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Chiudete internet

Il web è la più grande invenzione di quest’epoca: ma corrode il nostro vivere democratico. La modesta proposta di Christian Rocca

di Michele Boroni

Christian Rocca è un giornalista professionista, già caporedattore e corrispondente dagli Stati Uniti per Il Foglio, inviato speciale per il Sole 24 Ore e direttore del mensile IL, il magazine della testata di Confindustria.

Oggi è editorialista per La Stampa. Ma è stato anche uno tra i primi giornalisti ad avere un blog (CamilloBlog, dal 2001). I titoli dei suoi saggi, principalmente di politica estera, hanno titoli sempre un po’ tranchant: Esportare l’America, Contro l’ONU, Cambiare regime: la sinistra e gli ultimi 45 dittatori.

Anche l’ultimo uscito per Marsilio è piuttosto ad effetto, infatti si intitola Chiudete Internet. Una modesta proposta.

Diciamolo subito a scanso di equivoci: questo non è un vero e proprio libro contro internet
Come no. Lo è assolutamente (ride). 

Io ti conosco personalmente e ho letto il libro: tu non sei contro internet!
In effetti il libro è dedicato a Google e Twitter senza i quali non sarebbe mai uscito. Internet è la più grande invenzione di questa epoca, ha migliorato la qualità della nostra vita, le relazioni, i rapporti di business, l’intrattenimento, ha ampliato la nostra conoscenza. Come per tutte le grandi innovazioni tecnologiche che crescono liberamente però, arrivati a un certo punto, è necessario applicare una regolamentazione. Specie quando si intravedono delle falle gigantesche per il nostro vivere democratico. 

Prima di affrontare l’argomento e la tua tesi, non temi che questo titolo possa essere da una parte fuorviante e dall’altra un po’ – ehm… – “buybating”
No, credo di no. Perché in realtà vorrei, e non sono da solo, chiudere l’internet attuale, l’internet-as-we-know-it come direbbe Michael Stipe dei REM. Regolamentare internet non era un titolo, Far pagare certi servizi di internet nemmeno. E poi il sottotitolo per chi riesce a cogliere la citazione satirica di Jonathan Swift ne sottolinea l’intento. Il libro è una richiesta di cambiare l’internet come lo conosciamo oggi, ma soprattutto di regolare l’attività delle quattro grandi aziende e piattaforme che lo dominano.

 

Stiamo parlando di Google, Facebook, Amazon e Twitter
Principalmente di loro. Sono questi infatti ad aver contribuito alla devastazione del dibattito pubblico.

 

Amazon forse meno. 

Diciamo che è più interessata al portafoglio che ai dati
Esatto. Per quanto anche nell’ultimo intervento di Zuckerberg – a cui ormai pochi credono, perché predica bene e razzola male – parlando del prossimo passaggio di Facebook dice  “from town square to living room”. L’intento è cambiare il modello di business di Facebook, da vendere agli inserzionisti pubblicitari i suoi utenti profilati a farlo diventare più vicino a WhatsApp con gruppi più piccoli e con i contenuti che scompaiono dopo un breve periodo di tempo e farlo gradualmente diventare uno strumento di pagamento. Questo significa rinunciare a billions di investimenti pubblicitari e ricominciare quasi da zero. Ma tu ci credi?

 

christian rocca intervista chiudete internet

Christian Rocca © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ho sempre creduto poco a Zuckerberg. Ma, appunto, veniamo al tuo j’accuse
Allora, da una parte c’è un tema di monopoli e il fatto che queste grandi piattaforme digitali acquistino tutte le piccole aziende che si affacciano sul mercato. Poi c’è la questione da una parte della privacy e dall’altra dell’influenza negativa che l’impatto della rivoluzione digitale sta avendo sulla società e sulle democrazie occidentali. Inoltre oggi le nostre società sono molto vulnerabili a causa della disintermediazione e dell’eliminazione dei corpi intermedi, che lasciano spazio ad agenti esterni i quali, attraverso fake news e hacking vari, diffondono il caos e abbattono la democrazia liberale.

 

Se non si affrontano questi temi, i pericoli sono già evidenti, davanti ai nostri occhi: i risultati elettorali italiani, americani, brasiliani e la Brexit sono tra gli effetti di questa disintermediazione. 

 

La buttiamo subito in politica
Guarda, io sono uno che è favorevole all’innovazione, convinto che il progresso sia inarrestabile e ineluttabile, però forse tutti noi abbiamo esagerato. Voglio dire, io sono sempre stato felice di vedere tutte queste battaglie per abbattere sindacati, partiti, la famiglia tradizionale, i giornaloni quotidiani, però alla fine questi facevano da filtro tra il potere e il popolo. Se è vero che il risultato è stato maggiore informazione, maggiore possibilità di esprimere le proprie idee, dall’altra parte siamo stati sommersi dagli aspetti meno radiosi, perché ormai è appurato che il modello di business è quello di rendere virali i contenuti, e tutti i messaggi negativi hanno maggiore velocità e presa.  

