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Liberi tutti

L’11 ottobre è il Coming Out Day: l’anniversario di una lotta per i diritti LGBT+ che nel 2020, purtroppo, non può ancora dirsi vinta.

di Alessandra Vescio

L’11 ottobre 1987 circa 200.000 persone marciarono per le strade di Washington per chiedere la fine delle discriminazioni nei confronti della comunità LGBT+ e maggiori fondi federali da investire nella ricerca sull’AIDS. Gli organizzatori la definirono come la manifestazione in difesa dei diritti della comunità LGBT+ più partecipata fino ad allora e chi era lì disse che l’intento era quello di recuperare lo spirito di un altro corteo che aveva attraversato la città oltre due decenni prima, ovvero la Marcia su Washington del 1963, organizzata dal movimento per i diritti civili per chiedere la fine della segregazione e guidata, tra gli altri, da Martin Luther King. 

Un anno dopo la manifestazione del 1987, per celebrare l’anniversario di quello che fu un momento importantissimo di partecipazione e lotta della comunità LGBT+, l’attivista Jean O’Leary e lo psicologo Robert H. Eichberg istituirono il National Coming Out Day che da allora si celebra ogni anno in tutto il mondo proprio l’11 ottobre. “È fondamentale”, disse Eichberg in un’intervista, “che facciamo coming out e che lasciamo che le persone sappiano chi siamo e sfatiamo le loro paure e i loro stereotipi”. 

 

Ci sono ancora 71 paesi dove essere gay, lesbian, bisexual, trans o intersex è illegale; 71 paesi dove che si ama deve nascondersi. Il progetto fotografico di Robin Hammond, “Where love is illegal”, ha l’obiettivo di cambiare tutto questo.    © Robin Hammond / Panos Pictures

 

L’espressione “coming out” è un’abbreviazione della locuzione “coming out of the closet” che letteralmente vuol dire “uscire fuori dall’armadio”. Si usa per fare riferimento alla dichiarazione che una persona fa del proprio orientamento sessuale (ovvero se e per chi prova attrazione) e/o della propria identità di genere (ovvero se e in quale/i genere/i si riconosce).

 

La cultura in cui viviamo, infatti, dà per scontato che tutte le persone siano eterosessuali, dunque siano attratte da persone del sesso opposto, e cisgender, ovvero si identifichino con il sesso assegnato alla nascita.

 

Tale scenario, che prende nome di eteronormatività, nella realtà dei fatti non è però così scontato: sono moltissime infatti le persone che non si riconoscono in questo schema, ne provano disagio e lo sentono come fortemente limitante. Il “coming out”, dunque, è un modo per tirarsi fuori da questa oppressione. 

Le origini di questa espressione risalgono alla prima metà del Novecento. Nel 1931, infatti, un articolo del Baltimore Afro-American si aprì descrivendo “l’ingresso di nuovi debuttanti nella società omosessuale”, ricorrendo proprio al concetto di “coming out”. Come spiega il Time, infatti, la locuzione “coming out” a quei tempi era usata per riferirsi al debutto in società delle ragazze delle classi sociali più elevate, che avveniva in maniera ufficiale durante i cosiddetti “balli delle debuttanti”. Sulla scia di questi eventi, diversi gruppi di uomini omosessuali iniziarono a organizzare dei loro personali balli di debutto per ufficializzare il loro ingresso in società e dunque il proprio orientamento sessuale, anche se inizialmente solo con altre persone omosessuali. 

La metafora dell’armadio (da cui “coming out of the closet”, appunto) sembra invece comparsa attorno agli anni Sessanta, quando si cominciò a definire le persone non eterosessuali che si fingevano tali come “closet case”, “closet queen”, “persone nell’armadio”. Fino ad allora, era molto più comune parlare di “doppia vita” o di “indossare una maschera”. Durante il primo pride di New York, nel giugno del 1970, uno degli organizzatori usò proprio la metafora dell’armadio per invitare le persone a uscirne: “Non avremo mai la libertà e i diritti civili che meritiamo in quanto esseri umani”, disse, “a meno che non smettiamo di nasconderci negli armadi e nel rifugio dell’anonimato”.

 

Dopo i moti di Stonewall, fare coming out era diventato infatti una priorità per la comunità LGBT+, un modo per rispondere alla violenza e dimostrare che le persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender esistevano ed erano dovunque. 

