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Rap operaio

Tra vecchia e nuova scuola, il cambiamento unica costante: abbiamo fatto il punto sul rap in Italia con Egreen

di Marta Tripodi

Uno degli album più belli e significativi di Egreen, quello che ha dato il via alla sua leggenda, si intitola Il cuore e la fame. Ed è esattamente la propulsione di questi due motori primari che spinge il rapper ad andare avanti: il cuore, perché è una persona estremamente genuina e passionale (anche troppo, dicono alcuni), e la fame, perché nella migliore tradizione del rap non si accontenta mai e non si ferma mai (anche troppo, dicono alcuni).

Nato a Bogotà nel 1984 ha vissuto tra Colombia, Stati Uniti e Svizzera, per poi trasferirsi in Italia, tra Milano e Varese, a fine anni ’90. Figura di culto della scena underground italiana è uno dei pochi che porta avanti senza ipocrisie o mezzi termini la filosofia che sta alla base di gran parte del rap americano.

Non sono mai stato uno da grandi contenuti, da poemi, da riflessioni sulla vita: faccio semplicemente rap, e sono orgoglioso della mia cifra stilistica”, ammette lui stesso. E con ottimi risultati, aggiungeremmo noi. 

 

Egreen intervista

Egreen © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Negli anni ’90 il rap italiano non assomigliava neanche lontanamente a quello americano: com’era stato scoprire come funzionava da questa parte dell’oceano?
In America il mio approccio con il rap era stato involontario, nel senso che era ascoltato ovunque e quindi mi arrivava, ma non avevo la cognizione ben chiara di cosa fosse questo genere musicale. Negli anni ho affinato l’orecchio e mi sono formato un gusto mio e, quando sono arrivato in Italia e ho scoperto che l’hip hop esisteva anche qui, mi ci sono appassionato da subito: un colpo di fulmine totalmente irrazionale. Ero, come diceva una barra dell’epoca, “spinto da una sensazione più che da un’idea sensata (dalla strofa di Esa per Play Your Position degli Otierre, 1997, ndr).

 

Non c’era una vera consapevolezza da parte mia, capivo solo che quello che ascoltavo mi piaceva tantissimo: ci ho messo anni a capire e decriptare certe strofe. Ma non riuscivo a staccarmene. Tutti noi, ai tempi, cercavamo di trovare il nostro posto nell’hip hop, che non era semplicemente un genere musicale ma una cultura: c’era chi ballava, chi dipingeva, chi voleva fare il dj e anche chi rappava, come me. 

 

Un periodo dell’hip hop che molti leggono ancora in maniera controversa: alcuni lo vedono come il momento più alto della scena hip hop italiana, altri non la consideravano neanche ancora nata…
Molti sostengono che l’età d’oro del rap italiano sia arrivata dopo, ma per quanto mi riguarda corrisponde proprio a quegli anni lì, tra il 1993 e il 1999. Per la mia generazione e quelle precedenti, è un periodo che ha rappresentato tantissimo: ci ha fornito una chiave di lettura del genere, sono usciti album fondamentali e c’è stato il primo impatto con il mercato discografico ad alti livelli. Perché spesso si tende a dimenticarlo, ma negli anni ’90 c’era già stato un bell’exploit commerciale del rap italiano: quello di metà anni ’00 non è certo stato il primo.

A proposito di strategie discografiche, da sempre sei un rapper molto prolifico: oltre agli album ufficiali, ogni anno pubblichi diversi mixtape, EP, street album, singoli estemporanei…
Non è una strategia. Sono molto legato a un certo tipo di rap americano, che ancora oggi ascolto svariate ore al giorno e in cui per tradizione non ci si ferma mai. I miei rapper preferiti sono sempre in studio, continuano a registrare e a buttare fuori roba: da fan non posso che ammirarli e, da quando è diventato il mio lavoro, imitarli. Forse anche perché non sono esploso di botto, come invece è capitato a molti altri artisti hip hop: se diventi famoso subito tendi a sederti sugli allori, mentre per me è sempre stato importante rimanere produttivo, costruire mattone per mattone. Sono un operaio del rap, e mi piace lavorare a testa bassa.