Da una parte c’è l’onnipotenza economica dei big della rete e, dall’altra la pigrizia mentale delle persone. Non parli mai di “politiche educative” per gli utenti, chiamiamola educazione civica digitale
È vero, non approfondisco questa tema. Certamente potrebbe aiutare. La verità è che non credo molto allo spontaneismo e alla possibilità che da soli si riesca a farcela, e poi sinceramente ho poca fiducia nella scuola italiana, così come è oggi, con professori sottopagati e delusi, in cui regna il malcontento e produce molti grillini.

Possiamo spoilerare qui qualche soluzione che prospetti nel libro?
Io non sono un tecnico, però ho letto molto in questi anni. In realtà non esiste una soluzione che ti fa dire questa è quella buona. Ci sono certamente delle proposte che rompono i monopoli e aprono alla libera concorrenza, come pure varie altre ipotesi: la protezione dei dati con uno scambio servizio vs dati sempre più palese, oppure servizi a pagamento così come fanno Netflix, Apple Music o HBO. Altri dicono che è necessario cambiare l’algoritmo. Ci sono varie soluzioni che vanno nella stessa direzione di regolamentazione.

 

christian rocca intervista chiudete internet

Christian Rocca © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Si è soliti dire che se è gratis, allora sei tu il prodotto: nel libro tu sostieni che nelle piattaforme digitali il prodotto è la possibilità di farti cambiare un comportamento
La pubblicità esiste da sempre e sappiamo qual è il suo potere. Qui però ci sono tre elementi nuovi: intanto i messaggi arrivano diretto al target con precisione millimetrica, poi è strutturato come se fosse una gabbia per cavie – skinner box dove l’utente è monitorato e, attraverso l’osservazione della ripetizione dei comportamenti, possono prevedere i tuoi prossimi passi, e in più offrono degli stimoli per cambiare i comportamenti. Tutto questo perfettamente automatizzato e industrializzato attraverso l’intelligenza artificiale e il machine learning. 

Passo indietro: sostieni che in Italia i semi del “neo-populismo tecnologico” risalgano agli inizi degli anni ’90
Sì, nel 1992 nel resto del mondo si pongono le basi per una rivoluzione digitale: Clinton parla di autostrade informatiche e c’è un gran fermento spinto da un’ideologia per cui “la storia era finita”, l’ottimismo dilagava e non c’erano più le forze del male. In Italia questa cosa non ci ha toccato perché nel 1993 è arrivata Tangentopoli e, di conseguenza, una reazione popolare diffusa contro una corruzione endemica del potere, sfruttata da una parte della classe dirigente per abbattere chi c’era prima e con una nutrita schiera di cittadini che inviavano fax di protesta contro l’establishment ai giornali, alla segreteria dei partiti e alla redazione del TG3-Tele Kabul di Curzi.

 

Il mitologico popolo dei fax
Già, proprio loro. Un movimento proto-digitale. La retorica di questa rivolta populista contro l’establishment politico non è poi così diversa dalle pagine Facebook, i tweet e i retweet.

 

Se pensi poi che il leader di tutta questa vicenda era Antonino Di Pietro allora pm, che poi scenderà in campo e la sua campagna verrà organizzata dalla Casaleggio & Associati, capisci che c’è un legame con la situazione degli ultimi anni. Mentre nel resto del mondo vi era un filone ottimista che guardava al futuro, noi combattevamo questa battaglia che è molto simile a quella di adesso. 

L’approccio del MoVimento 5 Stelle nei confronti della rete è stato deleterio da tutti i punti di vista, è anche vero però che la sinistra non ha offerto alcuna alternativa credibile
I 5 Stelle hanno sostituito l’ideologia politica con il sentiment prevalente della rete, anche in modo contraddittorio. La sinistra non ha offerto alcuna alternativa, perché divisa in due: c’era una parte più nostalgica e che proponeva ricette vecchie, dall’altra c’era una parte più nuova che però è arrivata molto tardi rispetto alla ventata ottimistica progressista.  

Cioè Renzi
Sì, Renzi è arrivato quando la parabola si era già conclusa. La ricetta della sinistra italiana è stata questa narrazione per cui la povertà era diminuita, il jobs act aveva portato più posti di lavoro, il pil era aumentato, quando però di fronte avevi un elettorato pieno di paure, risentimenti e rancori, senza una prospettiva di futuro, che vedeva arrivare gente da altre nazioni e che si sentiva sotto attacco.

