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La longevità del male

“In Cina è in atto un genocidio contro la minoranza musulmana”: parla la ricercatrice uigura Dilnur Reyhan.

di Maria Elena Gottarelli

Secondo la definizione ufficiale delle Nazioni Unite adottata nel 1948, per “genocidio” si intende una serie di atti perpetrati allo scopo di: “distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”.

 

Per quanto nei Paesi occidentali di matrice liberaldemocratica possa apparire assurdo, lo sterminio di una o più minoranze su base etnica rimane a tutt’oggi un tema attualissimo.

 

È il caso della Cina, dove una serie di inchieste giornalistiche, testimonianze dirette e rapporti dell’ONU hanno documentato l’esistenza nella regione di Xinjiang – nord ovest del Paese – di campi di detenzione riservati alla popolazione uigura, minoranza etnica stanziata nell’ex Turkestan orientale, di religione musulmana e lingua turca. 

 

intervista Dilnur Reyhan

© Alessandro Digaetano / LUZ

 

Qui, dalla metà degli anni ‘90, Pechino porta avanti una politica persecutoria che dal 2010 si è intensificata drammaticamente, fino a sfociare in una vera e propria repressione di massa, che include la prigionia e la sterilizzazione forzata delle donne. In seguito a un’inchiesta del New York Times del 2019, la Repubblica Popolare Cinese ha ammesso l’esistenza di campi di detenzione riservati alla minoranza di religione musulmana, giustificandoli però come luoghi di “rieducazione” dedicati esclusivamente agli estremisti islamici affiliati di Al Qaida e dello Stato Islamico. Negli ultimi anni, però, si sono susseguite gravissime denunce da parte di alcuni testimoni riusciti a fuggire dai campi di detenzione, che hanno raccontato delle pratiche disumane cui sarebbero stati sottoposti: oltre alla sterilizzazione e agli aborti, torture fisiche e psicologiche di vario genere, ore di lavoro non remunerate, matrimoni forzati, disgregazione dei nuclei familiari. L’obiettivo, secondo queste testimonianze e secondo svariate inchieste, è la distruzione dell’etnia uigura tramite eliminazione fisica e/o assimilazione culturale. Particolare scalpore ha sollevato nel 2019 un video girato da un drone e postato sui social network in cui appaiono schiere di persone bendate e rasate, prelevate in una stazione in Cina e costrette a salire su treni diretti in un luogo ignoto. Il video è stato valutato come autentico dall’analista ASPI (Australian Strategic Policy Institute), Nathan Ruser. L’ambasciatore cinese in Regno Unito ha dichiarato di non sapere “da dove provenga il video”, negandone l’attendibilità.

 

intervista Dilnur Reyhan

© Adam Dean / Panos Pictures / LUZ

 

Dilnur Reyhan è una giovane donna di etnia uigura, emigrata a Parigi nel 2004, dove tuttora vive e lavora come ricercatrice presso l’Inalco (Institut National des Langues et Civilisations Orientales). In Europa è una delle rare voci accademiche di cultura uigura, testimone e custode di una tradizione fortemente minacciata. Negli ultimi tempi si è divisa tra il lavoro in Università e il suo ruolo mediatico: in seguito all’ultima inchiesta di Associated Press, che ha portato all’attenzione globale lo sterminio degli abitanti della regione di Xinjiang, è stata spesso interpellata dai media francesi ed esteri per rispondere alle domande sulla condizione del popolo uiguro in Cina. Fondatrice e presidente dell’Istituto Uiguro d’Europa, Dilnur non si definisce un’attivista, non prende parte alle manifestazioni di piazza né tiene a schierarsi politicamente. “Sono una ricercatrice – chiarisce – mi limito ad illustrare quello che accade nella regione in cui sono nata e cresciuta e a divulgare la cultura uigura in Europa”. 

 

Nelle parole e nell’atteggiamento di Dilnur coesistono due tipi di sapere: quello accademico, che deriva dallo studio approfondito e sistematico di una materia, e quello umano, che nasce invece dalla sofferenza di un’esperienza personale (quasi) intraducibile a parole. 