 

Egreen intervista

Egreen © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Non hai fatto il botto in un colpo solo, forse, ma ad oggi detieni il record del progetto italiano più finanziato tramite crowdfunding: 69.000 euro raccolti su Music Raiser per la pubblicazione di Beats & Hate. Come ci si sente a sapere che i tuoi fan ripongono così tanta fiducia in te?
È davvero bellissimo, ma cerco di far capire ai miei fan che dovrebbero affezionarsi più all’artista che alla persona. In Italia spesso i due piani si confondono, ma preferirei che la gente si concentrasse più sul progetto che su di me: hanno sostenuto la causa di un artista indipendente che grazie al loro supporto è in grado di fare musica, non quella di Nicholas Fantini. Anche in questo caso, comunque, ho cercato di andare avanti, di non vivere di rendita e di gloria solo perché ho avuto questa piccola vittoria. Sarò sempre grato al pubblico, che con le donazioni raccolte mi ha permesso di produrre, oltre a Beats & Hate, anche More Hate, un altro disco incredibilmente hardcore. More Hate, l’album a cui tengo di più, difficilmente sarebbe riuscito a reggersi in piedi da indipendente.

 

Un’altra cosa a cui tieni tantissimo è la dimensione live: sul palco sei famoso per dare davvero tutto…
Per me è fondamentale: io sono un mc, il che vuol dire che devo saper fare il mio in studio, ma devo essere soprattutto in grado di dare il meglio dal vivo. Sia chiaro, non è che io mi alleni per riuscire a tenere certi standard: anzi, sul palco fumo e bevo tranquillamente, ma i concerti sono una di quelle cose che mi vengono spontanee e naturali.

 

Il live più potente che tu abbia mai visto, da sotto il palco?
Tra i tanti, quello che ricordo con grande affetto l’ho visto in un locale di Zurigo, la Rote Fabrik. Sarà stato il 2002 e suonavano i Beatnuts, ma in realtà ero lì perché in apertura del loro concerto c’erano i Non Phixion, che erano appena usciti con The Future is Now, uno degli album più belli di sempre, l’apoteosi del rap newyorkese. Me la ricordo come se fosse ieri: Ill Bill – che è il rapper più forte del mondo, tu che leggi non puoi saperlo, ma te lo dico io. Googla! – mi diede il cinque ed ero felice come un bambino.

 

Ed è impossibile scordare anche il mio primo live italiano importante: avevo quindici anni e scappai di casa dalla finestra del bagno per andare al concerto di Melma & Merda, un gruppo di culto dell’underground italiano. E anche quella serata in qualche modo mi cambiò la vita.

 

Uno dei motivi per cui accorrono frotte di persone a vederti dal vivo è che hai un rapporto molto stretto con i tuoi fan: più che amarti, ti venerano…
In effetti qualcuno ha anche stampato un santino per celebrarmi! (ride) Devo dire che io e i miei fan abbiamo un rapporto ottimo, ma molto aperto. Quando mi scrivono su Instagram io rispondo sempre, ma come risponderei a delle persone normali, senza filtri, perciò a volte capita anche che litighiamo e poi ci chiediamo scusa… Un po’ come nelle migliori famiglie. 

 

Egreen intervista

Egreen © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Per la rubrica “La posta del cuore di Egreen”, qual è la cosa più assurda che ti abbiano mai chiesto?
Di tutto, davvero! Al di là di quelli che ti chiedono di ascoltare i loro pezzi, o dei consigli sul rap, mi arrivano richieste di qualsiasi genere. Partecipare a una grigliata; fare gli auguri di compleanno o di laurea all’amico… Ormai il mio numero di cellulare ce l’hanno tutti, a furia di mandare videoauguri via Whatsapp! (ride)

