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Seconde possibilità

Rivoluzionare il carcere per renderlo un luogo di redenzione: parla Cosima Buccoliero direttrice di Bollate e del Beccaria di Milano.

di Teresa Cardona e Federica Venni

Raccontare il carcere è difficile. Eppure Cosima Buccoliero lo descrive con grande naturalezza, come farebbe per qualsiasi altro posto: un luogo abitato, una quotidianità scadita da regole ferree ma che non mortificano mai l’entusiasmo di affrontare nuove sfide. Anche viverlo è complicato, soprattutto se hai due figli che, quando diventeranno adolescenti, avranno l’età di alcuni dei detenuti con cui ti confronti ogni giorno.

Cosima Buccoliero è una donna forte dall’animo sensibile che governa le emozioni trasformadole in leva per il cambiamento. Dirige il carcere di Bollate e l’istituto penale minorile Beccaria di Milano. Due realtà profondamente diverse: mentre il primo è uno dei fiori all’occhiello del sistema peniteziario italiano, l’altro è una realtà difficile, sia per la giovane età dei detenuti, sia per l’angustia degli spazi.

Come è iniziato il tuo rapporto con il carcere di Bollate?
Fu Lucia Castellano, prima direttrice dell’istituto, a chiamarmi a Milano. Ci eravamo conosciute nel 1997, quando io ero a Cagliari, la mia prima sede, e lei ad Alghero. Il carcere, aperto nel 2000, aveva bisogno di essere avviato. Decisi di accompagnarla e sostenerla in questa avventura. Quando sono arrivata, tutti i progetti realizzati con Lucia prima e con il suo successore Massimo Parisi poi, mi hanno convinta che Milano e la Lombardia fossero il posto ideale per lavorare bene.

Un carcere diretto ben due volte su tre da donne. È un’eccezione o una tendenza?
È il traguardo di un forte cambiamento in atto da vent’anni a questa parte. Quando partecipai al concorso, alla fine degli anni Novanta, tra i dirigenti penitenziari entrarono moltissime donne.

 

La maggior parte degli istituti italiani è retto da donne e la presenza femminile si è diffusa in tutta la pubblica amministrazione.

 

Forse anche per la tendenza delle donne a rimettersi in gioco, a studiare di più anche una volta entrate nel mondo del lavoro. Certo, il cambiamento è progressivo e manca ancora un bel pezzo di strada da percorrere, ma bisogna assecondarlo e stimolarlo, perché le donne, con la loro energia, sono a loro volta motore di cambiamento.

 

Se nel carcere di Bollate si respira quest’aria di umanità e di inclusione, anche grazie al coinvoglimento della comunità esterna, lo dobbiamo moltissimo a noi.

 

E alla presenza di alcune condizioni: grazie ai suoi ampi spazi si presta molto all’interazione con ciò che sta fuori e allo svolgimento di attività lavorative. Qui sia i detenuti che il personale stanno oggettivamente meglio rispetto a istituti divisi in spazi molto piccoli. Da noi lavorano almeno 500 persone: circa 400 poliziotti e poi un centinaio tra amministrativi, educatori, ragionieri, psicologi, medici. I detenuti invece in questo momento sono più o meno 1354, poco più della capienza stabilita.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Che differenza c’è, nel tuo lavoro, tra ciò che fai a Bollate e ciò che fai al Beccaria?

 

Al Beccaria sono detenuti ragazzi molto giovani, con i quali è spesso difficile entrare in relazione. Sembra paradossale ma con gli adulti è tutto più semplice.

 

Con i giovani bisogna trovare l’approccio giusto per infondere loro fiducia: il minore, quando gli viene proposto un progetto, si stanca subito se non vede risultati immediati. Non è capace, data l’impazienza tipica della sua età, di guardare al lungo termine. Invece gli adulti di solito hanno motivazioni esterne, come la famiglia, che li spingono a guardare oltre il qui e ora e a stringere i denti.

 

Ultimamente, parlando con un giovane del Beccaria, gli ho chiesto perché fosse così pessimista, nonostante potesse beneficiare di permessi premio, nonostante ci fossero davvero le condizioni per uscire il più presto possibile. Mi ha risposto così: “Non vedo prospettive”.

 

Va detto, il Beccaria sta vivendo una situazione molto difficile: è un edificio in ristrutturazione e mancano gli spazi, pensi che la capienza è di 33 persone e a oggi i ragazzi sono 43.

Ecco, proprio quando ti confronti con loro, da mamma, proverai molte emozioni
Sì è così. Mi sento molto coinvolta emotivamente, anche se poi ci si abitua a tutto. Mio figlio ha 12 anni, i ragazzi del Beccaria hanno tra i 14 e i 25 anni, l’età è più o meno quella. E il pensiero sì, va spesso ai miei ragazzi. Essere madre, in questa situazione, mi aiuta a capire anche il profondo disagio di giovanissimi che non possono muoversi più di tanto o sfogarsi come dovrebbero fare per la loro età. Sono lì, limitati nella loro libertà da regole scritte dagli adulti e costretti a vivere in spazi piccoli e stretti. Capisco la loro fatica quotidiana che va moltiplicata per cento rispetto a quella che fanno i ragazzini che vivono fuori.

 

Siamo tutti coinvolti, non soltanto io ma anche il personale, è normale in un carcere per minori. L’emotività qui incide molto di più rispetto ad un istituto per adulti.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Come si governa questa emotività?
Bisogna assolutamente proteggersi. Io certe volte mi rendo conto di essere un po’ cinica, nelle parole e negli atteggiamenti. Ma non è un comportamento fine e se stesso, è uno scudo.

