che inizia nel 1998, quando ho inviato un mio racconto a Clara Gallini, un’antropologa che nel 1983 aveva scritto un libro che si intitola La sonnambula meravigliosa. Dopo averlo letto, ho scritto – e poi le ho mandato – una storia inventata ma che partiva da un fatto reale, cioè gli scienziati che producevano scintille con macchine a potenziale. L’idea del racconto è uno scienziato che arriva a Napoli e incontra una ragazza che sembra sia omosessuale e, quindi, “invertita”: lo scienziato cerca di invertirle il fluido sessuale e lei muore, resta bruciata, con le mani sugli elettrodi. Insomma, Clara Gallini lo ha letto e mi ha invitato a cena.

Vai avanti
Nel 2014, frequento ancora casa sua, siamo entrambe invecchiate e, un giorno, lei ha un brutto incidente che le procura una emiparesi facciale. Vado a trovarla preoccupata e le dico: “Clara, ma che è successo?”. Lei mi guarda, a questo punto sorridendo con solo un occhio e solo metà della bocca, e mi dice: “Studio le cose che non posso più fare, come se studiassi una popolazione di cui si sono perse le tracce in una regione del Sud Italia”. 

 

Chiara Valerio intervista

Chiara Valerio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Dove vuoi arrivare?
A quello che fa lo studio. Non può lenire i dolori, però può fornire un racconto. Inoltre, questa capacità di applicare persino a se stessi dei concetti che dovevano essere teorici, mi ha fatto capire che esistono persone per cui lo studio è davvero una componente emotiva fondamentale della vita. E io ho sempre sperato di appartenere a questo genere di persone e che tutte le cose che ho studiato e letto, in qualche modo, mi aiutassero a essere più tenera nei miei confronti e nei confronti degli altri esseri umani.

 

Ho sempre pensato che leggere e studiare fosse un principio di democrazia, perché, prendendo l’abitudine ai comportamenti degli altri nei libri, riesci a comprendere anche comportamenti che altrimenti non capiresti. Ecco, leggere non serve a risolvere le cose – se lo facesse sarebbe magia – ma a “consolare”.

 

In un bellissimo ospedale al centro di Roma, c’è una scritta che dice: “Se non potete guarire curate, se non potete curare consolate”. Penso che la comprensione umana stia esattamente in questa catena.

 

Chiara Valerio intervista

Chiara Valerio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E poi leggere moltiplica i mondi
E moltiplica il tempo. Non hai solo la tua vita, hai anche la vita degli altri. Certe cose puoi anche evitare di farle se le ha fatte Anna Karenina. Ammazzarsi, per esempio: Anna Karenina si è ammazzata per molti di noi. Questo per immaginare la cosa più definitiva di tutte, io, per esempio, ogni volta che passo davanti a un ristorante che si chiama Generator, penso a Dennis Lambert delle Correzioni e mi chiedo: “Ma chi ci sarà dentro a cucinare? Robin Passafaro?”. È come se queste cose mi fossero accadute, e questo un po’ perché sono una persona infantile, un po’ perché forse ho particolarmente sviluppati i neuroni specchio. O forse perché sono pigra. 

In che senso?
Ti racconto un’altra cosa. Io non ho mai avuto tante Barbie, ma quando sono nate le mie sorelle ne sono arrivate un sacco. Però non avevamo la casa delle Barbie, allora ribaltavo le sedie e costruivo accampamenti con i foulard di nostra madre. Poi però, una volta finito il gioco, bisognava mettere a posto. Quando ho cominciato a leggere, le storie facevano lo stesso effetto del gioco, ma, una volta finito non dovevo mettere a posto.

A proposito di giochi, la memoria dell’infanzia ha una grande importanza nel Cuore non si vede
Sì, un po’ perché l’infanzia, più che un tempo, è uno spazio, e quindi un luogo dove tornare. Un po’ perché, nella costruzione della vita, un essere umano letterario come Andrea Dileva, da qualche parte deve aggrapparsi ed è facile che si aggrappi alla propria infanzia. Nel caso del mio protagonista, stiamo parlando di un uomo nato in occidente in una famiglia con una casa piena di libri, quindi di un privilegiato. Ecco, nell’ambito di questo privilegio geografico, Andrea Dileva ritorna alla sua infanzia.

