It En
It En

© LUZ S.r.l. Società Benefit
all rights reserved
Cookie and Privacy Policy
VAT n. 13122310157

Love stories

Quando i sondaggi Instagram diventano arte: parla Francesco Vezzoli.

di Silvia Bottani

Francesco Vezzoli contende a Maurizio Cattelan il titolo di artista contemporaneo italiano più celebre al mondo. Classe 1971, partito da Brescia per studiare alla Saint Martin di Londra, comincia la carriera alla fine degli anni ’90 e da allora la sua notorietà è cresciuta in maniera inarrestabile.

Nelle sue opere riflette sulla verità e sulla finzione, sulla memoria e sulla seduzione delle immagini, sul potere e le relazioni: si fa conoscere grazie ai ritratti di celebrities realizzati con la tecnica del ricamo e, nel tempo, realizza progetti  in cui coinvolge il suo personale pantheon di dive e divi – che lo adorano per il suo talento e, sospetto, per la sua squisita gentilezza – tra cui Valentina Cortese, Helmut Berger, Natalie Portman, Iva Zanicchi, Gore Vidal, Sharon Stone e Lady Gaga.

In qualità di artista e curatore è stato ospite dei musei più importanti al mondo, tra cui MOCA, MAXXI, Guggenheim, Tate, MoMa PS1 e Musée D’Orsay. Oggi torna con un nuovo progetto per Fondazione Prada intitolato Love Stories e, in tempo di pandemia, sceglie di parlare d’amore attraverso Instagram, spiazzando ancora una volta critica e pubblico.

 Love Stories vive solo sul canale Instagram della Fondazione Prada. È un progetto che si collega idealmente a Comizi di non-amore, opera ispirata alla figura di Pier Paolo Pasolini. Avevi già immaginato questo progetto prima che scoppiasse la pandemia o si tratta di un lavoro nato tenendo conto dell’eccezionalità di questo momento?
Giocavo da un po’ di mesi con l’idea di fare un grande sondaggio e in realtà avrei voluto, potendomelo permettere – ma non ho mai neanche chiesto quali siano i costi – appaltare quei signori o signore che danno le classifiche a Porta a Porta di Bruno Vespa. Poi ho pensato che c’era uno strumento che era pronto per essere usato e che offriva uno spazio più artistico ed erano i sondaggi di Instagram.

 

Trovo che siano dei sondaggi affascinanti e perversi perché, nel momento in cui tu fai la scelta, ti compare l’appartenenza, che è qualcosa di curioso perché è come dire: “Il voto è segreto ma il risultato te lo diciamo subito”.

 

Quindi poi magari la persona che gioca torna indietro, perché magari tutti gli altri hanno votato in modo diverso, allora pensa di aver sbagliato.

 

Tutte cose con cui i bravi sociologi andrebbero a nozze perché l’idea dei social media è basata sull’appartenere e non sull’essere diversi. Anche il sondaggio ti dice subito se hai scelto qualcosa che ti rende conforme al territorio in cui stai navigando.

 

Quando la Fondazione mi ha proposto di fare un nuovo progetto, ho detto quindi che stavo lavorando a questo e a quel punto lo abbiamo editato in questo modo che per me è molto soddisfacente.

 

Anche perché avere una piattaforma come quella della Fondazione Prada, una piattaforma globale, è cento volte più interessante di un’agenzia di sondaggi.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

Perché il titolo Love Stories?
Il sondaggio si chiama Love Stories perché parla di coppie. Il dibattito sull’identità del singolo o sull’identità di genere, politica, intellettuale lo trovo anche abbastanza risolto. Addirittura, sull’identità di genere mi sembra ci siano delle aperture che un tempo sarebbero state impensabili.

 

Viceversa, trovo che ci sia un grande punto di domanda sull’identità di coppia. Questo aspetto dell’amore è un tema lungamente sfruttato dagli sceneggiatori e dai narratori, però nella realtà dei fatti non abbiamo ancora ben capito che cosa le persone in questa società così cambiata dal punto di vista dell’identità umana e di genere si aspettino da una coppia.

