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Fenomenologia di Social Boom

Come Francesco Belardi ha reinventato il mondo del gossip a colpi di Instagram stories e YouTube.

di Flavio Pintarelli

Con disappunto di chi, in questi anni, ne ha cantato più volte la morte, la televisione è ancora uno strumento incredibilmente influente nel determinare le traiettorie del successo. Il fatto che, a dispetto del numero di follower raccolti o della quantità di visualizzazioni macinate, le star di internet non possano dirsi davvero famose senza prima essere passate per il media dei boomer sta lì a dimostrare quanto la televisione sia ancora rilevante, fondamentale per definire le dinamiche con cui si costruisce la celebrità.

Per Social Boom, uno youtuber, questo passaggio obbligato è accaduto all’inizio del mese di marzo, quando è apparso per la prima volta in televisione nel corso della trasmissione Non è l’Arena, un talk show di attualità e politica condotto da Massimo Giletti, che va in onda sulle frequenze di La7. Qualche giorno prima Francesco Belardi, questo il nome di Social Boom, ha pubblicato sul suo canale un video in cui mostra le immagini di quella che appare come una violazione della zona rossa di Codogno, da lui stesso compiuta. Il lockdown completo del paese sarà dichiarato solo una decina di giorni più tardi. Codogno e le altre zone rosse sono ancora un’eccezione nell’ordito della nostra normalità. Una curiosità che è facile far diventare oggetto del sensazionalismo di cui si nutrono i media più spregiudicati, quelli che vanno a caccia di ascolti e disseminano esche per attirare l’attenzione del pubblico da vendere agli inserzionisti pubblicitari. Social Boom ricade in pieno in questa casistica. Per capire come e perché poniamoci il seguente quesito: chi è e cosa fa Social Boom?

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

Tra freebooting, archiviazione e curatela. Chi è Social Boom?
Social Boom è, lo abbiamo detto, un canale YouTube aperto e gestito da un ragazzo poco più che ventenne di nome Francesco Belardi. L’attività principale del canale è quella di riproporre contenuti pubblicati da star e celebrità della rete su altre piattaforme, in particolare le Stories di Instagram.

 

Stories è una funzione che Instagram ha mutuato da Snapchat, una piattaforma concorrente. Si tratta di brevi spezzoni video, pillole che possono durare al massimo 30 secondi. Sono facili da fare, possono essere personalizzate con effetti o adesivi virtuali e, questa la loro caratteristica distintiva, spariscono dopo 24 ore.

 

L’immediatezza che caratterizza questi contenuti, spesso spontanei ed estremamente diretti, ne fa uno strumento di incredibile potenza per quell’attività di incessante streaming del sé che sembra essere la caratteristica distintiva del modo in cui viene modulato il rapporto tra la celebrità e il suo pubblico.

 

È la logica del broadcasting resa popolare dai formati dei primi reality show, trasformata in flusso ininterrotto di schegge di vita quotidiana, che non restano visibili al pubblico per più di 24 ore.

 

© Serge Attal / Visum / LUZ

 

Data la natura del materiale che Social Boom estrae dalla rete possiamo dire che il lavoro di questo canale – scaricare, salvare, rimontare e caricare su YouTube questi contenuti pensati e pubblicati per non lasciare tracce – si colloca in un territorio in cui freebooting, archiviazione e curatela s’incontrano e si confondono le une con le altre.

 

Freebooting perché Social Boom, per alimentare il proprio canale, non fa altro che impossessarsi di materiale creato da altri e disponibile gratuitamente in rete. Lo sforzo per farlo è minimo. Il canale cura ben poco la qualità dei contenuti, come dimostra l’audio della sigla, un tono di default di uno smartphone prodotto da uno dei più celebri brand del settore. Archiviazione perché, per farlo, Social Boom deve scaricare, salvare e organizzare il materiale di cui si serve così come farebbe un qualsiasi archivista e bibliotecario digitale. In questo modo lo rende ricercabile e trovabile dagli altri, usando un sistema di etichettatura, efficace per quanto rozzo. Curatela perché – ed è questo uno dei due aspetti che distinguono Social Boom dalle decine di altri canali che fanno la stessa cosa – le storie vengono selezionate, tematizzate e contestualizzate dalla voce e dalla presenza del titolare del canale stesso.

 

© Hossein Fatemi/Panos Pictures/LUZ

 

Belardi infatti appare all’inizio di ogni video per introdurre ciò che gli spettatori stanno per vedere, aggiungendo dettagli al video o proponendo loro una chiave di lettura per dare senso al contenuto di video, che altrimenti, almeno in molti casi, resterebbero muti e imperscrutabili ai più.

 

È proprio la presenza e l’apparizione del corpo e della voce del suo titolare che costituiscono il secondo aspetto distintivo di Social Boom. Nessun altro canale analogo può vantare un presentatore che introduca e contestualizzi il materiale che viene appropriato. A quanto ne so e limitatamente all’Italia, Social Boom è stato il primo ed è tutt’ora l’unico canale di questo tipo ad avvalersi della presenza di uno youtuber durante la sua attività.

 

Sono convinto che una parte consistente del successo di Social Boom stia proprio nell’esibizione del corpo di Belardi in calce ai video che pubblica. Rispetto alle altre decine di canali che fanno la stessa cosa, Social Boom è identificabile. Possiede un corpo e un volto a cui può essere appiccicato il nome del canale. Questa esibizione dà al canale una personalità concreta che può, e questo è un passaggio fondamentale, essere chiamata in causa in vari modi. Può essere insultata, stigmatizzata, lodata, sfottuta.

