It En
It En

© LUZ S.r.l.
all rights reserved
Cookie and Privacy Policy
VAT n. 13122310157

Straniera in casa

Scrittura, femminismo e antifascismo dopo il Salone di Torino, secondo Claudia Durastanti: candidata allo Strega 2019

di Matilde Quarti

Cresciuta tra Brooklyn e la Basilicata, studia a Roma per poi trasferirsi a Londra, dove vive ormai da diversi anni. Claudia Durastanti, classe 1984, è in lizza per la cinquina del Premio Strega 2019 con il suo ultimo romanzo La straniera, in libreria per La nave di Teseo.

La suggestione dei luoghi in cui ha vissuto e delle lingue parlate si ritrovano nei suoi romanzi e si concretizzano in questo ultimo complesso libro in cui memoir, romanzo e resoconto saggistico giocano tra loro. 

Quando hai cominciato a giocare con una forma ibrida tra romanzo, memoir e pamphlet saggistico?
È un impulso che è nato da un’esperienza collettiva nel 2013 quando ho usato la prima persona in una maniera dichiaratamente autobiografica per scrivere un pezzo sulla povertà: Come non sono diventata the girl from the Block, per il sito Abbiamo le prove. Quel tipo di contesto mi ha fatto sentire più protetta, perché mi dava una cornice narrativa in cui un pezzo del genere poteva essere compreso tramite regole proprie, diverse. È stato quel momento a dare il via alla Straniera, come quando si tira un sasso in acqua e sulla superficie si formano una serie di cerchi concentrici che si allargano.

 

Claudia Durastanti intervista

Claudia Durastanti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

I tuoi articoli e le recensioni hanno contribuito?
Sì, c’è stato anche un altro pezzo biografico cruciale uscito su Pixarthinking con il titolo Un’altra Pastorale americana e poi ripreso dal Corriere della Sera – con il titolo La mia famiglia ha votato Trump. E io li capisco – che ha contribuito alla gestazione del libro. La mia scrittura si declina su tantissimi piani, dalla traduzione, agli articoli, alle recensioni, ed è come se tutto questo materiale si fosse addensato e stratificato, fino a darmi una solida base da cui partire per poter usare la prima persona. 

 

Altri spunti da cui hai tratto ispirazione?
Quando mio padre mi ha detto che mia madre ha mentito per tutta la vita su come si sono conosciuti ho avuto due eventi alternativi che si contraddicevano a vicenda, due proposte di verità che si annullavano da cui partire. I miei genitori mi hanno dato la scintilla, ma avevo già voglia di utilizzare del materiale autobiografico.

 

Vivi a Londra ma sei cresciuta tra Brooklyn e la Basilicata: quanto ti hanno influenzato questi ambienti?
Quasi tutta la mia vita è stata definita dall’imperativo di escludere qualcosa a vantaggio del resto, prima di imparare a fare una somma tra le parti. Quando mi sono trasferita in Italia, ho fatto uno sforzo profondissimo per continuare a immaginarmi americana, e quando ho iniziato a scrivere non parlavo mai di Basilicata, come se non ci fosse mai stata.

 

Pur usando la lingua italiana e avendo studiato in Italia, i miei primi libri erano quasi tutti di ambientazione americana: è stata la prima forma di cittadinanza che ho rivendicato. La letteratura americana è un luogo che ho abitato a lungo.

 

E l’immaginario italiano quando è arrivato?
Quando ho iniziato a riprendere in mano Pavese, Malaparte, Ortese e Ginzburg. Di recente ho avvertito in maniera abbastanza netta che la lingua italiana ha molta più influenza su di me e definisce meglio la scrittrice che sono. Ho vissuto quasi tutta la mia vita in Italia, dal 1990 al 2011, ma prima non avevo un immaginario italiano, adesso ce l’ho ed è sicuramente anche grazie all’esperienza londinese.

 

Claudia Durastanti intervista

Claudia Durastanti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

In che senso?
Assomiglio a mia nonna, che aveva accentuato i suoi caratteri di italianità nel momento in cui si è trasferita in America, un processo tipico nei percorsi di migrazione. Questo, nel mio caso, si esprime nel recupero del dialetto lucano, che non ho mai parlato prima.

 

Tutti i posti che ho abitato confluiscono in una sorta di grande patria immaginata: credo molto nei luoghi come fantasmi che fanno rumore e provocano interferenze, e io sono infestata da tutti i paesi da cui sono passata.

