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Lo scrivano della pelle

Gian Maurizio Fercioni racconta il suo viaggio nel mondo del tatuaggio: da Moby Dick ai marinai, dai tatuaggi Old School a internet (che oggi ha cambiato tutto)

di Nicolò Barattini

Gian Maurizio Fercioni racconta il suo viaggio nel mondo del tatuaggio: da Moby Dick ai marinai, dai tatuaggi Old School a internet (che oggi ha cambiato tutto)

Mi chiedono spesso quando sia nato il tatuaggio. Io rispondo che è nato con l’uomo. L’uomo ha sempre avuto il desiderio di differenziarsi dall’animale e di fare del suo corpo quello che voleva”. Col fiore all’occhiello e un’eleganza da dandy ottocentesco Gian Maurizio Fercioni ci accoglie nel suo Queequeg Tattoo Studio & Museo – non un semplice studio, ma un vero e proprio museo sull’arte del tatuaggio.

Classe ‘46, milanese di origini toscane, Fercioni è stato uno dei primi – se non il primo – ad aprire un Tattoo Studio a Milano. La data ufficiale è il 1974, anche se tatuava già dal 1968. Da sempre amante del mare, inizia a vedere i primi tatuaggi grazie ai marinai che incontra fin da ragazzo nel porto di Viareggio.

Lì scatta la scintilla che lo porterà a viaggiare per il mondo e a tatuare in qualsiasi contesto: dalle prostitute marsigliesi ai rampolli dell’aristocrazia italiana, dagli ex detenuti di San Vittore al regista Gabriele Salvatores.

Per non farsi mancare nulla porta avanti l’attività di scenografo e costumista, collaborando con i più importanti teatri d’Europa. Ma oggi siamo qui per parlare di tatuaggi.

Come ti sei avvicinato al tatuaggio?
La passione del tatuaggio mi è nata con delle letture. Mio padre mi regalò Moby Dick di Melville. Un libro di grande fascino. Mi colpì la figura di Queequeg, questo arpioniere maori che abbandona la propria tribù, al quale ho dedicato il nome dello studio. Ti dico soltanto che lui è tatuato da capo a piedi.

Quando ti sei fatto il primo tatuaggio?
Da ragazzo venivo mandato in punizione a Viareggio a studiare. Te lo immagini? Stavo a zonzo da mattina a sera. Frequentavo soprattutto il porto. C’era una barca da regata che era appartenuta a Göring, che era stata requisita dagli inglesi e stazionava all’ormeggio nel porto di Viareggio. A bordo c’era come guardiano un medaglia d’oro della Marina, un certo Paolo Volpe, marinaio che era capace, avendo fatto il giro del mondo, di tatuare a mano. Insomma mi ha tatuato un’ancoretta sull’avambraccio.

Quanti anni avevi?
14.

Ok, poi sei tornato a casa
Io ero felice. Poi arrivo a casa, pensando di suscitare agitazione. Per cui a tavola, cosa che non si poteva fare perché a casa nostra c’era molta disciplina, per fare il bullo mi sono rimboccato le maniche.

 

Non mi ha filato nessuno. Nessuno mi ha detto: “Cosa hai fatto!?”. La cosa mi fece anche girare un po’ le balle. E allora ho continuato.

 

Poi hai cominciato a tatuare
All’inizio tatuavo i miei compagni di scuola. Ricorderò sempre un tatuaggio che ho fatto a un mio amico. Erano gli anni ’60 ed era molto in voga la marijuana e l’LSD. Questo era uno che ci dava dentro di brutto, e girava il mondo. Doveva andare in Brasile e mi aveva chiesto di fargli un tatuaggio: un demonio col mondo in mano. Partì per il Brasile, andò nel Rio delle Amazzoni e si accampò lì insieme ad alcune tribù; solo che lo lasciavano a dormire nella foresta, fuori dal villaggio, perché avevano il terrore che il demone entrasse in loro mentre dormivano. Immagina un po’ dormire nella foresta pluviale, pieno di pantere e rumori assurdi. L’ha pagata con sensazioni forti diciamo.