 

Spesso confuso con il termine “outing”, che invece è il brutale atto di dichiarare l’orientamento sessuale o l’identità di genere (ma non solo) di qualcun altro senza avere avuto il suo consenso, il coming out è una rivelazione che – in linea di massima – una persona sceglie di fare. Può essercene uno soltanto nel corso della vita o possono essercene più di uno; può avvenire in momenti diversi, in contesti diversi, e anche per motivi diversi; e non coincide solo con l’istante in cui si sceglie di condividere una parte importante di sé, quanto con il processo di presa di coscienza e accettazione che ad esso conduce. 

 

© Robin Hammond / Panos Pictures

 

Dati molto interessanti sul coming out e la sua diffusione ci vengono forniti dalla European LGBTI Survey 2020, la più grande ricerca sulla comunità LGBTI pubblicata dall’Agenzia dell’Unione Europea a maggio 2020. Secondo questo studio, infatti, il 62% delle persone intervistate in Italia nel 2019 ha dichiarato di non dire mai o quasi mai apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere e il 38% evita sempre o quasi sempre di tenere il/la/* propri* partner per mano in pubblico per timore di subire aggressioni, minacce o violenze; il 92% inoltre ha detto che il Governo in carica nel 2019 non stava combattendo con efficacia i pregiudizi e l’intolleranza nei confronti della comunità LGBTI. 

Vivere in un ambiente ostile è una delle cause che può portare a nascondere il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere: in Europa, solo il 9% di chi al momento dell’intervista aveva tra i 15 e i 17 anni, ad esempio, dichiarava apertamente il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere a scuola e soltanto il 5% lo faceva in generale. E, nonostante il 48% abbia dichiarato che a scuola qualcuno ha sempre o spesso supportato e protetto loro e i diritti delle persone LGBTI, il 53% è stato discriminato in qualche area della propria vita e il 45% di essi ha sentito di avere subito discriminazioni proprio tra i banchi. 

 

“Nessuno dovrebbe sentire il bisogno di nascondere la propria identità per evitare discriminazioni o odio nell’Unione Europea”, che – come scrive l’Agenzia Europea – si basa su valori comuni e condivisi come il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali delle persone.

 

Per contrastare “la pressione che induce a nascondere la propria identità”, continua l’Agenzia, i Paesi Membri devono adottare politiche che garantiscano alle persone che fanno parte della comunità LGBTI di godere della stessa libertà che chi non ne fa parte dà per scontata. 

A questo proposito, è da oltre due anni che in Italia si discute di una legge contro omolesbobitransfobia e misoginia senza però essere giunti alla sua approvazione. Il ddl Zan, presentato per la prima volta a maggio 2018 dal deputato Alessandro Zan, propone due cambiamenti sostanziali: le modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale che puniscono la “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa”, aggiungendo “oppure fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”; e l’estensione della legge Mancino, che prevede il carcere per chi “incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”, ai reati di violenza “fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. 

 

“Questo è un Paese che dichiara apertamente guerra alle persone LGBT”

 

Ha detto il giornalista e scrittore Simone Alliva in una recente intervista. “Lo sta facendo in queste settimane ignorando l’importanza della legge Zan, sminuendola a destra e a sinistra. Sfogliamo la cronaca: i reati a sfondo omotransfobico sono numerosi tanto quanto quelli che vengono colpiti attualmente dalla legge Mancino, eppure fino a oggi sono stati gli unici reati esclusi dalla tutela”. Il ddl Zan non ha però solo l’obiettivo di punire i reati contro la comunità LGBT+, ma anche quello di promuovere iniziative culturali e formative per educare all’inclusione, che vuol dire decostruire gli stereotipi, prevenire la violenza e creare un ambiente in cui tutt* si sentano liber* e accolt*. 

