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Una donna che conta

L’economia per la generazione Z? È su Instagram: Imen Jane ci ha spiegato come si fa.

di Domitilla Ferrari

La fumettista Takoua Ben Mohamed racconta che a dodici anni decise autonomamente di indossare il velo. Il commento di un suo compagno di classe fu: “Talebana terrorista”. Al che lei chiese: “Cosa significa?” e il bambino rispose: “Non lo so”. Non lo sapeva nessuno dei due. Così ha iniziato a studiare per capire e raccontare con ironia gli episodi della sua vita di tutti i giorni. Come lei anche Imen Boulahrajane ha deciso di informarsi profondamente per spiegare a tutti l’economia. Lo fa in 15 secondi su Instagram a 131mila follower, ogni giorno.

Nata a Varese nel 1994, laureata in Economia e Amministrazione delle Imprese, in Bicocca, ha fatto esperienza di consulenza in comunicazione politica. Ha iniziato a sentire la necessità di capire le notizie di cui sentiva parlare a 7 anni. 

 

imen jane intervista imen jane economia instagram

Imen Jane © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Perché?
Mi chiedevano opinioni su tematiche molto più grandi di me. 

 

Visto che le mie origini erano marocchine iniziarono a chiedermi cosa pensassi di quanto accaduto in America: era il 2001. Per poter rispondere dovevo studiare, fuori dal programma scolastico. In questo periodo storico abbiamo tutti la responsabilità di farci voce di una storia.

 

Ma anche se è stato quello il motivo, poi ho continuato a voler sapere sempre di più delle cose che avvengono. 

E anche oggi sei qui che leggi tutti i giornali per spiegarci cose come la Brexit o la crisi di Governo, come si dice fai news literacy.
Mi piace analizzare le cose, ragionare. Tutto questo è frutto della curiosità. Per me informarmi è diventata un’abitudine senza la quale io ora non saprei vivere, ma è una questione che deve nascere da te oppure devi aver avuto buoni esempi. 

Tu parli alla generazione Z?
Tutti cercano di farmi dire che ho un target giovane: una giovane che parla ai giovani. Instagram è di fatto già uno strumento per loro. La fascia di età più rappresentata su Instagram è bene o male quella di mezzo però poi ci sono anche le persone con più di sessant’anni che mi seguono.

 

Io non vado a cercare specificatamente un target giovane, anzi cerco di aprire a tutti e farmi capire tanto dal sedicenne quanto dal signore di sessant’anni, un target il più ampio possibile, che va davvero dal ragazzino al professore di economia. 

 

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Imen Jane © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Perché hai scelto proprio Instagram?
Instagram è uno strumento potentissimo che può essere utilizzato bene per finalità più serie, per informare ed essere informati.

 

Non siamo liberi se non siamo informati eppure i giovani non vanno alle conferenze, non sono interessati all’informazione offerta dalla tv generalista.

 

Però poi non è neppure vero che i ragazzi se ne fregano e questo lo vedo dalle interazioni che hanno le mie stories. Serve forse parlare un linguaggio che li metta a loro agio.

E gli altri social media che usi?
Solo Twitter dove sono però meno attiva, ma leggo molto. Facebook per me è morto definitivamente. L’ho usato tantissimo, poi quando sono passata completamente a Instagram ho smesso perché ha un altro tipo di taglio e non ha senso fare un doppione lì. E poi la verità è che già solo a star dietro a tutte le interazioni che ho su Instagram sto impazzendo.

Quanto tempo impieghi a rispondere a tutti? Per quanto tempo sei online?
Tantissimo. 

 

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Imen Jane © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Fammi un esempio di giornata tipo.
Appena mi alzo guardo le notifiche e leggo newsletter varie per sapere cos’è successo nella notte. Se ci sono breaking news. Apro Instagram per vedere se è montata qualche polemica e inizio a rispondere a qualcuno.

 

Questo è il mio “momento rispondi” e poi inizio a capire quali saranno le cose da fare oggi così inizio a impostare il lavoro, per esempio se oggi si riunisce la Commissione Europea allora devo tenermi libera per le 13 quando di solito fanno la diretta per capire che cosa stanno dicendo e di lì poi organizzo un po’ le varie tappe della giornata. Poi c’è il “momento creazione” dove tendo a fare le stories tutte in blocco, cioè non ne faccio una e poi un’altra dopo un’ora: le faccio in blocco in modo tale che ci sia quasi un servizio pronto, che i video uno dietro l’altro siano strutturati con un topic che risponda a tutte le domande che possono essere fatte.

 

Il “momento feedback” consiste nell’analizzare cosa si è capito bene, cosa non si è capito, qual è stato l’impatto. Per esempio quando ho lanciato la notizia delle proteste di Hong Kong che io volevo giusto accennare ho ricevuto tante domande, c’era molto interesse, più ancora della crisi di Governo, e lì allora ho capito che quello era un topic da approfondire.

 

Faccio sempre così: in base alle risposte che ricevo riesco a capire quali sono gli interessi del pubblico il che secondo me è un grandissimo vantaggio rispetto ai quotidiani che non capiscono se non in ritardo quale sia l’esigenza dei loro diversi pubblici, cosa vuole sapere ognuno e dove devono puntare di più. 

E come fai con gli approfondimenti?
Metto link di rado, tendo comunque a mettere sempre più materiale multimediale perché è quello che funziona: l’articolo, la scrittura sono un di più.

 

Quello che funziona di più in assoluto è il video selfie perché chi parla è come se stesse parlando proprio con te e rimane incollato. 