 

Gian Maurizio Fercioni Intervista

Gian Maurizio Fercioni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Nel frattempo portavi avanti la tua attività di scenografo
Mi sono diplomato all’Accademia, però già collaboravo col Piccolo Teatro, come assistente. L’amore per il teatro nasceva da molti fattori, mio nonno Spartaco, era pittore ma anche un baritono importante che aveva cantato alla Scala.

Ho letto che nel ’68 sei stato accoltellato. Se non sbaglio eri a Marsiglia
Io ho sempre messo in parallelo le mie professioni, quella di tatuatore e quella di scenografo, ed ero abituato a lavorare nei teatri dell’Opera. A Marsiglia stavamo facendo il Don Giovanni, finivamo sempre verso mezzanotte e quindi mi ritrovavo ad andare nei bar. Io sono sempre stato uno che metteva il naso nei posti peggiori, anche perché incontravi gente divertente, non il piccolo borghese noioso… c’era tutta gente un po’ fuori di testa, nel bene e nel male.

Insomma le premesse non erano delle migliori
Andavo in questo bar, giù al porto. Veniva sempre un tipetto, piccolo, con un baschetto, classico marsigliese coi baffetti, foularino rosso. Questo qui, tutte le sere, molto gentilmente all’inizio, mi offriva il Pastis. Io rifiutavo e vedevo che non gli piaceva questa cosa. Una sera me lo fa trovare davanti e mi dice: “Devi bere”. “Ma come devo bere? Non sono mica obbligato, poi a me non piace. Te l’ho già detto“.

 

A questo punto vedo che fa un movimento strano ed estrae il coltello. Io istintivamente mi alzo e lui mi pianta il coltello nella gamba. Se non mi fossi alzato me lo avrebbe piantato nello stomaco e sarei andato al creatore. Poi di reazione, facevo il pugile, gli ho tirato un cartone. È caduto in terra ed è rimasto lì stecchito. A quel punto le bariste mi hanno cacciato.

 

A Milano che aria si respirava negli anni ‘70 rispetto ai tatuaggi?
A Milano è stato un delirio. Io ho aperto il primo studio in via Formentini. In una settimana avevo visite dalla Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri. Allora chi si accostava ai tatuaggi, lo zoccolo duro della clientela del tatuaggio, erano centri sociali, punk, skin. Giù in cortile o per strada questi si pigliavano e si accapigliavano, per cui botte da orbi. Tutto questo poi andava a discapito dello studio, perché era visto come un covo di fuori di testa.

Sei stato anche in Giappone. Lì hai stretto amicizia con Horiyoshi III. Cosa hai imparato da lui?
Devo dire che è grazie a lui se ho smesso di tatuare all’europea, ovvero col cliente seduto. Di fatti dopo un po’ mi si intorpidivano le mani. Horiyoshi mi fa: “Ma perché non tatui da sdraiato?”. Da allora tatuo così. Qualsiasi sia la posizione io tatuo col cliente sdraiato. E in effetti c’è un grande giovamento: non ti va via il sangue dalle mani. Da Horiyoshi poi ho imparato il Tebori, la tecnica manuale giapponese. Mi ha insegnato a comporre gli aghi, incollati con la carta di riso e poi montati col filo su una bacchetta lunga.

Nei viaggi pazzeschi che hai fatto hai raccolto tantissimo materiale che oggi esponi qui nel Museo. Come hai recuperato tutti questi oggetti?
Allora non c’era questo mercato bieco che c’è oggi. Adesso vai su internet e compri. Ai tempi andavi, se ti facevi ben volere dal tatuatore facevi dei cambi: tu gli davi dei tuoi disegni e lui magari ti dava delle tavole. Lo stesso con le macchinette. Le mie vanno tutte, comprese quelle miserabili prese in India. Poi ho dei clienti maniaci che vanno di là e mi dicono: “Mi fai il tatuaggio con questa macchina?”.