 

L’ossessione per il passato recente dell’infanzia e per il passato remoto dei miti greci, che insegna, risiede nel fatto che, senza rappresentazione di un sé nel passato, non si può avere la rappresentazione di un sé nel futuro.

 

Questo anche perché, nel nostro cervello, la zona deputata alla memoria del passato è la stessa deputata all’immaginazione del futuro, e quindi senza ricordare il passato non si può immaginare il futuro.

 

Chiara Valerio intervista

Chiara Valerio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il cuore non si vede è anche un romanzo sulla distrazione
Andrea Dileva è un personaggio distratto e quello che raccoglie, al punto della sua vita in cui lo incontriamo, è la distrazione delle persone che gli stanno intorno. Angelica, Carla e Laura – I tre personaggi femminili principali, ndr – si preoccupano, si incazzano, fanno ipotesi, però alla fine continuano la loro vita come se non fosse successo niente di grave. Ed effettivamente non è niente di grave perché Andrea Dileva è sempre stato “un po’ scomparso”, uno che diceva di essere in un posto ma poi era in un altro: ci sta quasi che perda gli organi. 

Uno che continua a sfuggire al controllo
Nessuno sa esattamente dove si trovi l’altro quando risponde al telefono, possiamo rispondere da un luogo qualsiasi.

 

La grande opportunità della contemporaneità. Viviamo sempre con il cellulare in mano, quasi fossimo perennemente reperibili. In realtà siamo reperibili nel tempo, ma possiamo non esserlo nello spazio.

 

Nell’ambito del massimo del controllo si può così trovare anche il massimo dell’inganno, e Andrea Dileva ne è l’esempio. È uno scomparso perché potrebbe stare sempre da un’altra parte.

A proposito di cellulari, tu riesci molto bene a integrare la tecnologia nella narrazione: non è così scontato nella nostra letteratura
Il nostro quotidiano è fatto di dispositivi. Il dispositivo ha lo stesso ruolo del pane, del televisore, o delle lettere nei romanzi ottocenteschi, per me non c’è differenza. Ma effettivamente non compaiono sempre nei romanzi italiani. Un po’ perché i narratori italiani che leggo – e ne leggo tanti – non scrivono sempre del contemporaneo. Ci sono romanzi, come La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, che è ambientato negli anni ’30 del Novecento, o La più amata di Teresa Ciabatti, che è ambientato negli anni ’80, ed è ovvio che in questi casi il dispositivo non è così presente come nel nostro quotidiano. Ma già nelle Correzioni di Jonathan Franzen ci sono dispositivi tecnologici. Alla fine credo che si diffonderanno anche nella narrativa italiana. È normale, è un oggetto della realtà del mondo.

Prima di occuparti di letteratura hai studiato per diversi anni matematica. Che legami ci sono tra queste due discipline?
Non ho mai percepito discontinuità tra una cosa e l’altra.

 

La matematica è l’unica facoltà di grammatica che esista, studia le strutture logiche, quindi la lingua. Che poi in questo caso si tratti di un linguaggio simbolico che procede per formule è una questione di second’ordine.

 

E poi la matematica più che della verità si occupa della coerenza, ed è una cosa interessante per chi fa letteratura, perché permette di vedere le variazioni dei personaggi nel comportamento. Penso che la letteratura stia nella variazione del comportamento, perché altrimenti dove sta? Certo, in alcuni romanzi, come Stoner o come quelli di Sally Rooney, sembra che i personaggi non mutino, ma non è vero, si percepisce meno solo perché i mutamenti sono interiori. 

Quindi il linguaggio matematico aiuta a interpretare il reale
Il linguaggio matematico può essere utilizzato per analizzare quasi tutta la realtà, anche se, ovviamente, è un machete. Ma la matematica è anche una disciplina che si fonda sul fatto che non sono tanto importanti i numeri, quanto le relazioni tra i numeri: fa capire bene che la definizione di te come persona dipende molto dalle altre persone e dalle cose che hai intorno.