 

Nel progetto ne abbiamo presentate più di cinquanta e vedremo come i nostri “fedeli lettori”, come direbbe il direttore di un giornale, reagiranno a queste proposte un po’ iperreali e un po’ surreali.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

L’idea di utilizzare i sondaggi di Instagram, uno strumento ludico, per fare una riflessione su una comunità, suggerisce un approccio ironico ai social media ma soprattutto mi pare possa aprire a degli squarci poetici imprevedibili. Che tipo di risposta ti aspetti dal pubblico e come ti immagini quest’opera “processuale”?
Hai centrato il punto. Per me l’opera è il risultato. Sarà interessante andare a vedere quante persone hanno risposto, quante hanno reagito su un certo tipo di iconografie, quante forse potremo intuire che non hanno riconosciuto alcune delle icone scelte.

 

Per esempio, c’è un’immagine di Diego Rivera e Frida Kahlo in cui lui dice “I want Frida” e lei ha gli occhi abbassati, sembra rattristata da questo rapporto, e dice “I want freedom”. Noi però non sappiamo se l’interlocutore saprà riconoscerli.

 

Da una parte ci siamo posti il problema dell’universalità, della leggibilità, dall’altra io mi sono posto il problema di essere sincero verso me stesso, non potevo mettere delle icone verso cui non sentivo alcun trasporto. La prima sfida quindi sarà capire quanto io sia sintonizzato dentro la contemporaneità, magari i miei immaginari di coppie non risuonano per nessuno; poi vedrò i risultati, cercherò di capire, visto che poi ogni domenica ci sarà un post in cui ci saranno i commenti di esperti, magari qualcuno metterà anche in discussione il modo in cui io ho strutturato le domande.

 

Questa è un’opera d’arte che nasce come un progetto su una piattaforma artistica ed è un tentativo di mostra digitale.

 

Da quando c’è il virus tutte le persone si confrontano con una progressiva digitalizzazione del mondo, alla quale dobbiamo essere grati perché ci permette di fruire di servizi e informazioni senza i quali la gestione di quello che sta succedendo sarebbe più tragica.

 

In tutto questo il mondo dell’arte non sembra molto aver capito cosa significa confrontarsi con la digitalizzazione perché se si pensa che essere digitali significa fare le online viewing room… quello potevano farlo anche prima, anche negli anni ’80 mandando delle videocassette, dove un bravo operatore o un fantastico regista di videoclip riprendeva i quadri di Warhol appesi da Leo Castelli.

 

Riprendere un quadro appeso a un muro e ripresentarlo come un video non significa fare una mostra digitale, ma neanche far volare un drone dentro il MOMA e riprendere la mostra di Donald Judd è un approccio digitale. Sono supporti visivi, sono sempre esistiti.

 

Un progetto digitale ha il coraggio di inserire degli schemi contenutistici abbastanza complessi dentro delle griglie semplificate come quelle dei social media.

 

La vera sfida sarebbe “Donald Judd for dummies”.

 

Ringrazio molto la Fondazione Prada che peraltro non è nuova a sfide di ogni tipo, per me questa è una vera mostra digitale perché si confronta con la dimensione digitale della cultura contemporanea.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

In una certa misura si tratta quindi di un progetto performativo, time-based e collettivo, una forma inedita rispetto ai tuoi lavori del passato dove eri protagonista, mentre qui ti sottrai dalla scena. Cosa ti stimola maggiormente in questa forma ibrida?
Penso di essermi esposto già parecchio, anche fisicamente, con la mia fisicità. Credo che quella fase sia già finita e in questo momento forse bisogna esporre di più le proprie idee.

 

Non faccio arte pensando a cosa mi piace. Love Stories mi intrattiene, e questo mi allevia in qualche modo e mi diverte.

 

Oggettivamente sono belli i progetti che assomigliano di più a degli studi, a delle esplorazioni. A parte che il mercato oggi non esiste, se qualcuno che è ossessionato dal mercato chiede se tutto questo si vende la risposta è no, tutto questo non si vende ma ciò non lo rende meno valido.

 

La mia risposta quindi è che mi piace studiare: quando faccio le mostre studiando, imparo di più e mi diverto.

 

Diciamo che tutti i territori dove c’è la possibilità di imparare sono interessanti.

