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Nelle mani dello Stato

Da Aldrovandi a Cucchi: Fabio Anselmo è l’avvocato dei morti di polizia.

di Francesco Oggiano

Se l’avete visto in foto, l’avete visto di tre quarti, abbracciato a Ilaria Cucchi un secondo dopo la sentenza su Stefano: lei in lacrime, lui in toga. In qualche altro scatto era di profilo, dietro o al fianco di Patrizia la mamma di Aldrovandi, o di Lucia la sorella di Giuseppe Uva, o di Andrea il fratello di Riccardo Magherini. Fabio Anselmo è l’avvocato dei morti nelle mani dello Stato. Fa quello, per lavoro: assiste i parenti dei morti per cercare la verità tra i sotterranei dei tribunali, le celle di questura, i verbali dei marescialli, le perizie dei medici, i depistaggi dei complici. Ha iniziato un giorno di settembre del 2005, quando rispose allo squillo di un numero sconosciuto: era tale Patrizia Moretti, e le era appena morto un figlio. Aveva chiamato lui per due motivi. Primo, era di Ferrara come lei. Secondo, era un rompicoglioni.

Un rompicoglioni diventato tale per caso, come capita a tutti i migliori.
Da piccolo volevo fare l’ingegnere. Poca poesia, pensavo ai soldi. Un giorno vidi Perry Mason in tv e pensai alla carriera di avvocato.

A scuola era bravo?
Non molto. Superai il liceo con una sufficienza stiracchiata e optai per Giurisprudenza, con buona pace dei miei.

Perché?
Mi volevano impiegato di banca, in un posto sicuro. Mio padre mi procurò un colloquio con una grande azienda del ferrarese. Mi presentai in ritardo, vestito malissimo, con i capelli lunghissimi che allora amavo.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un po’ hippie.
Giravo sempre in moto e dormivo col sacco a pelo. Fallii con successo il colloquio e mi iscrissi all’Università. Ero senza una lira e iniziai a fare tutti i lavoretti del mondo: in campagna, come facchino, in uno zuccherificio, e soprattutto come piazzista.

Che cosa piazzava?
Pentole. Per quasi quattro anni le ho vendute porta a porta, prendendo le provvigioni su ogni vendita.

Era bravo?
Ero bravissimo. Mi presentavo bene, vestito alla Marchionne, senza cravatta, quella non l’ho mai messa. Bussavo, rimanevo sotto la porta e attaccavo a parlare. Lì ho conosciuto la gente, che fossero vecchiette sole o casalinghe.

 

Ho capito come parlare senza annoiare, come percepire le emozioni e i pensieri dell’altro, come stabilire un rapporto empatico. Tutte cose che mi sono tornate utili nelle aule dei tribunali.

 

Faceva pure le dimostrazioni con le pentole?
Ogni tanto. Il più grande insuccesso fu quando venni inseguito dai cani. Il più grande successo quando un marito, accompagnandomi alla porta per congedarmi dopo aver concluso l’affare, mi sussurrò anche l’indirizzo dell’amante, cui proporre un altro set di pentole.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Cos’altro ha venduto?
I libri di Editori Riuniti, che proponevo porta a porta agli iscritti del Partito Comunista.

Era di sinistra allora?
Macché. Ho sempre avuto scarsissima sensibilità politica. E da giovane, nelle classiche discussioni, tendevo più a destra.

Ambizione massima?
La rivincita nei confronti di chi non aveva creduto in me.

 

Mi laureai e finii nello studio di un grande penalista di Ferrara, a occuparmi di casi piuttosto grandi. Ero un rampante avvocato di provincia. Poi tutto cambiò.

 

Che succede?
Nel 1999 mia moglie, partorendo il nostro secondo figlio, finì in rianimazione per un’infezione contratta in sala parto. Feci denuncia, e poi seguii il processo, che venne seguito dai quotidiani locali. Furono anni difficili, che distrussero l’asset della mia famiglia.

 

Una vita serena si era trasformata in una lotta tra la vita e la morte durata tantissimi anni. Ma sono rimasto al fianco di quella che era mia moglie, sempre, non mi sono mai defilato.

