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Scripta manent

Il rap e la trap, le patenti di street cred, i social media: secondo Francesco di Gesù, il più letterato degli artisti hip hop italiani

di Michele Boroni

Frankie hi-nrg mc, all’anagrafe Francesco Di Gesù, classe 1969: rapper, regista di videoclip, autore di documentari, attore e fotografo.

Soprattutto rapper, uno dei primi in Italia ad aver messo d’accordo critica e pubblico, beat e contenuto, e che grazie a hit senza tempo come Fight Da Faida o Quelli che benpensano è stato l’ispirazione per un paio di generazioni di artisti italiani, Fabri Fibra tra tutti.

Da poche settimane è uscito il suo libro Faccio la mia cosa per Mondadori, volume in cui alterna contenuto autobiografico dei suoi primi decenni di vita e il racconto della nascita del rap dall’altra parte dell’oceano.  

Ma davvero è il tuo primo libro?
Lo giuro.

Io ero straconvinto di aver già letto un tuo libro dove parlavi di rap. Mi sono sognato tutto?
Probabile. In realtà ho scritto solo brevi prefazioni per amici, e in più una cosa molto illustre per la versione italiana di Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace pubblicata nel 2000 da Minimum Fax. Poi, sempre sul rap, un’introduzione al libro di Damir Ivic su Eminem. Ma niente più. 

Probabilmente è anche perché tu sei forse l’unico, almeno in Italia, per cui la parola rappata è molto vicina alla parola scritta 
Questo è un complimento. Grazie. Allora non è un caso che ho intitolato il mio primo disco Verba Manent. 

Tutto torna, ma passiamo ora alla scripta. Qual è stato il tuo approccio nello scrivere il libro?
Volevo cercare un equilibrio tra l’intrattenimento, la narrazione, il piacere personale di raccontare qualcosa di me e il gusto un po’ nerd di tirare fuori aneddoti non noti. Mi piaceva che potesse generare del buon tempo a chi si fosse trovato a leggerlo, ed evitare il più possibile pesantezze, lunghi approfondimenti e tutto ciò che rischia di annoiare. Però non mi sono voluto togliere il piacere di raccontare alcune cose tecniche che per me sono state emozionanti da tirare fuori, avendo sempre ben presente il grado di peso che il lettore si sarebbe trovato di fronte.

 

Frankie hi-nrg intervista

Frankie hi-nrg mc © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Questo ti fa onore. Sembra che questa sensibilità sia sempre più rara tra tutti quelli che scrivono libri, che solitamente hanno un unico obiettivo: mettere sé stessi e il proprio ego in primo piano
Probabilmente c’è lo sguardo nostalgico verso il passato, il desiderio di fare un libro come si scriveva una volta, senza piazzare strategicamente dei riflettori all’interno dello scritto che a un certo punto si accendono e mi illuminano della luce giusta per farmi bello. Anzi, se riesco a mettermi in ridicolo lo faccio volentieri, perché sono il primo che si divertire a sfottersi. Diciamo che ho più un approccio da comico che da rapper. 

 

Si prendono tutti molto sul serio
Sì, ma va bene così. Il rap è soprattutto celebrazione di sé stessi. Sono io a essere strano. 

 

Il libro inizia dalla tua nascita e arriva fino alla pubblicazione di Fight da Faida, nel 1992. Mi è piaciuto molto – anche perché mi ci sono riconosciuto – il tuo approccio al rap, inteso come il risultato di una continua passione e ricerca
Era una cosa nuova. La tv e i giornali che avevo a casa non ne parlavano e io ero piccolo. Ogni tanto arrivavano dei frammenti folgoranti, tipo i breakers in Flashdance o una foto piccola su Ciao 2001 dei Beastie Boys. Una volta andai a Londra con i miei e iniziai a comprare i primi dischi guardando solo le immagini di copertina. Dovevi avere un approccio da esploratore, bisognava mettersi il caschetto e cercare in giro elementi e indizi.

 

C’è stata una fase della mia vita da bimbo che nemmeno sapevo che si chiamasse rap. “Questi che parlano sulla musica… è una cosa bellissima” dicevo. 

 

La nostra forse è stata l’ultima generazione che in Italia ha scoperto un genere musicale nuovo ed epocale. Forse l’ultima volta è successo un decennio più tardi con la house e techno, ma a quel tempo i canali di informazione erano già più evoluti
Scrivendo il libro ho riflettuto di come grazie a questa mia ricerca e passione, venivo a scoprire  collateralmente altre cose. A un certo punto vedevo che un artista di pop art entrava in connessione con i b-boys che ballano e con i vagoni pitturati della metropolitana e immediatamente Keith Haring diventava un elemento importante, e così un ragazzino inizia a interessarsi alla pop art, conosce Lichtenstein e le cose più strane di Warhol. Si aprivano un sacco di finestre su altri territori. E tutto questo spesso guidato solo dalle immagini e non unicamente dalla musica. 

