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Essere Rita Levi-Montalcini

Il premio Nobel del 1986, i giovani, la guerra e i due grandi amori: la scienza e la ricerca. Rita Levi-Montalcini nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza

di Nicolò Barattini

Il premio Nobel del 1986, i giovani, la guerra e i due grandi amori: la scienza e la ricerca. Rita Levi-Montalcini nelle sue stesse parole, 1000 per l’esattezza.

“Viviamo ancora dominati da bassi impulsi, come cinquantamila anni fa. Perché il nostro cervello ha una componente arcaica e limbica (che ha sede nell’ippocampo) che è aggressiva, emotiva e affettiva ed è quella che ha permesso all’australopiteco di salvarsi, quando è sceso dagli alberi e ha affrontato il mondo. L’altra componente, cognitiva e neocorticale, è molto più recente e corrisponde alla fase dello sviluppo del linguaggio. Purtroppo questa parte non riesce ancora a controllare quella più antica che, anzi, nei momenti estremi (guerre, crisi, carestie) torna dominante. Sono le condizioni ambientali, in definitiva, a metterla in funzione: nei regimi totalitari, per esempio, l’attività del cervello arcaico è al massimo”.
La Repubblica, 2 gennaio 2009.

“Diciannove anni fa l’inizio della mia attività di ricerca in Italia è stato molto promettente ma oggi ho perso gran parte del mio ottimismo. Conservo invece immutata la mia fiducia nella gioventù, che in Italia trovo particolarmente buona. È una gioventù alla quale si dovrebbe poter dar molto, perché sa prendere anche il poco che le si dà. Ho quindi un cauto ottimismo nei confronti dei giovani e un forte pessimismo nei confronti dell’ambiente”.
Tutto libri, 14 giugno 1980.

 

Essere Rita Levi-Montalcini

Rita Levi-Montalcini a Milano, novembre 1987 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

“Per me non esiste il divertimento. Il lavoro è la mia vocazione. Avevo deciso fin da piccola di non sposarmi. Trovavo umiliante essere donna. Non avrei mai potuto sottostare al dominio maschile. Non conoscevo la scienza ma volevo andare in Africa con il dottor Schweitzer. Ho studiato medicina a Torino con il professor Giuseppe Levi e mi sono specializzata in psichiatria”.
La Stampa, 27 settembre 1998.

[Non va mai in vacanza?] “No, ho odiato le vacanze da quando sono nata”.
La Stampa, 27 settembre 1998.

 

[Le è mai successo di innamorarsi?] “Forse una volta, ma è durato poco”.
La Stampa, 27 settembre 1998.

 

[Cosa le è successo nel ’38 con le leggi razziali?] “Mi chiedevo come potevo portare avanti la ricerca. Avrei voluto andare in America ma non potevo separarmi dalla mia famiglia, così sono andata per un anno da mia sorella a Bruxelles, poi in Danimarca. Nel ’40 tornai a Torino. Non potevo frequentare l’università e così feci il laboratorio in camera da letto. Poi quando siamo sfollati in campagna le mie ricerche le facevo in cucina. Ho fatto molte scoperte in cucina”.
La Stampa, 27 settembre 1998.

“L’emozione maggiore nella vita è la scoperta, sentire di essere riusciti a trovare qualcosa per cui abbiamo tanto lavorato. La scoperta che feci, nel 1951, fu forse il momento più bello della mia vita”.
La Stampa, 14 ottobre 1986.

[Lei pensa più spesso al passato o al futuro?] “Al futuro. Può sembrar strano che una donna che ha vissuto quasi un secolo pensi al futuro, ma a me non interessa affatto sapere come e quando morirò, quello che può rimanere di me sono i messaggi che io mando, e cioè i messaggi basati sulla conoscenza e che spero possano essere raccolti dai giovani che verranno dopo di me”.
Intervista a Che tempo che fa, Rai 3, 22 novembre 2008.

“Mai dimenticare: la vita non vale niente se uno non crede nei valori di carattere etico”.
Intervista a Femminile Plurale, Rai, 2009.

 

Essere Rita Levi-Montalcini

Rita Levi-Montalcini a Milano, novembre 1987 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

“La nostra era una famiglia di liberi pensatori, permeata però di quell’atmosfera patriarcale e restrittiva nei confronti della donna che caratterizzava quel periodo. In famiglia non c’erano tabù religiosi ma c’era una forte differenza di ruolo fra uomo e donna, il tutto semplificato dalla forte figura di mio padre e da quella dolcissima di mia madre. Da parte mia c’era il rifiuto di aderire a questi schemi e la difficoltà di accettarli, nonostante la mia naturale timidezza e malgrado le imposizioni dell’ambiente”.
Tutto libri, 14 giugno 1980.

“Ritengo che ci sia un vantaggio nella vita di oggi. Per la donna in particolare. In passato la donna cos’era? Un oggetto di lusso, oppure un oggetto da distruggere. Rispetto a quando ero giovane, oggi la vita per la donna è migliorata in modo enorme. Quando sono andata negli Stati Uniti nelle conferenze dicevano “Ladies and gentlemen” perché c’ero io… l’unica donna”.
Intervista a Femminile Plurale, Rai, 2009.

“Io sono entrata nel mondo della scienza non con l’idea di fare scoperte, che per fortuna ho fatto, ma perché affascinata dalla bellezza del sistema nervoso. Più come artista dunque che come scienziata. La mia ricerca però era una ricerca artigianale, non era Scienza. Il mio era intuito e questo mi è servito. Tuttavia la mia ricerca era tecnologicamente di basso livello, basti pensare che il mio bisturi era un ago da cucire che affilavo sulla mola”.
Corriere della Sera, febbraio 2009.

 

“Il mio unico merito è stato l’impegno e l’ottimismo, non certo l’intelligenza che è più che mediocre”.
La Repubblica, 23 gennaio 2008.

 

“Le mie scoperte nascono dall’intuito, dalla dedizione e dalla competenza scientifica. Ma c’è un altro segreto, ed è la capacità di conoscere i propri limiti. La vera “astuzia”, nella mia vita di scienziata, è stata sempre quella di andare a fondo soltanto là dove mi sentivo veramente preparata”.
Linkiesta, maggio 2011.

“Il corpo faccia quello che vuole. Io sono la mente”.
Wired, 6 febbraio 2009.

“Non c’è niente di più frustrante, per un artista come per uno scienziato, che essere ignorato o misconosciuto. Tutti possiamo avere questa disgrazia. Io ho avuto fortuna. Un riconoscimento come il Nobel mi emoziona e mi rende molto felice”.
La Stampa, 14 ottobre 1986.

“Ho avuto la fortuna di essere insignita del Nobel. Però, devo riconoscere, di lavoro ne ho fatto. Questa mia scoperta è di trentacinque anni fa. I riconoscimenti sono venuti lentamente. Dopo la ricerca condotta in America c’è stata una stasi. Specie quando sono tornata in Italia. Anni difficili ce ne sono stati. Poi improvvisamente è venuto il decollo che ha portato a premi e nuovi sviluppi. La scienza non è come la politica, per cui oggi si è applauditi e domani si è crocefissi. Nella scienza si tratta di dare o no un contributo. E io spero di averlo dato”.
La Stampa, 14 ottobre 1986.

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