 

Cosa significa raccontare questi luoghi?
Quando ho iniziato scrivevo sempre le storie di posti in cui non vivevo più: ero in Italia e scrivevo dell’America, ho scritto Cleopatra va in prigione, che è ambientato a Roma, quando mi sono trasferita in Inghilterra, perché per gli otto anni in cui ci ho vissuto, quella città non la sapevo raccontare. Trovo quasi scabrosa l’intimità che stabiliamo con gli spazi, più che nel caso del racconto di esperienze personali, perché nel raccontare un luogo c’è necessariamente un passaggio di appropriazione, che si scontra con la natura della città, che è di tutti. 

Tutti vivono gli stessi luoghi
Sì, tutti passeggiano per le stesse strade, tutti vedono le stesse insegne, tutti passano davanti allo stesso cinema, quindi il tentativo romantico di fare una cosa solo tua, di assolutizzarla, è sempre disciplinato da un inconscio bisogno di restituzione e condivisione. Per questo ho sempre usato il filtro della memoria, che scarta e seleziona.

 

Per me scrivere la distanza è possibile solo nel momento in cui c’è una partenza che fa sì che di una città o di un luogo rimangano solo alcuni elementi che diventano il fulcro della narrazione. I posti ti assillano, ti ossessionano, e solo abbandonandoli si può avere la chiarezza per raccontarli e capirli. Per me scardinare gli stereotipi è possibile solo tramite una partenza.

 

A proposito di stereotipi, alla domanda “Dì una cosa femminista” hai risposto: “Prendi uno stereotipo e fallo fuori”. Cosa significa per te femminismo?
Il mio femminismo è il risultato di un processo non lineare. Sono figlia di una donna che ha sempre posto la questione dei rapporti di genere come se fossero strutturalmente violenti, quindi tutta l’esperienza del mio essere donna si era inizialmente configurata come una forma di difesa rispetto all’assalto, non avevo un femminismo gioioso. Quando ero bambina mandavano in televisione una serie di film pieni di violenze sulle donne, e mia madre me li faceva guardare come se fosse un rituale religioso. 

Era come un esercizio di difesa
Per lei era parte del mio apprendistato, un modo di capire che dovevo sviluppare le armi necessarie per difendermi. Anche attraverso il camuffamento, nel senso paradossale di non di rivendicare la mia identità di donna ma di celarla al fine di proteggere la donna “dentro”. È stata una cosa disorientante, però è così che mi sono avviata al pensiero femminista: preoccupandomi di nascondere la donna “fuori”. E ci ho messo un po’ a riappropriarmene. 

 

Claudia Durastanti intervista

Claudia Durastanti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E poi?
Quando ho iniziato a scrivere mi dicevano “Scrivi come un uomo” e io lo prendevo come un grandissimo complimento. Il “Sei così brava che non c’è bisogno di dire che sei femmina” invece è un paradosso assoluto. Quindi forse il mio femminismo si è compiuto veramente nel momento in cui ho capito che qualsiasi pensiero politico tu abbia non può essere scardinato dalla tua corporeità, dalla tua esperienza, dalla tua classe. Vivo con profonda fatica l’idea che sia possibile rifugiarsi in un approccio neutro alla vita e alla storia senza partire dal primo elemento che ti proietta nel mondo: nasci femmina e sei subito collocata in un insieme di rapporti strutturali per cui devi intraprendere un percorso di emancipazione.

 

È una questione non di muri ma di onde, di successioni, e ognuna di noi vive diverse stagioni di femminismo in costante evoluzione, e non potrebbe non essere così perché il femminismo è una conversazione tra te e il mondo: determinate cose cambiano ed è chiaro che tu attivi delle risposte di conseguenza.

 

Il femminismo è una risposta?
È una risposta a determinati problemi che sono storicamente e politicamente situati, quindi, per quanto io ne apprezzi tutte le categorizzazioni filosofiche, mi fa un po’ paura se non riesce ad aggiornarsi rispetto ai tempi. 

Intendi rispetto a quello degli anni ’70?
Proporre per esempio quel paradigma di femminismo, con le sue lotte e le sue conquiste, screditando il modo in cui giovani attiviste oggi provano a dare altre risposte e liquidandolo come puro cedimento ai meccanismi del capitale, della moda, del mercato, è una critica legittima ma che a volte percepisco come troppo prescrittiva. Sono linguaggi diversi, io per prima sento una distanza generazionale e credo che le nuove generazioni abbiano il loro modo di fare sbagli, sperimentare e avviare un percorso di emancipazione.

Al Salone del libro si è discusso molto della presenza revocata all’ultimo della casa editrice Altaforte, legata a Casa Pound.
Una situazione che ha acceso i riflettori sulla natura ambigua dei libri: da una parte simbolo, dall’altra oggetto
Parte dell’equivoco nasce dalla doppia natura simbolica e commerciale del libro: la cultura che leggiamo e veicoliamo vive in un contesto di mercato e, quindi, in una serie di rapporti di forza tutt’altro che non violenti o repressivi.