 

© Robin Hammond / Panos Pictures

 

Un contesto tossico e omolesbobitransfobico infatti, oltre a essere terreno fertile per la violenza, ha anche un forte impatto sulla salute mentale delle persone che fanno parte della comunità LGBT+, generando il cosiddetto “Minority Stress”. Per capire meglio di cosa si tratta, ho contattato la Dottoressa Sara Colognesi, psicologa psicoterapeuta, che lo ha definito “uno stato di stress cronico che riguarda le persone che fanno parte di gruppi marginalizzati e può derivare da diversi fattori, come per esempio subire pregiudizi e discriminazioni, ma anche semplicemente non poter vivere apertamente la propria vita e la propria identità. Si distinguono fattori stressogeni esterni alle persone come, per esempio, le esperienze di rifiuto, pregiudizio e discriminazione, e fattori stressogeni interni che derivano dai fattori stressogeni esterni, e includono nascondere la propria identità, uno stato di ipervigilanza e ansia verso i pregiudizi e sentimenti negativi nei confronti della propria identità.” E aggiunge che le “persone che appartengono a più gruppi marginalizzati e/o razzializzati sono esposte a maggiori fattori stressogeni”. 

Questa condizione di “stress che si accumula nel tempo con conseguenti deficit di salute a lungo termine”, come l’ha definita ancora Colognesi, ha conseguenze concrete sulle persone. Come riportato dalla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) nella ricerca Society at a glance (2019), le persone lesbiche, gay e bisessuali, ad esempio, hanno più del doppio delle probabilità di avere una diagnosi di disturbo depressivo in Germania, quasi tre volte più probabilità di aver avuto un forte episodio depressivo nell’anno precedente al sondaggio negli Stati Uniti, e quasi dieci volte in più di probabilità di aver tentato il suicidio un anno prima in Svezia rispetto a persone eterosessuali. I peggiori risultati in termini di salute mentale e aspettative di vita riguardano le persone bisessuali, probabilmente perché, dice il report, tendono maggiormente a non rivelare il proprio orientamento sessuale. Coloro che lavorano in ambienti in cui le discriminazioni contro la comunità LGBT+ sono vietate hanno detto invece di essersi sentit* meno discriminat* e più a proprio agio a dichiarare la propria identità di genere e/o il proprio orientamento sessuale. 

Una correlazione tra l’affermazione della propria identità e il proprio benessere mentale si evince anche dalla National Survey on LGBTQ Youth Mental Health 2020, la ricerca condotta dall’organizzazione americana Trevor Project che da anni si occupa di prevenzione al suicidio tra i membri più giovani della comunità LGBTQ statunitense. Come riportato dalla ricerca condotta su oltre 40’000 persone della comunità LGBTQ tra i 13 e i 24 anni, il 40% dei partecipanti ha risposto di avere seriamente considerato il suicidio nei 12 mesi precedenti l’intervista, di cui più della metà sono persone transgender o non binarie. Il tasso di tentato suicidio delle persone transgender e non binarie di cui sono stati rispettati i pronomi da tutte o quasi tutte le persone della loro vita è poi pari alla metà rispetto a coloro i cui pronomi non sono stati rispettati. 

 

© Robin Hammond / Panos Pictures

 

Molto interessante è anche il fatto che oltre l’80% delle persone intervistate da Trevor Project ha dichiarato che le celebrities che fanno parte della comunità LGBT+ hanno un impatto positivo su come loro percepiscono il proprio orientamento sessuale e/o la propria identità di genere. Per quanto si debba sempre ricordare che, nonostante l’esposizione e la notorietà di un dato personaggio, l’identità di genere e l’orientamento restano comunque questioni private, il coming out di una persona famosa può essere utile non solo a chi fa parte della comunità LGBT+, chi è molto giovane, chi sta indagando la propria identità o il proprio orientamento, ma anche alle persone care di chi ha fatto coming out.

 

È come se il coming out di una persona di successo, apprezzata pubblicamente, rendesse chiaro a tutt* e in maniera anche molto semplice che quell’identità e/o quell’orientamento esistono e sono totalmente validi. 

 