 

intervista Dilnur Reyhan

© courtesy of Dilnur Reyhan

 

Dilnur Reyhan, grazie al suo lavoro di ricercatrice lei è diventata un punto di riferimento fondamentale per chiunque, in Europa, voglia approcciarsi alla cultura uigura e conoscere le condizioni di vita di questa minoranza in Cina. Ci può descrivere il suo percorso, dal periodo in Cina fino all’arrivo in Francia?
Sono arrivata a Parigi nel 2004 per proseguire gli studi, come del resto hanno fatto la maggior parte degli uiguri emigrati in Francia.

 

Ho preso questa decisione dopo un anno di ripetute discriminazioni su base etnica e di genere sul mercato del lavoro cinese: ero giovane, donna, per di più uigura.

 

Mi sono diplomata in una scuola cinese e facevo parte del 20% degli studenti migliori, ma ciò non è bastato per trovare lavoro nella capitale dello Xinjiang, dal momento che la maggior parte degli impieghi pubblici prediligeva candidati cinesi di genere maschile. Non disponendo né dei mezzi per ottenere qualche raccomandazione, né della predisposizione a sottomettermi a queste umilianti discriminazioni, all’età di 21 anni ho scelto di proseguire i miei studi in Francia, dove ho fondato un’associazione studentesca poi trasformatasi nell’Istituto Uiguro d’Europa.

 

intervista Dilnur Reyhan

© Chris Stowers / Panos Pictures / LUZ

 

Ci può descrivere la condizione in cui vivono gli uiguri residenti in Cina? L’esistenza dei campi di detenzione è stata documentata da svariate inchieste, ma Pechino continua a negare che si tratti di campi di concentramento su base etnica. Lei è nella misura di descriverli, indicarne il numero approssimativo e l’ubicazione?
Il rapporto cino-uiguro è caratterizzato da una dinamica di colonizzazione (coloni-colonizzati) che persiste dal 1949. Prima di quella data, la regione uigura era uno Stato indipendente, vale a dire la Repubblica del Turkestan orientale (ETR, ndr.). La repressione cinese va avanti da quella data, a gradi e intensità differenti a seconda dei periodi. A partire dalla fine del 2016, la politica cinese si è fascistizzata, con la nomina di un nuovo segretario generale al comando della regione di Xinjiang. Da quel momento, sono stati creati dei campi di concentramento per gli uiguri, ma anche per i Kazaki e per gli altri popoli turcofoni presenti all’interno della regione, tutti selezionati sulla base di criteri etnici e religiosi. Si stima che attualmente i campi di concentramento nella regione di Xinjiang siano circa 1400 e che gli uiguri detenuti al loro interno o all’interno di prigioni siano tra i 2 e i 3 milioni. Oltre ai luoghi di prigionia, sono stati anche creati dei campi di lavoro forzato, dove si trovano gli uiguri che hanno “purgato” la detenzione pura e dura, in cui lavorano gratuitamente o comunque a tariffe drasticamente ridotte. In aggiunta, diverse centinaia di migliaia di giovani uiguri vengono deportati nella Cina interna per lavorare come schiavi all’interno di fabbriche gestite da guardie di sicurezza inviate dal governatorato della regione uigura. Questi operai sono costretti a condizioni di vita e di lavoro disumane, di cui abbiamo contezza grazie agli stessi annunci postati sui siti internet cinesi.

 

intervista Dilnur Reyhan

© Adam Dean / Panos Pictures / LUZ

 

E’ corretto utilizzare il termine “genocidio” quando si parla del rapporto tra la Repubblica Popolare Cinese e la minoranza uigura?
Se facciamo riferimento alla definizione data dalle Nazioni Unite, che considera la sterilizzazione forzata delle donne come uno dei criteri di individuazione del genocidio, la risposta è sì. A partire dal 2017, infatti, la sterilizzazione è ampiamente praticata contro le donne uigure, oltre al sequestro di mezzo milione di bambini ai loro genitori, la distruzione di diverse centinaia di migliaia di famiglie, i matrimoni forzati e il lavoro forzato.

 

La Cina utilizza insomma ogni espediente possibile per porre fine all’esistenza di questa popolazione.

 

La Casa Bianca prospetta di qualificare ufficialmente i crimini commessi dalla Cina contro gli uiguri come genocidio.