 

È più provocatorio imparare che provocare, ormai.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

Tornando a Comizi di non-amore, la cornice di riferimento di quel lavoro era ancora il cinema – in particolare il documentario Comizi d’amore di Pasolini del 1965 -, un cinema militante che aveva l’ambizione di unire la passione civile alla ricerca formale. Dal cinema-verité siamo passati alla disintegrazione della frammentazione televisiva fino alla macchina dei reality, con allucinazione collettiva che ne è conseguita. Pensi che la verità – che nel tuo lavoro è continuamente interrogata – sia ancora un tema per l’arte contemporanea?
Per me sì, per gli altri no. Per la maggior parte degli artisti, non so che verità stiano scandagliando.

 

Dentro un quadro astratto, che apparentemente non sembra offrire dei superamenti tecnici di prospettive che erano già state sperimentate in precedenza, non so che verità l’artista stia cercando.

 

Non che io non ami quei quadri, se avessi tante pareti da riempire e avessi voglia di giocare, li comprerei, li appenderei, ci metterei sotto delle bellissime console e dei vasi Richard Ginori degli anni ’40. Si tratta però di uno sport secondario. Io non so se saprei fare quei quadri, se ne sarei tecnicamente capace, ma il problema è che quando io mi avvicino a questo tipo di arte…

 

Quando c’è stata la Transavanguardia, anche prendere in mano il pennello in quel momento storico è stato un gesto per quanto edonistico comunque politico e, in un certo qual modo, rivoluzionario. Oggi prendere in mano un pennello è un gesto standard della produzione del mondo artistico.

 

Io sono abituato a giudicare l’arte dicendo “questa è una progettualità interessante”, perché non sono un cliente o un collezionista. Non mi frega niente se il quadro è grande, se è piccolo, se il colore è venuto bene, a me importa lo “statement” generale. In molti dei gesti che vengono fatti oggi non mi sembra ci sia una scelta a monte: c’è il desiderio di fare un bel quadro, una bella scultura però non so cosa dire a questi signori. Cosa dovrei chiedergli? Perché hai messo il colore così? Perché hai deciso di lavorare la tela in questo modo?

 

Glielo chiederei se fossimo nel 1800, in giro c’è Monet, c’è Manet e poi arriva una ragazza con una tela tutta blu e gialla piena di buchi e scanalature e allora le chiederei perché ha deciso di fare quella cosa.

 

Mi incuriosiscono artisti come Trevor Paglen o figure che possono anche abbracciare l’aspetto commerciale del meccanismo, non ho problemi con quello: il problema riguarda artisti che mancano di progettualità. Per esempio, la mostra di Damien Hirst a Palazzo Grassi per me era una mostra coraggiosa, folle, assurda, commerciale, costosissima (e non so neanche se abbia venduto) però era un sogno. Nel caso della mostra di Hirst, mi viene istintivo volermi avvicinare all’artista per fare delle domande.

 

Non voglio fare nomi, ma c’è un sacco di gente a cui non sai cosa chiedere. Gli vorresti solo chiedere di smettere.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

Nella tua ricerca hai sempre indagato la dimensione del divismo. Mi pare che lo status divino delle celebrities, anche quel divino “piccolo”, modesto della tv, che ha avuto un’aura indiscutibilmente inferiore a quello del cinema, oggi si sia tradotto in qualcosa di diverso. Da un lato penso a figure come Kanye West e alla sua deriva mistica, o a Beyoncé, che incarna una certa idea della blackness e sfoggia un corpo identitario, due figure ancora portatrici di carisma e di potere; dall’altra penso allo stuolo di YouTuber o agli influencer di Tik Tok, che raccolgono milioni di follower, ma che appartengono a una categoria del tutto nuova di celebrities. Questi nuovi scenari del divismo ti interessano ancora e, se sì, in che termini?
Forse sono un po’ fuori dagli schemi contemporanei ma per quanto mi impegni queste persone non riescono ad attirare la mia attenzione, sono tutti dei pop up basati sulla fisicità. Tutti belli, ben truccati, sistemati.

 

Sono felice per loro, però diciamo che per me il vero discrimine del divismo è la capacità di fare qualcosa di davvero speciale e unico.

 

Quando Adele canta o quando Mark Ronson fa un remix, ecco… ci sono persone che hanno dei veri talenti e io ne sono ammirato.

 

Alcune celebrities però sbagliano perché “si abbassano a telefonarti il culo”, come mi piace dire, a postare le loro forme – perché poi si cede per una forma di vanità ma questo toglie tutta l’aura, la magia.