 

© Marco Casino / LUZ

 

Con Social Boom, a differenza dei suoi omologhi che somigliano più a un feed generato in automatico da qualche bot impazzito, si può avere un rapporto da persona a persona.

 

Social Boom, insomma, lo posso incontrare per strada, posso riconoscerlo, chiedergli un autografo o aggredirlo. Posso – lo fanno spesso le persone le cui storie finiscono ripubblicate in modo impreciso, tendenzioso o malinteso – rivolgermi direttamente a lui attivando quei meccanismi di botta e risposta che hanno mutuato dal gergo del rap la definizione di dissing. È proprio questa accessibilità, tipicamente televisiva, che caratterizza la celebrità contemporanea, come notava Mark Fisher in un suo post dedicato a Celebrity Big Brother.

 

Gossip per la Generazione Zeta
Per il suo pubblico di millennial e gen z, Social Boom è diventato quello che Fabrizio Corona è stato per il pubblico generalista degli anni zero: l’incarnazione stessa del concetto di gossip.

 

Certo si tratta di una figura molto diversa da quella di Corona. Tanto era gaglioffa l’immagine di Corona, tanto Social Boom appare un ragazzo fragile ed emozionale. Laddove il primo era un coatto dai muscoli scolpiti, vergato di tatuaggi, un uomo duro, d’azione, capace di abbaiare e magari mordere nei salotti televisivi, il secondo sfoggia con disinvoltura e un pizzico di ostentazione unghie laccate di nero che sembrano essere un’esca evidente con cui suscitare l’insulto omofobo da parte dei suoi hater. Individui a cui si rivolge spesso con un atteggiamento remissivo, una sorta di insinuante passivo-aggressività, condita dalla “faccia da schiaffi” di chi sa di poter mettere il proprio antagonista in difficoltà anche quando l’ha fatta troppo grossa per poterla fare franca.

 

Due figure agli antipodi, nella cui distanza si misura anche la mutazione dell’idea stessa di gossip determinata dall’apparizione e dalla diffusione delle tecnologie digitali di prosuming, ovvero di produzione, distribuzione e consumo di contenuti di qualsiasi formato.

 

Nell’atmosfera da fallout radioattivo degli anni ‘80 che caratterizzava il clima da fine impero della Milano di Letizia Moratti, il gossip così come lo praticava Corona era un’attività predatoria, costruita intorno a un immaginario arrembante fatto da inseguimenti in moto, macchine fotografiche sfasciate e fotografi a caccia dello scatto rubato “che vale milioni”. Quella di Corona fu un’epica negativa che flirtava e strizzava l’occhio a quel romanzo di criminalità che è il gangsta rap.

 

© Giovanni Cocco / LUZ

 

Il tempo in cui vive Social Boom, fatto di infinite micro-identità e atteggiamenti all’apparenza molto rispettosi di ogni correttezza politica, sembra essere lontano anni luce da quel paesaggio.

 

Nella tempolinea che abita non ci sono appostamenti, o inseguimenti; non ci sono immagini da rubare e tanto meno compensi a quattro zeri.

 

Sono i vip stessi a produrre tutte le immagini di cui il pubblico ha bisogno per nutrire la sua fame di celebrità e il suo desiderio di accessibilità. Al pubblico serve solo un mediatore che lo aiuti a gestire l’enorme mole di informazioni a cui si trova esposto; una guida che gli permetta di seguire con facilità gli innumerevoli archi narrativi che, come in una serie tv, si sviluppano e si intrecciano nelle vite dei protagonisti dello spettacolo; un narratore che sappia tessere in un insieme coerente e sensato i frammenti delle vite che le celebrità pubblicano sui social a ciclo continuo. Un mediatore che si appoggia ai meccanismi di monetizzazione di una piattaforma che spingono a privilegiare la quantità di contenuto prodotto e la capacità di attrarre con esso il maggior numero possibile di persone da mantenere per il tempo necessario ad attivare il pagamento.

 

© Marco Casino / LUZ

 

Poco importa se il senso così tessuto intorno alle immagini “rubate” trovi un’adeguata e una corretta corrispondenza con la realtà dei fatti o sia solo una narrazione plausibile o anche solo raffazzonata. Questa è l’epoca della post verità. La definisce la frammentazione dei punti di vista da ognuno dei quali si diramano mille e più narrazioni possibili, che confliggono tra loro per conquistare lo stato di verità acquisita. Che il gossip, composto in prevalenza da rumors, voci incontrollate che determinano la ricezione di un fatto e ne dirigono lo sviluppo delle conseguenze, abbia potuto trarre dal bordo di cultura digitale spunti per una mutazione capace di garantirgli nuova vita non sorprende, in quanto la sua logica ben si adatta anche al nuovo media convergente.

 

Perciò non ci si inganni. La mutazione non rende il modo con cui Social Boom fa gossip meno predatorio di quanto lo fosse quello di Corona.

 

Al contrario, appropriarsi di contenuti pensati e pubblicati per scomparire dopo un lasso di tempo definito, renderli disponibili in modo più o meno permanente e, soprattutto, legarli insieme per dar loro un senso anche quando appaiono del tutto estranei gli uni dagli altri sono tutti gesti che possiedono una componente di violenza e intrusione che non possono essere messe in secondo piano.

 

Che lo si pratichi nella realtà fisica o lo si eserciti con strumenti digitali; che lo si faccia con muscoli oliati e spavalderia o con un velo di smalto e l’attitudine remissiva non fa alcuna differenza, ne serve a redimere il gossip dal suo peccato originale.

 

Una violazione proditoria della sfera personale, gravida di conseguenze per chi la subisce, dannosa a prescindere dal suo status economico e sociale.

 

Foto in copertina © Nano Calvo / LUZ

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