 

intervista Dilnur Reyhan

© Alessandro Digaetano / LUZ

 

Con quale scopo ha fondato l’Istituto Uiguro d’Europa?
L’Istituto Uiguro d’Europa è l’evoluzione dell’Associazione degli studenti uiguri di Francia che fondai nel 2009 con diversi studenti uiguri. Le giornate di studio, i festival di cultura uigura e la pubblicazione della rivista Regard sur les Ouïghour-e-s erano le principali attività dell’associazione. All’inizio del 2019, abbiamo deciso di trasformare questa associazione studentesca in un istituto. Lo abbiamo fatto per due ragioni: innanzitutto per fornire agli uiguri di seconda generazione (nati in Francia da genitori emigrati) un contesto culturale specifico in cui identificarsi e in cui ritrovare la propria cultura, che è qualcosa di molto importante quando si vive la diaspora.

 

Dopo il 2016, con la creazione dei campi di concentramento, un lavoro intellettuale di sensibilizzazione alla causa di questa etnia è diventato prioritario.

 

Ecco quindi lo scopo dell’Istituto Uiguro d’Europa: difendere e salvaguardare la nostra lingua e la nostra cultura da una parte, sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica e i politici in Francia alla causa uigura dall’altra.

A questo proposito, ritiene che l’Unione Europea stia facendo abbastanza per assicurare protezione ai richiedenti asilo uiguri? E quali sono le principali difficoltà che riscontra un migrante uiguro quando arriva in Europa?
Dipende da Paese europeo a Paese europeo. Quelli occidentali come la Francia, ma anche la Germania, i Paesi Bassi, il Belgio e i Paesi Scandinavi generalmente offrono protezione ai richiedenti asilo uiguri, ma fanno spesso problemi con i “dublinati” – soggetti al trattato di Dublino, ovvero coloro che fanno richiesta di asilo in un Paese europeo diverso rispetto a quello di arrivo, ndr. I Paesi del sud e dell’est Europa, al contrario, non danno alcuna protezione e sono quindi Paesi molto rischiosi per i migranti uiguri.

 

intervista Dilnur Reyhan

© Tim Dirven / Panos Pictures / LUZ

 

Fino al 2019, l’opinione pubblica era molto poco focalizzata sulla crisi uigura, soprattutto in Europa. Oggi, grazie a una serie di inchieste, se ne parla di più e salta all’occhio un possibile paragone con il caso di Hong Kong. In quanto ricercatrice, ritiene che possa sussistere una comunione di intenti tra i dissidenti di Hong Kong e gli uiguri?
Il legame è innegabile e risulta evidente sia nel caso della diaspora uigura che in quello delle contestazioni di Hong Kong. Del resto, proprio durante queste proteste abbiamo riscontrato un chiaro sostegno da parte dei dimostranti nei confronti degli uiguri. Allo stesso modo, se guardiamo alla diaspora, durante ogni manifestazione uigura è presente qualche hongkonghese.

 

Personalmente ritengo sia necessario unire le istanze degli hongkonghesi, dei tibetani, degli uiguri e anche dei taiwanesi, che sono le prossime vittime designate dell’imperialismo cinese.

 

Un’ultima domanda riguardante la sua esperienza personale. Lei come molti giovani uiguri è arrivata in Europa da sola, lasciando dietro di sé tutti i suoi affetti. Che rapporti ha con la sua famiglia? Vi sentite spesso? Come stanno?
È vero, tutta la mia famiglia abita ancora nello Xinjiang. Dal 2018 non ho più potuto comunicare con loro attraverso l’app cinese WeChat, per paura che entrare in contatto con un parente all’estero potesse essere motivo di un eventuale arresto. Del resto, la stessa cosa hanno fatto la maggior parte degli expat uiguri, giudicando troppo rischioso comunicare con un mezzo controllato dallo Stato. Contrariamente agli altri uiguri della diaspora, però, sono riuscita a sentire telefonicamente la mia famiglia fino all’inizio del 2019, grazie a un’amica che faceva da intermediaria. Poi, anche quell’ultimo metodo di contatto è stato tagliato dalle autorità cinesi e ora è quasi un anno che non li sento più.

 

Foto in copertina © Chris Stowers / Panos Pictures / LUZ

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