Capitolo “hip hop e innovazione”: tu che sei un simbolo del rap duro e puro, come vivi le evoluzioni delle sonorità urban, ad esempio il dilagare della trap?
Per anni, in effetti, sono stato davvero un talebano del rap, forse anche troppo. Poi ho capito che è insensato esserlo. Oggi come oggi sono arrivato alla conclusione che il cambiamento è inevitabile, che è giusto che esistano le mode e i trend da una parte e l’underground dall’altra, che è tutta questione di cicli. Il nostro è un ecosistema che ha senso di esistere nella sua interezza, e non possiamo prescindere da quello che ci succede intorno. Tempo fa parlavo con Sine, un mio amico produttore di Roma, e lui ha detto una cosa giustissima: “Nella musica, se sei un addetto ai lavori, non puoi non tenerti aggiornato”.

 

Se sei un semplice ascoltatore, hai tutto il diritto di ascoltarti solo i Led Zeppelin per tutta la vita. Ma se con la musica ci lavori e non ti piace o non capisci nulla di quello che esce ultimamente, il problema non è del resto del mondo, il problema è tuo. 

 

Largo al nuovo che avanza, insomma.
Ci ho messo un po’ ad arrivare a vederla così, ma sono contentissimo di avere cambiato opinione, perché se fossi rimasto fermo alle mie convinzioni precedenti sarei finito come tanti altri iper-conservatori di questa scena, a cui invece non voglio assomigliare.

 

Sono davvero molto contrariato dall’estremismo legato a un certo modo di intendere la vecchia scuola: la porterò sempre nel cuore, ma comincio a pensare che stia facendo del gran male.

 

È giusto studiare e onorare ciò che è stato, ma quella concezione di come andrebbe fatto il rap è finita; oggi è possibile anche spaccare facendo cose che siano al passo coi tempi. Il mercato finalmente c’è per tutti, non bisogna più limitarsi.

 

Egreen intervista

Egreen © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Anche in Italia il rap è sempre più sdoganato, ma da parte dei media generalisti c’è sempre una grande difficoltà nel capirlo e decodificarlo. Secondo te qual è l’aspetto in cui è maggiormente incompreso, al momento?
Credo il linguaggio, da sempre. Secondo alcuni, addirittura sarebbe un tipo di linguaggio che culturalmente non appartiene all’Italia, cosa che secondo me è senza senso. In generale si tende a non cogliere tutte le metafore, i giochi di parole, le citazioni e l’ironia che sono nel DNA del rap. C’è pochissima cognizione di causa da parte della stampa, e ormai non ha più scuse: non siamo nel 2006, quando Fabri Fibra aveva appena firmato il suo primo contratto discografico e tutto era una novità.

 

È il 2019: se volete parlare di qualcosa che già è mainstream da tredici anni, dovete essere informati. Sta succedendo qualcosa anche da noi, ed è giusto che se ne parli in maniera degna. Perché il fatto che lì fuori sia pieno di ragazzi che fanno successo portando all’attenzione di tutti il rap e la trap, per me, è una figata. 

 

Quindi sì anche ai rapper a Sanremo, ad esempio?
Assolutamente sì, di brutto. Viva i rapper a Sanremo. Non ho la tv, quindi non lo seguo mai, ma è una bella cosa, anche se in quei contesti c’è sempre qualcuno che storce il naso dicendo che “il rap non è musica”. 

 

Egreen intervista

Egreen © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Per chiudere il cerchio e tornare alla tua proverbiale prolificità, il 14 febbraio hai pubblicato un nuovo album, LO VE, insieme a Nex Cassel…
Nex Cassel è un amico di vecchissima data, un rapper veneto che arriva dallo stesso ceppo dell’hip hop da cui arrivo io. Proprio per questo, è un disco incredibilmente hardcore, è uno degli album più importanti della mia carriera. 

Il 2019 è ancora lungo: sarà il tuo primo e ultimo album dell’anno o hai già in mente altre sorprese?
Chi lo sa? Vedremo! Chi vivrà vedrà! (ride)

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