 

Si mettono in competizione in un campo dove ci sono migliaia di persone con molti meno accessi di loro, con molto meno denaro e conoscenze artistiche ma che lavorano da mattina a sera esclusivamente sul culo e dovendo competere su quello, vincono. Io non mi ci metterei mai in competizione perché so che non vincerei.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

Nella pratica artistica contemporanea l’elemento autobiografico è il mezzo d’indagine elettivo di molti autori: il dato irripetibile della vita individuale diventa uno strumento di indagine e un trampolino verso l’universale. Nei social media, invece, la sovraesposizione del privato ci immerge in un flusso di personalismi in cui ogni storia privata reclama spazio e dignità di rappresentazione e l’ambizione non è quella di proporre un “io” unico e magari divergente, ma di assomigliare il più possibile a una massa, più o meno ampia. Tutto sembra sciogliersi in un rumore indistinto. Pensi ci siano punti di contatto tra l’ambizione autobiografica dell’artista e quella di chi utilizza le piattaforme social?
Io penso che innanzitutto si debba essere onesti e ti risponderò in maniera un po’ drastica: io penso che dire la rete, Instagram sia un po’ una bugia democratica che noi ci raccontiamo.

 

Penso che nel mondo di Instagram esistano attori e spettatori e la divisione è data in maniera palese dai numeri. Ci sono attori e spettatori, artisti no, sui social media non esistono.

 

Direi che lo scandaglio che in passato l’artista ha fatto del proprio privato aveva una complessità, una dolorosità – penso per esempio all’opera di Marina Abramovic, a quanto lei abbia messo nei suoi primi lavori fino ai più recenti, a quanto lei si sia messa in discussione, o a Cindy Sherman, a quanto lei abbia manipolato incessantemente la sua immagine – che non ha niente a che vedere con i social media.

 

I social media sono stati dichiaratamente inventati per intrattenere la gente nel modo più light immaginabile e dentro queste dinamiche le persone si trastullano, si seducono, si inseguono ma io non vedo nessun parallelismo.

 

Instagram è la nuova televisione, il nuovo cinema, solo che i contenuti sono rattrappiti, sono concentrati. Ci sono persone che hanno dieci milioni di follower che sono gli attori e persone che vanno da uno, dieci, ventimila follower, che sono gli spettatori. I meccanismi sono sempre gli stessi, sono cambiati i supporti: le star restano star anche dentro il linguaggio di Instagram.

 

Invece mi sembra che gli artisti non esplorino più le loro vite, tendono oggi a fare dei prodotti, che è quello che il mercato richiede loro, ma non saprei veramente tracciare nessun parallelismo e non saprei dirti: “Questo è un Duchamp di Instagram”. Sono meccanismi che si rifanno a Hollywood, non a Chelsea.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

In un articolo recente Jerry Saltz parla del possibile crollo del sistema dell’arte come conseguenza della pandemia globale. L’arte sopravvivrà come ha sempre fatto, afferma, ma la maggior parte degli attori che compongono l’art system – soprattutto le piccole e medie gallerie e tutte le realtà minori – non saranno in grado di reggere il peso della crisi economica in arrivo. Tu conosci molto bene lo star system, da cui ti sei in parte allontanato, e anche l’art world, cosa ne pensi?
Mi compiaccio che Jerry Saltz non abbia detto quella banalità che a volte ripetono i giornalisti, ovvero che questa catastrofe porterà un tanto benefico “repulisti”. I repulisti non sono benefici perché in questi casi periscono i piccoli, non i grandi. Quindi temo che abbia ragione Saltz e che questa rivoluzione, per un puro fatto economico, i grandi avranno gli strumenti per rimanere in piedi, i piccoli e i medi no.

 

Per un motivo economico e perché la paura generata da questa esperienza porterà le persone ad allontanarsi dalle sperimentazioni ma ancora di più, se già non fosse un processo in atto prima, a guardare all’arte come un bene rifugio e non come un bene sperimentale.