Fare coming out però richiede anche di prendere in considerazione la propria situazione e le possibili conseguenze. Secondo la dottoressa Colognesi, nascondere la propria identità può costituire di per sé “un fattore di stress e quindi di rischio per la salute”, ma “è anche un fattore protettivo se si vive in un ambiente fortemente omolesbobitransfobico”. In un articolo su The Atlantic, l’analista politico Preston Mitchum, definisce il coming out “un atto coraggioso ma complicato” e “un momento di incertezza nella vita di una persona, specialmente se fa parte di più comunità marginalizzate”. I motivi per cui qualcuno può preferire di non fare coming out, continua Mitchum, possono essere diversi, come la paura di subire violenza fisica, le possibili ripercussioni finanziarie, la mancanza di una rete di supporto, e a dimostrare la legittimità di questi timori è la dilagante omolesbobitransfobia nella nostra società. Non tutti i luoghi di lavoro, non tutte le scuole, non tutte le famiglie sono inclusive e accoglienti e questo spesso genera pericoli e problemi complessi. Secondo Trevor Project, ad esempio, il 29% delle persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ che tra dicembre 2019 e marzo 2020 avevano tra i 13 e i 24 anni è rimasto senza casa, ne è stato cacciato o è scappato. Anche in Italia la situazione non è delle migliori: il Gay Center di Roma, ad esempio, riceve una media di 20’000 contatti all’anno per la Refuge LGBT, la casa di accoglienza temporanea per persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender vittime di maltrattamenti in famiglia. 

Ricevere un rifiuto per chi fa coming out è un’esperienza di grande sofferenza. Quando succede, spiega la dottoressa Colognesi, è importante innanzitutto “valutare se quella reazione negativa ti mette a rischio di subire violenza (fisica, psicologica e/o economica). Se sei al sicuro, inizia la dolorosa parte di elaborazione del rifiuto che hai subito”. A chi ha ricevuto una reazione negativa al proprio coming out, la dottoressa Colognesi consiglia di circondarsi “di persone che ti fanno sentire bene e ti comprendono”, di “non avere paura di chiedere aiuto” e di ricordare che “tutte le emozioni che provi (rabbia, tristezza, delusione) sono valide. Non è compito tuo recuperare quel rapporto: saranno quelle persone a dover fare un percorso di consapevolezza ed empatia e chiedere il tuo perdono”. “Ove ce n’è la disponibilità”, la dottoressa consiglia inoltre “la psicoterapia o comunque una consulenza psicologica a tutte quelle persone che faticano ad accettare il coming out di una persona cara, in alternativa o parallelamente al partecipare a gruppi associativi che esistono proprio a questo scopo”.

 

In ogni caso, specifica, il rifiuto non è colpa di chi ha fatto coming out né è responsabilità sua dover gestire quella reazione. 

 

© Robin Hammond / Panos Pictures

 

Le condizioni personali, l’ambiente in cui si vive, il desiderio (o meno) di portare alla luce una parte di sé: scegliere di fare coming out deve tenere conto di una serie di variabili che solo chi le vive può valutare e interpretare. Il coming out infatti è una decisione personale, importante, ma non obbligatoria, e per ciascun* ha valore differente. Non esiste il modo giusto di farlo: tutto dipende da chi decide di condividere questa parte di sé e dalle persone con cui lo fa, dice l’organizzazione Trevor Project nel suo manuale sul coming out, aggiungendo che “fare il punto sulle persone che nella vita ti supportano, incoraggiano e fanno sentire meno sol* può fare una grande differenza”.

 

Allo stesso modo, non esiste il momento ideale per fare coming out, né tantomeno un “presto” o un “tardi”: l’esplorazione della propria identità di genere e/o dell’orientamento può andare avanti anche per tutta la vita.

 

Ciò che conta, dunque, è fare ciò che faccia sentire ciascun* a proprio agio e al sicuro. 

Qualcuno potrebbe obiettare che fare oggi coming out non è più necessario, che a nessuno interessa come ti identifichi e da chi sei attratt*, che sono faccende private e le etichette sono solo altre gabbie in cui scegliamo di inserirci. E da un certo punto di vista è così. D’altro canto, però, i fatti di cronaca, i dati sulle discriminazioni, la quotidianità dicono tutt’altro: amare una persona dello stesso sesso è ancora oggi considerata una perversione e un’identità di genere non cisgender un’anomalia. L’odio verso chi non si sente parte di uno schema eteronormato e binario è ancora troppo vivo per poter dire che l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono questioni private e tali devono rimanere. Fare coming out, nei tempi e nei modi che ciascun* predilige, è ancora dunque un atto politico, un modo per affermare la propria esistenza, la propria voglia di amare e di essere. E per mostrare che la realtà è molto diversa da quello schema fintamente perfetto che ci vuole tutt* eterosessuali, cisgender e privi di dubbi. 

 

Foto di copertina © Robin Hammond / Panos Pictures

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