 

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Imen Jane © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Che per me sarebbe una sorta di… momento Lilli Gruber, ma non lo so: qual è il tuo riferimento?
Lilli Gruber usa un linguaggio mediatico, ma nelle stories non funziona: quando ti metti davanti alla camera per fare il video non puoi fare la giornalista, è la modalità chiacchierata che funziona, devi fare quella che sta parlando alla sua amica. 

Quindi che consigli daresti a chi vuole iniziare a raccontare sé e le proprie competenze così come fai tu?
Ognuno ha il suo registro linguistico. Io, per esempio, non ho mai detto una parolaccia, cioè in vita mia sì ma su Instagram no perché quando sento le parolacce dette dagli altri mi danno fastidio e quindi ho deciso di non dirle mai e davvero non le ho mai dette: su Instagram non stai parlando davvero ai tuoi amici. Quando incontri una persona nuova non esordisci usando parolacce a mo’ di intercalare, perché non sai che hai davanti e soprattutto non è cortese esordire così con una persona che non conosci.

 

Un consiglio, quindi è questo: assolutamente non dire parolacce che ti abbassano molto di livello. Il video selfie l’ho fatto sempre comunque facendo finta di parlare veramente con un amico, ma assolutamente no a frasi effetto “Buongiorno amici adesso vi parlo della notizia del giorno”.

 

Poi io uso tantissimo i copy: un video senza testo non ha senso perché la gente scorre e va avanti se non legge anche un titolo.

Ma nel “Buongiorno amici” c’è anche un po’ il linguaggio di YouTube: è per questo che non sei una Youtuber?
Io su Instagram condivido tutto, le persone sanno cosa sto facendo, come mi vesto, cosa mangio. C’è una dimensione personale che avvicina. Su YouTube invece magari uno vedrebbe un mio video in cui racconto cosa fa Mario Draghi sentendosi libero ovviamente di opinarlo senza conoscere me e il contesto di quello che racconto.

 

YouTube è uno spazio che non mi appartiene, non dà il senso di community. Su Instagram invece non è così grazie a quella che io considero una dimensione familiare tant’è che non ho mai ricevuto insulti razzisti né di nessun tipo. 

 

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Imen Jane © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Questo te lo avevo già sentito dire e effettivamente mi aveva stupito che nessuno ti avesse mai detto qualcosa fuori posto.
È una cosa incredibile, ma credo sia perché io comunque sono cresciuta grazie al passaparola quindi si presume che il passaparola l’abbia fatto una persona a un’altra a cui pensava potessero interessare le cose che dico.

 

Il mio è un pubblico super selezionato. La mia ricetta sta proprio in quello: non sono cresciuta come un personaggio televisivo che quindi attira chiunque, non ho fatto campagne di adv, ma un lavoro su un target super mirato grazie ai contenuti che condivido.

 

Chi mi segue sono essenzialmente tutte persone che hanno qualche interesse per i miei temi. Se non sono d’accordo me lo fanno sapere, certo, ma in un modo molto educato e comunque sempre mirato alla cosa che ho detto e non a me, perché ho abituato le persone a sentire cosa sto dicendo e non solo a guardarmi. 

Parliamo di bot. Hai avuto un problema di shadow ban mi pare, com’è successo?
È successo per le violenze di Hong Kong. È stata un’azione fortemente mirata a seguito di una segnalazione di massa da parte di questi bot che io continuavo a bloccare finché non sono andata a dormire. Il giorno dopo mi son trovata la festa.

 

Colpa di questi bot incredibili che non è che lavorano da soli, ma come parte della campagna governativa cinese che voleva mettere a tacere tutto quanto fosse pro-Hong Kong. Cercando con l’hashtag uscivano solo post pro-Cina, una cosa che a me ha sconvolto perché nel libero Occidente non riuscivo a fare quello che volevo.

 

Qualcuno che tentasse di levare qualcosa di scritto mi ha fatto capire ancora di più che cosa stava succedendo. Il mio non è stato un caso unico, era una cosa strutturata, studiata. Non ho smesso di raccontare allora cosa stavo leggendo altrove.

Prima dicevi del passaparola. Io lo chiamo il fanclub. Tu ce l’hai, lo riconosci?
Chi ti segue non è necessariamente un tuo fan. Io lo odio il fanclub, quella cosa fanatica per cui qualcuno magari mi scrive “Oddio mi hai risposto”. Poi sì ci sono sempre quelle persone che a prescindere da quello che dico o faccio mi dicono che sono bravissima sempre, però io tengo molto più in considerazione le altre, quelle che hanno sempre da dire un “ma”.

 

Se tu noti le persone che hanno sempre un seguito fatto solamente da quelli che le spingono senza critica finiscono sempre male. 

 

Quando ti chiedi: “Ma non ce l’ha un amico?”. È un’espressione che si usa chiedendosi se il tal personaggio prima di uscire con un’esternazione fuori luogo non si sia confrontato con qualcuno dotato di più senno. La stessa espressione si usa quando qualcuno si veste male o fa scelte inappropriate.
Ci sono politici che mi chiedo sempre se non abbiano qualcuno che li consigli davvero, dicendo loro dei no anche se è evidente che amino più essere lusingati. Non accettare le critiche è una cosa molto umana. È ovvio che ci piaccia di più stare a sentire le persone che ci amano e ci lodano ma se non accogli una critica non capisci mai dove hai sbagliato. Ovvio che nessuno di noi è perfetto, ma si può sempre migliorare. Io almeno ci provo.

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