 

Il Salone è caratterizzato da un programma editoriale e da uno spazio commerciale, è la natura della fiera in sé, a mio avviso, che tira in ballo la contraddizione e la rivela nei suoi aspetti più netti. Spero che questa situazione di “chiamata alle armi” possa rendere più trasparenti i meccanismi che sono alla base dell’oggetto libro e al contesto in cui operiamo.

 

Ci deve aiutare a riflettere su come veicoliamo il nostro pensiero: se non si tiene bene in mente questa doppia natura dei libri si rischia grande ingenuità, per non dire malafede, quando si viene chiamati a intervenire in loro difesa, o in difesa di certi spazi.

 

Claudia Durastanti intervista

Claudia Durastanti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Quindi non solo come sistema-Salone ma anche come singoli scrittrici e scrittori?
Non voglio spostare la questione da un’altra parte, però è importante riflettere anche su come questi libri circolano, su come vengono prodotti in un sistema che è pieno di ineguaglianze e di disagi. Su quanta sofferenza lavorativa può esserci nel mondo editoriale e della distribuzione, anche tra persone che immaginiamo lontanissime nella filiera, e come questa sofferenza possa essere incanalata da determinate forze politiche.

 

Quando pochi mesi fa ci sono stati scioperi e ritardi legati al magazzino di Stradella, è stato un momento che avrebbe dovuto chiamare a una militanza. Era un momento in cui, come classe intellettuale, avremmo dovuto portare avanti una riflessione sul fatto che, per quanto possano essere nobili o meno i pensieri che veicoliamo, operiamo comunque all’interno di un contesto di rapporti diseguali. E come si inserisce la militanza intellettuale in questo?

 

Lo chiedo a te: come?
Mi sono interrogata molto sul modo in cui discutiamo di fascismo, e ammetto di avere problemi quando viene utilizzato il concetto di spettro o di fantasma del passato.

 

Come per il femminismo, anche l’antifascismo deve essere una risposta attiva ai tempi e si deve fare carico degli elementi iper-contemporanei che lo stanno trasformando.

 

Questo dibattito su Altaforte, sulla presenza-non presenza di quell’editore, mi è sembrato nella forma molto novecentesco, ma riversato su piattaforme che per me sono parte del problema e non vengono discusse quanto meriterebbero. Il nuovo fascismo ripropone modelli storici approfittando di circuiti e nuove forme di propagazione di cui anche noi siamo sia perpetuatori sia vittime. La risposta, che dovrebbe essere collettiva, di militanza e presidio dei luoghi, si sviluppa invece in polarizzazioni molto discusse che si riducono spesso al posizionamento individuale. 

 

Claudia Durastanti intervista

Claudia Durastanti © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Come?

 

Io sono chiaramente antifascista, ma che l’espressione di questo mio pensiero possa in qualche modo, anche solo lateralmente, contribuire ad accrescere il mio valore come scrittrice, è un fattore che mi infastidisce.

 

Se il mio posizionamento si traduce in un accresciuto valore dei libri che metto in circolazione, ho l’istinto forse eccessivamente cauto di propendere per la strada opposta, di fare rete in maniera diversa, più anonima e collettiva.

Attraverso la cultura?
I luoghi della cultura sono ovviamente importanti, ma oggi la destra estrema sta colonizzando intere comunità, ci sono temi urgenti come quelli dell’abitare e delle espulsioni, e io non sento il luogo legato al libro, pur nella sua simbolica importanza, sotto assedio come lo sono tanti altri. In generale, sono per sacralizzare meno gli spazi legati al dibattito culturale, pur riconoscendo l’importanza delle idee antifasciste messe in condivisione: ci sono altri spazi di cui mi preoccupo oggi. 

Nella stessa categoria: Libri

Analytics

Questo sito usa Google Analytics per raccogliere dati sull'utilizzo, in modo da offrire un'esperienza utente sempre migliore. Cliccando su "accetto", permetti di abilitare il tracciamento delle tue interazioni su questo sito web. Potrai revocare il consenso in qualsiasi momento. Troverai l'impostazione dedicata nel pié di pagina di questo sito. Per saperne di più, leggi la nostra privacy e cookie policy

Cookie tecnici

Tutti gli altri cookie presenti sul sito sono di natura tecnica, e sono necessari al corretto funzionamento del sito web.

Altri cookie di terze parti

I cookie di terze parti possono essere bloccati dal browser dell'utente seguendo la procedura descritta nelle privacy e cookie policy.