 

La retorica super positiva cozzava con la percezione della cose e la vita quotidiana. La sinistra non è quindi riuscita a trovare una formula – io lo chiamo l’algoritmo dell’occidente – capace di far capire che quella era la strada, e non sono riusciti a utilizzare il digitale in modo adeguato. 

 

La vecchia stampa non ha aiutato, anzi
I giornali con la paura di essere abbattuti, tranne rare eccezioni, inseguono in basso la rete e contribuiscono all’indebolimento del dibattito pubblico. Molti articoli vengono scritti non solo prendendo spunto dalla realtà digitale, ma sono realizzati per metterli su twitter con lo scopo di vedere la reazione, per poi scriverne un altro 24 ore dopo sulla reazione che ha avuto su twitter un articolo messo su twitter. È assurdo e deleterio. Poi non devono certo stupirsi se vincono quelli che si fanno selfie mentre mangiano gli spaghetti. 

Verso la metà del libro citi Jaron Lanier, forse uno dei teorici più radicali nei confronti dei social: lui propone di cancellarsi dai social network
Jaron Lanier è l’eroe di questo libro. Quando lessi il suo libro precedente Tu non sei un gadget mi sono detto che aveva beccato il tema. Aveva teorizzato che questa libertà di parola avrebbe portato a un maoismo digitale, agli ultrà di massa. 

Nella blogosfera italiana eri uno dei pochi a non dare la possibilità di commentare i tuoi post
È vero, anch’io senza avere dietro una base teorica sostenevo che i forum fossero il male, per questo ero uno dei pochi a non mettere i commenti ai miei post. Dieci anni dopo i fatti hanno dimostrato che aveva pienamente ragione. Adesso non sono d’accordo con lui sulla parte “pratica” – cioè quella di disattivare gli account social – per una semplice ragione, perché sarebbe come svuotare il mare con un cucchiaino.

 

christian rocca intervista chiudete internet

Christian Rocca © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Se chiudi l’account Twitter o Facebook non cambia niente. Il loro modello di business rimane, come pure i problemi, è solo un gesto simbolico: ma forse non ci crede troppo neanche lui. Io ho ancora i miei account social ma non interagisco più, se non con gli amici, mentre prima nel bene e nel male rispondevo, insultavo a mia volta, bloccavo, e così via. Poi però ho visto che non aiutava il dibattito, anzi, lo inaspriva e ad un certo punto non riuscivi neanche più a controllarlo. 

Una parte del libro è dedicata alla politica americana, a Trump, alle ingerenze russe e alle fake news: il libro però è stato scritto prima del rapporto Mueller che scagiona Trump dall’accusa di collusione
Anche qui c’è una grande mistificazione. A parte il fatto che non conosciamo ancora il contenuto del rapporto, comunque il rapporto conferma che l’ingerenza c’è stata – e ci sono personaggi del giro di Trump che sono in galera o hanno confessato – solo che non hanno trovato le prove che legano Trump con il governo russo.

 

Non è in discussione il fatto che vi sia stata l’ingerenza attraverso la produzione e diffusione di fake news, la fabbrica di troll, sottoforma di pubblicità e di hackeraggio dei sistemi informatici elettorali americani. 

 

Ricordami qualche caso specifico
C’è la fake news dell’endorsement del Ku Klux Klan per Hillary Clinton inviata sulla timeline di Facebook di elettori afroamericani di alcuni stati per non farli andare a votare. Oppure una delle più lette del 2016, sull’endorsement del Papa a Trump, successivamente smentita, ma che ha colpito molti appartenenti delle comunità religiose. Oppure la fake news inviata agli elettori bianchi sul fatto che i membri del black lives matter erano pronti a scendere in piazza armati; di conseguenza molti bianchi tra quelli più incazzati hanno scelto di votare per Trump. Per non parlare dell’hackeraggio del server di posta del partito democratico e della campagna Hillary che c’è stato. Quindi con uno sforzo ridicolo dal punto di vista economico hanno influenzato la parte più debole del paese. 

L’Europa sia oggi più avanti rispetto agli Stati Uniti:  la legge sul copyright è un piccolo cambiamento?
Vero, la sta affrontando anche perché non ha particolari conflitti d’interesse, considerando che le aziende sono tutte americane e non sono coinvolti capitali europei. Però, riepilogando, queste digital company violano la privacy, distruggono il formarsi di un’opinione pubblica, sono vulnerabili ad attacchi di gruppi che vogliono il caos, devastano l’economia tradizionale – e vabbè, questi sono i costi del progresso –  mantengono un regime di monopolio, impediscono a nuove realtà imprenditoriale di emergere e in più non pagano le tasse perché le loro transazioni e il loro business sono evanescenti. L’Europa sarà pure burocratizzata, però è l’unica istituzione che si sta muovendo. E sta diventando un modello di riferimento per gli Stati Uniti.

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