 

Frankie hi-nrg intervista

Frankie hi-nrg mc © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E senza l’aiuto di fratelli maggiori
Era difficile che il fratello maggiore – di amici, perché ero figlio unico – ti potesse proporre l’hip-hop. Però magari ti introduceva al funk o al soul, e mi guidava verso James Brown o i Mandrill, un gruppo funk pazzesco. Ti facevano conoscere le radici di quella musica che ti faceva impazzire.

Comunque sia c’era sempre una relazione: poi però da dopo il 2000 è successo qualcosa che ha fatto tagliare i ponti con il passato
Sì, tutto è cambiato più o meno da quando è nato Youtube: da allora i fratelli maggiori usavano dei media e i fratelli minori degli altri media. Da quel momento è mancata una connessione, una piattaforma comune, ognuno aveva la propria.

 

E quindi i fratelli minori da chi si facevano consigliare?
Dai loro coetanei, e il più delle volte consigliavano cantanti e artisti coetanei. Da lì si è creata una sorta di scisma, così l’eredità culturale in materia musicale, e non solo, improvvisamente è andata smarrita e si è passato all’autoeredità.

 

L’autoeredità è interessante. In cosa consiste?
Ognuno si crea da solo un patrimonio e una propria cultura musicale e stabilisce da solo ciò che è figo e ciò che non lo è, se vale o non vale, avendo come parametro unicamente il numero delle view. Quindi uno è bravo perché ha tante view, perché fa successo. 

Ecco, oggi il “successo” sembra essere la parola chiave di tutto
Ho incontrato tantissimi ragazzi negli anni ’90 e primi anni zero, fan, apprendisti musicisti o semplici appassionati di musica e non mi è mai capitato di trovare qualcuno che mi chiedesse come si fa a fare successo.

 

Adesso non ti chiedono altro, vogliono solo il successo, non gliene frega un cazzo di come raggiungerlo. Se tu gli dicessi “Guarda devi concedere tua sorella e poi devi donare un rene” si presentano pochi minuti dopo con la povera da sacrificare.

 

Parabole faustiane a manetta…
È così. E questo è un po’ un peccato, sopratutto per loro, perché si perdono tante cose belle e sono costretti ad ascoltare anche tanta merda. Perché al di là delle cose del passato, anche oggi in musica girano cose eccellenti.

 

Frankie hi-nrg intervista

Frankie hi-nrg mc © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Fammi un paio di nomi
Be’, Billie Eilish è bravissima, poi anche se sono di un po’ di anni fa penso che i Die Antwoord abbiano ancora un suono pazzesco.  

Forse le nuove generazioni vivono solo dentro un enorme ed eterno presente, se ne fregano di scoprire il passato
Questo affrancarsi dalla storia ha messo un sigillo di garanzia al fatto che tutto quel che viene dal passato è una merda. Io penso che l’approccio di delegittimazione del bello in favore della consacrazione del ricco è un’atrocità per la quale la nostra generazione non ha fatto nulla e non sta facendo nulla.

Chi sono i colpevoli?
Tutti. Famiglia, scuola, i media, l’intrattenimento in generale. Li abbiamo lasciati da soli con i loro smartphone. Siamo responsabili di una catastrofe in corso e che ci sta portando tutti nella voragine. E finché lo fa con gente della nostra età che un po’ di vita l’ha vissuta non è un problema, ma quando vedi un quindicenne che è inebetito dal nulla, ignorante come una capra, allora ti incazzi. Provi a parlargli, e quando gli mostri un video di 40 anni prima, gli fa cagare a prescindere. “Ma non lo vedi? È Afrika Bambaataa, è figo  Questo lo dici tu” ti rispondono. 

 

Molti della nostra generazione attenti alle cosiddette sottoculture vedono nella nuova scena trap e rap gli stessi elementi del punk
Mah, non so. È difficile da capire. Anche se personaggi come Achille Lauro sicuramente guardano in direzione altre, mi sembra che abbia uno sguardo più ampio e più lontano. 

 

Guarda al passato, anche se un po’ in modo generico, giocando con degli stereotipi
Pensa al testo di Anarchy in the U.K. dei Sex Pistols  I am an anti-Christ, I am an anarchist. Don’t know what I want but I know how to get it”. Non mi dire che c’era profondità e che non c’era superficialità nell’accettare di mettersi la maglia con la svastica che la moglie del tuo produttore (ndr: Vivienne Westwood, moglie di Malcolm Mc Laren, produttore della band) ti imponeva. Ce n’era a pacchi. Eppure quella superficialità, tutta quella saliva che galleggia sulla superficie del sistema si è rappresa ed è arrivata ai giorni nostri costruendo anche una coscienza. Non possiamo escludere che la stessa cosa, con modalità totalmente differenti, non la possano fare anche questi trap-para-punk. 