 

L’arredo umano è importante per vivere. E non dico “arredo umano” con tono mondano, ma intendendo proprio ciò di cui ti circondi per mostrare a te stesso che un posto è casa e un altro non lo è.

 

Tu di case ne hai avute tre: Napoli, Roma e adesso Venezia. Mi parli della tua Napoli?
Quello che mi è sempre piaciuto di Napoli è la struttura architettonica. Quella rappresentata in tanti romanzi napoletani, dal Resto di niente di Striano, alla Pelle di Malaparte, o in quelli di Massimiliano Virgilio, Angelo Petrella, Piero Sorrentino e di Valeria Parrella e sono i primi che mi vengono in mente. Quella Napoli in cui, nei palazzi, al piano più basso vive il meno abbiente e man mano che sali c’è qualcuno un po’ più abbiente. È questo che la rende una metropoli. A Napoli, a qualsiasi livello economico, puoi fare quasi tutto: andare al ristorante, a teatro, prendere i mezzi pubblici.

 

Napoli è una città colta. Colta in senso ampio, colta di vita e colta di “rappresentazioni di vita”, come sono i libri o com’è il teatro. Poi è piena di scienziati.

 

E Roma e Venezia?

 

Roma è un inferno.

 

Personalmente, a Roma perdono tutto, perché certe volte passeggi per la strada e ci sono scorci talmente belli che ti ritrovi a pensare che anche tu vivrai per sempre, se davanti a te ci sono cose che sopravvivono da secoli e secoli. 

 

Venezia invece è una sorpresa.

 

All’inizio pensavo fosse una città invivibile dal punto di vista economico e affollatissima di turisti. Ed effettivamente è tutte e due le cose, ma non sempre. Nel senso che non è come Firenze, dove trovi i turisti pure nelle strade di periferia: a Venezia, anche durante il carnevale, ci sono calli piene di gente e calli vuote. Evidentemente, con il fatto che si pensa che a Venezia ci si perda, le persone si seguono l’un l’altra. Anche se poi non è così vero che ti perdi, perché ogni volta che trovi l’acqua torni indietro e alla fine la strada la trovi.

 

Chiara Valerio intervista

Chiara Valerio © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E com’è la vita culturale in una città con queste peculiarità?
Be’, è come una giostra quando sei bambino. C’è la biennale, ci sono mostre, c’è Marsilio, c’è la libreria MarcoPolo che fa un lavoro straordinario e presentazioni praticamente ogni giorno. È un salotto culturale regalato alla città. Per me è un parco giochi. Mi rendo conto del perché Brodskij abbia scritto Fondamenta degli incurabili, perché Mann abbia scritto La morte a Venezia: c’è tutto un mondo di persone che per lavoro pensano e che vivono a Venezia.

 

Venezia è splendida, è una città in cui si pensa benissimo, tutta quell’acqua intorno fa si che ogni rumore arrivi attutito.

 

Prima di Marsilio, hai lavorato per Nottetempo. Che differenze ci sono state?
Intanto era diversa la committenza. La richiesta che mi era stata fatta a Nottetempo era di trovare voci nuove, avevo la responsabilità di una collana. Marsilio invece è un’altra cosa, mi hanno affidato la narrativa italiana in toto, quindi seguire autori che erano già presenti in casa editrice e scovarne di nuovi. Lavorare per riportare la narrativa Marsilio nel circuito dei grandi premi letterari. Poi, ovviamente, gli autori che vendono tanto hanno meno bisogno dei premi, ma gli autori che scrivono con una grammatica che ha più livelli di lettura, e per questo magari vendono meno, hanno bisogno di andare ai premi, fare interviste, farsi vedere, e tutte queste cose qui. Con Ambretta Senes, per esempio, l’ufficio stampa, già lavoravamo insieme a Nottetempo, e questo ci garantisce confidenza: sono quasi dieci anni che io e lei pensiamo insieme a come parlare dei libri, sia già acquisiti, sia in fase di acquisizione. Perché poi questa è la cosa interessante in una casa editrice delle dimensioni di Marsilio, che si parla con tutti i comparti anche in fase di acquisizione, perché certo i libri sono oggetti singolari, con uno o più autori, fino a un certo punto, poi visto che vanno a più persone, è giusto che siano pensati da più persone.

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