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Cono d’ombra

Terapia ormonale gratuita per le persone transgender: è davvero una vittoria? Intervista a Christian Cristalli

di Maria Elena Gottarelli

Il primo ottobre 2020 è entrata in Gazzetta Ufficiale la determina dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) che prevede la gratuità delle terapie ormonali per le persone transgender, che in Italia sono circa 400 mila (pari allo 0,6% della popolazione). Ciò significa che d’ora in poi le spese per la copertura di estradiolo, estradiolo emiidrato, estradiolo valerato, ciproterone acetato, spironolattone, leuprolide acetato e triptorelina saranno interamente a carico dello Stato in tutta Italia, mentre prima ciò era vero solo per l’Emilia-Romagna (storica roccaforte dei diritti Queer) e per la Toscana.

La gratuità della terapia ormonale per le persone trans è senza ombra di dubbio un traguardo di civiltà. Ma quando si entra nel merito della determina dell’Aifa ci si rende conto che i coni d’ombra sono diversi.

La nuova normativa infatti non smette di fare discutere il mondo lgbtq+, non tanto sulla questione della gratuità degli ormoni (sulla cui opportunità e giustizia sono tutti d’accordo), quanto su due problematiche annesse alla determina: la prima riguarda l’accesso ai farmaci – ora molto più complicato, la seconda la “patologizzazione” delle persone T., che vengono ancora considerate come delle persone malate.

Cosa ne pensano i diretti interessati? Qual è il percorso da fare quando si decide di assumere ormoni? E soprattutto: cosa significa essere trans all’interno del tessuto sociale e culturale italiano? Ne abbiamo parlato con il giovane fondatore del Gruppo Trans APS, l’attivista Christian Cristalli.

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

Da attivista lgbtq+ e presidente del Gruppo Trans APS, come giudica la gratuità dei farmaci per persone trans e non-binary?
La gratuità in sé è un traguardo di civiltà per cui io e il Gruppo Trans ci battiamo da diversi anni. Quello che critico è il modo con cui si è pervenuti a questo obiettivo, con una determina fatta male, che finirà per ostacolare l’accesso ai farmaci e che, di conseguenza, rischia di peggiorare la vita delle persone.

In che senso?
La determina dell’Aifa entrata in Gazzetta Ufficiale l’1 ottobre ha diversi problemi. Primo fra tutti quello della patologizzazione dell’incongruenza di genere, per la quale è indicata la necessità di una diagnosi da parte di un’equipe multidisciplinare. Ora, è vero che l’essere transgender richiede una serie di trattamenti medici, ma ciò non significa che si tratti di una patologia più di quanto non lo sia la gravidanza, che pure è presa in carico dallo Stato. In secondo luogo, la determina rende necessario l’intervento di un’equipe multidisciplinare che prescriva i farmaci. Il problema è che in Italia ci sono pochissimi centri pubblici che offrono questi servizi, siamo nell’ordine di meno di una decina. Alcune regioni ne sono del tutte prive. Ciò significa che per ottenere la prescrizione alcune persone dovranno affrontare dei viaggi, con ore di macchina e lunghe liste d’attesa ad attenderl*. Dovrebbe essere il medico di base o il proprio endocrinologo a prescrivere la terapia, non un’equipe di esperti non meglio identificata e non scelta dalla persona che subirà il trattamento. Quello che chiediamo è semplicemente la parità di accesso al Sistema Sanitario Nazionale, ovvero la possibilità di rivolgerci a qualsiasi medico qualificato, come tutti gli altri cittadini, e non ad un’equipe di esperti. Quest’ultima opzione contribuisce a ghettizzare la salute delle persone T.

L’altro grande problema, poi è quello della patologizzazione dei corpi trans.

 

L’utilizzo del termine “disforia di genere” la dice lunga sul sistema culturale in cui siamo immersi in Italia, dove essere trans è ancora spesso percepito come una malattia.

 

Non è così! Le persone trans hanno bisogno di assumere determinati farmaci, è vero, ma non sono malate. Per comprendere questi punti, sarebbe necessario intervenire con iniziative culturali dentro e fuori dalle scuole. 