 

È inevitabile, non si può incolpare nessuno e le persone guardano al domani terrorizzate, un domani nel quale potrebbero perdere tutto, un frangente storico in cui potrebbero non avere i soldi per mangiare. Diciamo che quando ci fu la grande crisi del 2008 tutti dissero “Ah qui ci sarà una crisi morale, qui ne usciranno vincitori gli intellettuali, i pensatori” abbiamo visto che è successo l’esatto opposto. Nei dieci anni successivi c’è stata un’esplosione incontenibile del mercato secondario, le gallerie grandi diventare delle multinazionali e quelle più piccole e medie, in maniera molto discreta, iniziare a sparire. L’unica variabile che potrebbe dare un colpo ancora più severo a tutta la situazione è che non si tratti solo di una dinamica economica ma anche emotiva, però su questo non mi esprimo perché oggi non abbiamo ancora sufficienti informazioni per prevedere come sarà il futuro, per ora misterioso e frammentato.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

La memoria ha sempre avuto un ruolo centrale nella tua ricerca. In una certa misura, credo che la nostra memoria personale si stia trasferendo online e il web sia sostanzialmente uno sconfinato archivio, una protesi a cui affidiamo il peso dei nostri ricordi. Dal punto di vista della tua ricerca artistica – penso a mostre recenti come il progetto Trinity del 2013 o TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai alla Fondazione Prada nel 2017 – come è cambiata nel tempo la tua relazione con essa?
È aumentata esponenzialmente. Molte delle opere che ho fatto negli ultimi anni sono andate in una direzione legata alle cose che avevo studiato quando ero uno studente liceale, cose di cui ho rivalutato l’importanza o l’universalità. Diciamo che sono tornato alle mie radici, in qualche modo.

 

Love Stories – A Sentimental Survey by Francesco Vezzoli

 

Per quanto riguarda i musei e le istituzioni, sembra necessario ripensare le modalità di fruizione delle mostre, puntando a integrare definitivamente nei propri programmi visite virtuali, progetti online e un nuovo design dell’esperienza museale. Il Vezzoli curatore e produttore cosa immagina per il futuro prossimo?
Mi auguro intanto che si trovino cure e vaccini per uscire da questa tragica impasse.

 

Poi mi auguro, se ce ne saranno i mezzi, che i musei tornino a essere luoghi di sperimentazione e non solo luoghi di pellegrinaggio turistico.

 

È chiaro che in questo momento dobbiamo trovare delle soluzioni tecniche e scientifiche ma gli strascichi della crisi ci saranno per anni, quindi sarebbe un po’ velleitario e ingenuo pensare che, in una situazione così complicata dal punto di vista finanziario, la gente si butti sulla sperimentazione.

 

Ne usciremo tutti un po’ più impauriti, per lo meno, forse anche intellettualmente, e dobbiamo anche metterci il cuore in pace: non è colpa nostra, fa parte dell’animo umano.

 

Dopo, quando ci saremo ripresi, forse ritroveremo le energie, magari molto più rapidamente che in passato anche perché oggi la digitalizzazione ha reso più rapidi anche i recuperi emotivi e magari saremo pronti per nuove arti.

 

Per il momento, impauriti e rattristati, ci rifugiamo in quello che in inglese si chiama comfort food e non nella nouvelle cuisine.

 

Foto in copertina © Ugo Dalla Porta

Nella stessa categoria: Arte

Iscriviti alla nostra newsletter

* campi obbligatori

Scegli le modalità con cui vorresti restare in contatto con Luz:

Puoi disiscriverti in qualunque momento cliccando il link nel footer delle nostre email. Per informazioni sulle nostre politiche di privacy, prego visitate il nostro sito.

Questo sito utilizza Mailchimp come piattaforma di marketing. Cliccando di seguito per iscriversi si accetta il trasferimento delle informazioni a Mailchimp. Scopri di più sulla privacy di Mailchimp qui.

Analytics

Questo sito usa Google Analytics per raccogliere dati sull'utilizzo, in modo da offrire un'esperienza utente sempre migliore. Cliccando su "accetto", permetti di abilitare il tracciamento delle tue interazioni su questo sito web. Potrai revocare il consenso in qualsiasi momento. Troverai l'impostazione dedicata nel pié di pagina di questo sito. Per saperne di più, leggi la nostra privacy e cookie policy

Cookie tecnici

Tutti gli altri cookie presenti sul sito sono di natura tecnica, e sono necessari al corretto funzionamento del sito web.

Altri cookie di terze parti

I cookie di terze parti possono essere bloccati dal browser dell'utente seguendo la procedura descritta nelle privacy e cookie policy.