 

Stare sempre a contatto con la sofferenza richiede una protezione: farsi coinvolgere troppo rischia di essere controproducente, per il nostro lavoro e per i detenuti stessi.

 

Bisogna dosare le emozioni trovando il giusto equilibrio per gestirle al meglio. È complicatissimo, spesso sbagliamo. Qui in carcere, è umano, si fanno molti errori ma bisogna sempre cercare di immedesimarsi. A volte capita, nel rapporto con i detenuti, di pensare che la persona di fronte a noi debba reagire o comportarsi come faremmo noi nella sua situazione. Ma la verità è che noi quella situazione non l’abbiamo mai vissuta. Ci si corregge con l’esperienza, è questa la chiave.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Come si svolge la tua giornata?
Inizia la mattina alle sette e mezza, perché il carcere si sveglia presto. Anzi, non dorme mai. La mattina ci sono riti da compiere, firme da apporre, persone da vedere. Appena arrivo mi fanno rapporto su ciò che è accaduto mentre io non c’ero. E poi credo che la mattina sia il momento giusto per riordinare le idee, al riparo dalla frenesia della giornata. In genere resto in istituto fino alle cinque o fino alle sei e mezza, a seconda degli impegni che ho a casa. Il lunedì, per esempio, esco prima per portare mia figlia Chiara in piscina. Gli altri giorni mi organizzo con mio marito che è sempre molto presente: è lui che accompagna i bambini a scuola la mattina anche se Giacomo, il più grande, ora che frequenta le medie si arrangia anche un po’ da solo. Da un anno però, lo ammetto, sono molto meno presente di prima: da quando dirigo anche il Beccaria ho meno tempo per la famiglia.

 

Il momento che amo di più della mia giornata lavorativa è quello del contatto con il carcere.

 

Non sempre è possibile, perché la scrivania purtroppo prende molto tempo, però cerco sempre tutti i giorni di entrare, di parlare con qualcuno, sia tra il personale – di tutte le aree – che tra i detenuti. Non solo voglio farlo perché mi piace, ma perché è necessario: i problemi vanno toccati con mano, è necessario rendersi conto in prima persona di ciò che accade. Il sentito dire non porta da nessuna parte.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

La cosa di cui vai più fiera?
Io penso di aver contribuito a creare a Bollate un clima e una gestione più sereni, nonostante tutte le difficoltà che ci sono in carcere. Fin dal 2001, insieme con la dottoressa Castellano, abbiamo puntato molto sull’organizzazione, cercando di non esasperare mai le situazioni. Su questa base è stato costruito l’istituto e questo secondo me ha fatto bene sia alle persone detenute, sia al presonale. Di questo sono orgogliosa e spero che in futuro sia una costante qui e altrove. Abbiamo investito tanto sui momenti di condivisione e partecipazione e oggi vediamo i risultati. E poi c’è un progetto di cui vado particolarmete fiera, l’asilo. Siamo riusciti ad attivare un nido aziendale, Biobab: è aperto al territorio, al personale interno e poi anche ai bambini delle mamme detenute. Un esempio di integrazione e di servizio al territorio e al carcere, realizzato in condivisione con tutte le anime che abitano l’istituto.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Quanto è importante concedere una seconda chance ai detenuti?
La seconda chance deve essere assoltamente data perché è prevista per legge.

 

Noi siamo qui per offrire una seconda possibilità, per accompagnare le persone a uscire dal carcere con opportunità in più da spendere all’esterno. Siamo qui per aiutarle ad avere una vita diversa. Ritengo davvero che coloro che entrano in carcere non sono soltanto le persone che sono state condannate e hanno commesso il reato.

 

In tutti noi ci sono molteplici aspetti che vanno coltivati e assecondati, competenze che possono essere messe anche a servizio degli altri, a beneficio della comunità. Non si può fare questo lavoro se non si spera e non si danno delle possibilità. Pensare di tenere le persone qui senza dare loro prospettive, è assurdo. Non renderemmo un servizio alla comunità, il carcere sarebbe inutile.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Dove ti vedi tra qualche anno? Sempre qui?
Sono pronta a tutto, anche fuori da qui, ma con Bollate ho un legame affettivo. Ritengo di aver portato a termine molti progetti positivi e penso di poter dare ancora molto a questo posto. L’aspetto positivo di un luogo come il carcere sono le sfide che arrivano quotidianamente, dall’interno e dall’esterno. Le ho spesso colte e sono disposta ad affrontarne di nuove. Detto ciò sono anche favorevole a cambiare. Con una certezza, però: la mia vita è qui a Milano e non voglio andarmene.

 

CosimaBuccoliero intervista

Cosima Buccoliero © Gabriella Corrado/ LUZ

 

Come mai ti piace tanto questa città dalle mille frenesie?
Penso spesso alla mia terra, la Puglia, e alla sua bellezza. Ma al tempo stesso amo molto Milano e la sua laboriosità. Un’operosità incessante che non reprime però valori e interessi, anzi, li nutre. Milano è una città in cui si possono coniugare lavoro e passioni, impegni e amicizie. Un luogo in cui è radicato un associazionismo straordinario, un mondo che in questi anni ha dato molto al carcere e a tutto ciò che ruota intorno. Questa città, ma più in generale direi tutta la Lombardia, è la culla ideale per il mio mestiere: qui è nata la visione diversa del carcere di cui vi ho parlato. Qui c’è terreno fertile per il cambiamento, qui mi sento a casa.

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