 

Ci siamo lasciati nel 2014, quando lei è tornata a essere autonoma.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

A causa del processo che seguirà per quell’infezione, lei viene contattato dalla madre di Federico Aldrovandi.
Patrizia Moretti cercava un avvocato che conoscesse casi di quel tipo. Un ispettore della Digos, che aveva letto di me sui giornali, le fece il mio nome.

 

Ricevetti la chiamata mentre ero a un pranzo a Cervia. Presi la moto, tornai a Ferrara, mi sedetti e iniziai a farmi raccontare la storia. Sembrava un film.

 

Che cosa fa?
Proposi a Patrizia di pubblicare la foto del figlio morto.

È quella che poi è diventata una delle foto più famose del decennio italiano. Lei ha voluto far pubblicare anche la foto del cadavere di Cucchi.
Vede, quando muore qualcuno nelle mani dello Stato io parto sempre svantaggiato. L’unica fonte è il mattinale ufficiale e freddo delle forze dell’ordine. Che magari parla di tossicodipendenza. Io devo combattere quella narrazione.

 

E per farlo, sbatto in faccia a tutti il dolore, con la foto del morto insanguinato. Una cosa che non ti fa certo pensare all’overdose.

 

Lei è stato criticato per fare i “processi mediatici”.
È vero. Senza l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica forse non avremmo raggiunto gli stessi risultati.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Un altro caposaldo della sua strategia comunicativa sono le donne. Porta sempre loro davanti alle telecamere, piuttosto che un uomo o se stesso.
Un maschio non ha la stessa potenza delle donne, ha un cinismo e una razionalità che lo fa rimanere legato alla materialità della tragedia. Ha più pudore a mostrare il proprio dolore.

E la donna?

 

Trasuda empatia e sofferenza. Non fa sconti a nessuno, non contempla compromessi. Perché è madre. Perché quel figlio l’ha partorito lei, perché quel fratello è carne sua, non gli interessa un tubo di niente, va dritta con una potenza e una determinazione impossibile da trovare altrove.

 

Come Ilaria Cucchi, sorella di Stefano. Grazie anche alla sua tenacia, dopo 11 anni di udienze e depistaggi, i giudici hanno condannato gli agenti per la morte di Stefano. E tra voi due è nato l’amore. Come l’ha conquistata?
Non saprei. Credo sia rimasta colpita dal mio spirito ribelle. In una delle prime udienze, mi vide che mi spazientii coi giudici che continuavano a interrompermi. Mi tolsi la toga e la lanciai sul banco, minacciando di andarmene perché non mi facevano “fare il mio lavoro”.

Lei è famoso per essere piuttosto incazzoso in aula.
In tutti i processi finisco indagato per calunnia o diffamazione.

Cosa le è piaciuto di Ilaria?
L’aspetto esile che ha come contraltare una forza immensa.

 

© Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Il momento più difficile?
Quello che stiamo vivendo adesso. Prima nel processo Cucchi non avevamo nulla da perdere. Ma ora, dopo la condanna degli agenti, temiamo in un appello che possa ribaltare la sentenza.

Un po’ come il Ritorno dopo aver vinto l’andata. E il momento più bello?
Tanti, forse la lettura della sentenza che condannava gli agenti al processo Cucchi.

Il mito?
Il pm del caso Cucchi, Giovanni Musarò. Bravo, preparato, onesto.

Che idea ha dei poliziotti italiani?
Hanno una specificità rispetto a quelli del resto del mondo: intendono male lo spirito di corpo, confondendolo a volte con quello mafioso. E sfociando nell’omertà o nel depistaggio.

Che cosa direbbe a un poliziotto che sa di abusi commessi da suoi colleghi?
Che siamo tutti fallibili. Tutti possiamo sbagliare, anche quelli che portano la divisa.

Oggi quanti collaboratori ha?
Almeno 13.

Cosa vuole per lei?
Forse un minimo di tranquillità, anche economica.

Ma se lei è famosissimo.
Sa, con i casi famosi non si guadagna mica tanto. Non sono un avvocato di potere. Al massimo, di contropotere.

 

Foto di copertina © Vito Maria Grattacaso / LUZ

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