 

Frankie hi-nrg intervista

Frankie hi-nrg mc © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Tu la ascolti la trap?
Ma certo. Ci vuole esplorazione anche qui. Se non ti metti ad ascoltare Izi e Tedua non potrai dire se sono bravi o fan cagare. Di certo non sono uno che si scandalizza perché parlano della droga o li ritiene futili perché citano le marche dei vestiti: 50 Cent e tutti gli altri non hanno parlato d’altro per anni. 

E cosa ne pensi?
Musicalmente ci trovo poca energia rispetto all’hip-hop. Però forse qua e là qualcosa di interessante c’è. 

A proposito, lo hai visto il 1° Maggio?
Ne ho visto una parte. Ho visto la bella esibizione di Daniele Silvestri che ha messo sul palco musica suonata bene, canzoni, contenuti e anche leggerezza. Ghali mi è piaciuto. Per il resto mi è sembrato un po’ il Festivalbar, però con l’estate che deve ancora iniziare. 

Di te mi ha sempre molto colpito il fatto che non eri schierato. Non eri come il Jovanotti dell’epoca tutto disimpegno, ma nemmeno tra i duri e puri delle posse
Sì, ho sempre dichiarato di non avere la patente della street credibility in tasca, non ho mai nascosto di essere borghese, di famiglia benestante. E a quel tempo eri visto come un fascista. Poi col passare degli anni scopro che quei duri e puri, quelli del “perché la strada la strada la strada” erano figli dell’avvocato, del giornalista, eccetera.

 

Perché celare le proprie origini, perché sembrare poveri e stracciati per poter essere creduti? Io penso che per essere creduti si deve dire quello che si è e non fare questo continuo gioco della finzione.

 

Oggi con i social network c’è nuovamente questo problema, anche se in altri contesti
Anche lì. Se scrivo una cazzata su Facebook su un tema politico, ci saranno molte persone che mi mangiano la faccia e altre ancora che civilmente mi fanno notare che ho scritto una cazzata. Io allora prendo quel post ci faccio uno screenshot e scrivo “Ragazzi, scusate, ho scritto una cazzata. Ringrazio tizio che me lo ha fatto notare”.

 

Questa per me è la credibilità, non quella della strada, ma quella degli esseri umani. 

 

Il libro finisce con la pubblicazione di Fight Da Faida che segna l’inizio della tua carriera, questo vuol dire che ci sarà un Faccio la mia cosa 2?
Sicuramente mi interessa di meno raccontare quello che è davanti alle orecchie e agli occhi di chi mi ha seguito fin qui.

 

Poi, sono sincero, un libro sulla mia storia artistica e su vent’anni di scena italiana hip-hop, in questo momento non ho la minima intenzione di scriverlo. Anche perché tocca mettersi in ballo con uno degli ambienti più permalosi del mondo.

 

Penso alla fatica che ha fatto il bravissimo Enrico Bisi con il suo Numero Zero, il doc sulle origini dell’hip-hop italiano. Mi interessava raccontare come era nato Frankie hi-nrg mc e anche della mia famiglia.

 

Frankie hi-nrg intervista

Frankie hi-nrg mc © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Si percepisce che in questo libro ti sei divertito a scrivere
È proprio così. Non avevo mai scritto una cosa così lunga e che avesse questo tipo di respiro. Mentre in un tema a un certo punti ci piazzi un climax, qui invece hai la possibilità di centellinare, far salire e scendere la tensione e il racconto. Scriverò sicuramente un altro libro, ma non credo proprio che sarà lo sviluppo di questo tema. 

Però so che Faccio la mia cosa avrà un’altra estensione teatrale. Ci puoi fare uno spoiler?
Oh, certo. Si parte ad ottobre. Sarà la declinazione in forma di racconto teatrale di una parte del racconto del libro. Invece dei QrCode presenti nel libro sarò io il dj che proporrà i video e le canzoni.

 

Perché io posso descrivere Afrika Bambaataa vestito come un vichingo pazzo ma se te lo faccio vedere, allora capisci veramente perché quella banda che sembra uscita da un carro di Viareggio mi ha cambiato la vita.

 

Tuttora quando sento Planet Rock io non riesco a star fermo. L’idea è quella di ascoltare Grandmaster Flash e Rockit di Herbie Hancock tutti insieme, portare in scena un clima di happening e di leggerezza. Perché in fondo io non sono un attore. 

Anche se lo sei stato…
Ho recitato per gioco, ma sono state esperienze belle. Ho girato a Livorno con Carlo Virzì, sono stato chiuso in un armadio da Antonio Rezza, coricato nello stesso lettino con Claudio Santamaria in Paz. Esperienze segnanti. 

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