 

Pep Bonet / NOOR / LUZ

 

Sul tema della transfobia, fino a che punto gli stereotipi di genere incidono sull’inserimento di persone trans nel mondo del lavoro?
Moltissimo, ovviamente. I vuoti di conoscenza portano purtroppo a vuoti normativi.

 

Il mondo aziendale, spesso, non è equipaggiato per gestire un colloquio di lavoro con una persona trans.

 

Quest’ultima dal canto suo, si trova costretta a fare coming out al primo incontro, suscitando reazioni non sempre piacevoli dall’altra parte. Il problema nella maggior parte dei casi è che non si sa nemmeno come gestire l’inserimento di un uomo o una donna trans a lavoro, i datori sono spiazzati quando il nome sul documento non coincide con il genere della persona e anche quando avviene l’assunzione spesso si verificano gravi episodi di mobbing. Pensi che fino al 2015, per poter cambiare nome bisognava sottoporsi a un intervento chirurgico di castrazione o sterilizzazione, a cui io stesso mi sono sottoposto con mio grandissimo dolore. Oggi, per fortuna, due sentenze della Cassazione hanno reso possibile il cambio di nome all’anagrafe anche senza castrazione o sterilizzazione.

 

Quello che è importante capire è che per chi è trans, adeguare il proprio corpo rappresenta un bisogno vitale e primario, non certo un capriccio.

 

Ecco perché la gratuità della terapia ormonale è un traguardo di cui tutti dovrebbero gioire: per una questione sia di parità che di sicurezza, in quanto le terapie ‘fai-da-te’ possono portare a problemi molto più seri, come l’osteoporosi o addirittura il cancro, con costi ben più onerosi a carico dello Stato.

 

Robin Hammond/Panos Pictures/LUZ

 

Recentemente è anche passato alla Camera il ddl Zan, che propone delle modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. Che ne pensa?
Penso che era ora! Non tutti, forse, hanno la chiara percezione di cosa significhi essere trans in un tessuto sociale ostile. Le discriminazioni a cui siamo sottoposti sono quotidiane e attengono ai più svariati settori della vita, dal lavoro alla salute. Non dimentichiamoci che l’Italia è quasi sempre stata al primo posto in Europa per crimini d’odio contro le persone trans, al pari quasi della Turchia. Questo stigma pesa ancora di più sulle donne trans, vittime due volte a causa della loro condizione. Essere una donna trans, spesso equivale a vedersi precluso l’accesso al mondo del lavoro.

 

L’unica strada per sopravvivere e per procurarsi i farmaci diventa così la prostituzione. Moltissime donne trans non vorrebbero prostituirsi, ma finiscono per farlo perché è la società a non dare loro alternative.

 

Dobbiamo lavorare per un mondo più equo, in cui essere trans non significa rinunciare ai propri diritti. Il dl Zan è sicuramente un primo passo fondamentale, ma senza un autentico cambiamento culturale sarà tutto inutile.

Come può avvenire, allora, un autentico cambiamento culturale?
Lavorando sulle nuove generazioni. Il Gruppo Trans, di cui sono presidente e fondatore, offre diverse iniziative per la persona, per gli enti pubblici, oltre a svariati progetti di inclusione. Andiamo nelle scuole, sosteniamo genitori, insegnanti e ragazzi, ci impegniamo ad educare alla diversità e al valore del rispetto. Un altro settore che può fare moltissimo per incentivare l’inclusione è quello dello sport. Per questo motivo, mi sono impegnato nella promozione del progetto Queerfit, un corso di fitness pensato appositamente per persone trangender in collaborazione con UISP (Unione Italiana Sport) nazionale. Il corso prevede la possibilità di utilizzare spogliatoi genderless e di praticare l’attività sportiva in un ambiente inclusivo e più sicuro. Viene inoltre garantita la privacy della persona mediante il tesseramento alias, che permette di tesserarsi alla palestra con il nome di elezione.

 

Foto di copertina © Gaetan Bally / Keystone / LUZ

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