 

Gian Maurizio Fercioni Intervista

Gian Maurizio Fercioni © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Soprattutto nel passato il tatuaggio era associato alla malavita. Oggi le cose sono cambiate?
Diciamo che il tatuaggio ha insita una negatività per il pubblico borghese. Ti dico, quando mi guardano mi squadrano. Penso a una mia lontana parente, nobile fiorentina. Eravamo a un tavolo d’estate. A un certo punto mi rimbocco le maniche e lei vede i tatuaggi. Questa si alza e cambia posto. Per dire che testa c’è ancora in giro. È successo 6 anni fa, non nell’’800.

 

In passato era diverso?
Una volta era difficile che le persone mostrassero il tatuaggio con facilità. Era tutto molto intimo e discreto. Oggi invece è tutta una gara a chi ne ha di più. Tu pensa che Hoffmann, tatuatore di Amburgo, che era già tutto tatuato, a 80 anni chiese il permesso alla famiglia per tatuarsi le mani. Prima c’era una deontologia e uno stato morale più discreto, più educato e rispettoso, sia di se stessi che degli altri.

 

L’ultimo tatuaggio che ti sei fatto?
Adesso non saprei dirtelo. Io ne ho tantissimi sulle chiappe, uso marinaresco in stile anglo-scozzese. Durante le regate, quando passavamo una barca sottovento ci si tirava giù i pantaloni e si mostrava il culo. Io ho una bella scritta: Keep Calm, con un bel teschio sopra. Poi ho un omaggio ai miei morti, sulla chiappa destra; sulla sinistra ho una grande ancora che mi ha fatto un tatuatore di Genova.

Come è cambiato l’uso del tatuaggio oggi rispetto agli anni ‘70?
Oggi è tutto molto esibizionistico. È diventato anche molto commerciale, internet ha appiattito tutto. La gente non sa nemmeno quello che si tatua. Come quel bullo che è entrato qui l’altro giorno: giubbotto di pelle, moto fuori. Si toglie il giubbotto e vedo che ha due rondini sul petto, gli faccio: “Tu sei gay”. Questo mi guarda, penso: “Vedrai adesso scatta la rissa”. Lui offesissimo. Gli spiego: “Tu hai due rondini maschio. Nella comunicazione marinaresca se hai due rondini maschio devi stare attento ad andare in cuccetta. Se hai maschio e femmina vuol dire che sei accomodato, se hai due femmine, vuol dire che sei un donnaiolo”. Però queste cose il suo tatuatore non le sapeva evidentemente. Oggi i tatuatori parlano di Old School e non sanno neanche cosa voglia dire.

In che modo internet ha cambiato la cultura del tatuaggio?
Il guaio di internet è che ha appiattito tutto e ha ammazzato i significati. Oggi il tatuaggio è diventato un fatto puramente estetico e di moda. Sai cosa diceva Oscar Wilde della moda? “La moda è così brutta che è bene cambiarla ogni anno”. Fatti una roba tua, per cui evita di vedere internet, altrimenti ti stancherai di sicuro di quello che ti fai tatuare, o perlomeno prendi ispirazione da internet e poi vai dal tatuatore a chiedergli il Tuo tatuaggio. Se guardiamo le società cosiddette “primitive” – che son meno primitive di noi – hanno tutti dei tatuaggi carichi di significato.

Ad esempio?
Nella cultura polinesiana c’è un tatuaggio famoso tra i pescatori: una manina, cinque dita; può essere piena, tutta nera, o avere solo il profilo. La mano piena vuol dire che sei un bel pescatore, che raccoglie. Se hai solo il profilo vuol dire che sei un neofita, però c’è sempre la possibilità di riempirla. Per cui c’è un valore culturale forte. Noi l’abbiamo perso.

Che cos’è il tatuaggio per Gian Maurizio Fercioni?
È l’espressione più intima dell’uomo, nel bene e nel male. I vecchi tatuatori dicevano che l’abilità di un tatuatore è quella di far affiorare sulla pelle quello che c’è già sotto. Per cui i tuoi amori, i tuoi inganni, i tuoi trionfi, i tuoi sogni, i tuoi incubi. Quando hai a che fare con un bravo tatuatore, che questo tipo di energia ce l’ha, vedi che il tatuaggio è diverso.

 

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