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Critica della ragion impura

“Per fare cose di dubbio gusto, serve gusto”: musica, sesso, politica, moralismi e politicamente corretto secondo Immanuel Casto

di Silvia Bottani

“Per fare cose di dubbio gusto, serve gusto”: musica, sesso, politica, moralismi e politicamente corretto secondo Immanuel Casto

Viso da angelo rinascimentale e modi da gentiluomo inglese, Manuel Cuni in arte Immanuel Casto è il principe del porn-groove: canta di sesso e desiderio, divertendo molti e scandalizzando altrettanti.

Icona gay e del libero pensiero, socio del Mensa (che raccoglie il 2% della popolazione mondiale con il più alto quoziente intellettivo), Casto è un artista unico nel panorama italiano, e forse non solo.

Ci racconta del suo album in uscita, l’Età del Consenso, della sua passione per i giochi, di quella volta che è quasi andato a Sanremo e del perché non ha mai paura di metterci la faccia.

Immanuel Casto, detto anche “Casto Divo” o “il principe del porn-groove”: da dove sei partito?
Il  “progetto” Immanuel Casto nasce ufficialmente quattordici anni fa ma, in realtà, nasce quando ero ragazzino, come un gioco. Giocare per me è la cosa più bella del mondo. Quando mi chiedono “Cos’è la cosa che ami di più?” vorrei rispondere “to play”: “to play a song, to play an instrument, to play a role”, una commedia “is a play”. E poi giocare, in italiano: io sono un grandissimo gamer, soprattutto di giochi da tavolo. Tutto nasce quindi per divertimento, senza prendermi troppo sul serio. Con gli anni poi ho deciso di dare al tutto un aspetto professionale.

A partire dal 2003 hai prodotto tantissimo. Album ed EP, un gioco da tavolo che ti è costato un’interrogazione parlamentare (Squillo) la colonna sonora della serie tv Kubrick, e anche una biografia intitolata Tutti su di me. Dopo l’inedito Piromane il 14 settembre arriva il tuo greatest hits, L’età del consenso
È una celebrazione del mio percorso e del percorso che le persone hanno fatto con me. Ho sempre lavorato nella scena alternativa e sebbene abbia poi raggiunto una visibilità mainstream su alcuni progetti, nasco nell’ambiente alternativo, senza la potenza di fuoco che ha chi lavora nel mainstream. Quello che ho fatto, l’ho fatto grazie a chi mi segue e che è cresciuto con me. Nel disco ci saranno alcuni dei brani più vecchi, qui reinterpretati. Attualmente sto scrivendo materiale per un disco di inediti che uscirà l’anno prossimo, ma dato che sarà una sorta di “giro di vite”, volevo prima fare il punto con questa raccolta.

 

Immanuel Casto intervista

Immanuel Casto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

E il tour?
I miei spettacoli – e li definisco spettacoli perché la cura che ci metto non è quella che ci si aspetta da un concerto ma piuttosto da uno spettacolo teatrale – li ho sempre definiti delle “messe pop” perché chi viene ai miei concerti celebra quel tipo di libertà, il fatto di poter parlare e cantare di certi temi. Nel tour calcherò la mano su questo aspetto: saranno ventidue brani, sceglierò tra i più famosi.

Hai sempre lavorato con molta attenzione sulla tua immagine e sui videoclip: perché è così importante per te la forma oltre alla sostanza?
La cura dell’immagine è sempre stata fondamentale nel mio lavoro. Ci sono varie ragioni: una questione di propensione naturale – il mio primo background professionale è di grafico pubblicitario, ho lavorato come art director per tanti anni e quella professionalità l’ho messa nei miei progetti musicali – ed era poi necessario per il gioco di cui parlavo prima. Potrei riassumere l’inizio del mio progetto come una sorta di parodia o di operazione di decostruzione del pop, dove parto da un’immagine e una sonorità prettamente pop.

 

L’operazione era creare un pacchetto che dal punto di vista dell’immagine fosse coerente con il mainstream, ma dal punto di vista del contenuto fosse completamente dissacrante. Tu vedi una cosa e ne senti un’altra, era questa la sorpresa. Tutt’ora continuo a farlo: per fare cose di dubbio gusto però, serve gusto. Altrimenti si toglie ogni dubbio.

 

Mi piace cavalcare quella linea molto sottile tra ricerca, gusto sublime e cattivo gusto. È bello correre dei rischi, è una cosa che mi è stata insegnata in ambito artistico-accademico, e vale su tanti fronti: al pubblico piace quando ti metti sul ciglio, guardi sotto e stai attento a non cadere. È quella cosa che ti fa trattenere il fiato, è lì che si diventa interessanti. Anche con l’estetica cerco di cavalcare questa linea: di solito ci riesco, qualche volta sono caduto.

Le tue performance musicali si rifanno a un mondo artistico, ancor prima che musicale
È così e sono tantissimi i miei artisti di riferimento, spazio nelle epoche. A livello di formazione, come adolescente, guardavo a quelle icone pop che per prime hanno cominciato a inserire l’immagine nella musica. Penso a David Bowie, poi a Madonna. Ricordo proprio una delle prime interviste video di Madonna, credo su MTV, dove lei parla dell’importanza del videoclip e dall’altra parte un intervistatore messo in crisi, che diceva “fino a ieri eravamo dei musicisti, oggi dobbiamo essere degli attori?”. Un’obiezione perfettamente comprensibile, tuttavia il mercato discografico si è poi evoluto in questa direzione. Per me è stupendo vedere oltre che sentire.

Cosa ti interessa di più oggi dal punto di vista musicale?
I miei riferimenti sono tanti: parliamo di “divette alternative”, come Robyn, Little Boots, Marina and The Diamonds e così via. In generale il pop mi piace e lo seguo anche per interesse professionale. Sperando di non dire qualcosa di inconsistente, dico che oggi i miei riferimenti appartengono al pop alternativo.

 

Immanuel Casto intervista

Immanuel Casto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Soprattutto nell’ultima produzione, ci sono dei tratti più oscuri, delle sonorità più dark. È l’influenza di Keen (il produttore Stefano “Keen” Maggiore), o vi siete incontrati su un terreno comune?
C’è un’evoluzione che parte da me, sui contenuti e sulla musica. Tra i vari epiteti con cui i fan si rivolgono a me c’è quello di “principe del porn-groove”. È stata ed è una cosa che mi diverte molto, ma ammetto che come tutte le etichette adesso comincia a starmi un po’ stretta. Non perché non sia più vera, continuo ad amare quel tipo di comicità e di contenuto liberatorio, sanamente goliardico, però non mi rappresenta più nella totalità. Anche a livello musicale sono cresciuto e il ruolo di Keen è stato fondamentale. Lui è un musicista polistrumentista e un produttore di grande talento. mi aiuta molto. Quando ci siamo incontrati, io avevo già il personaggio, facevo i miei spettacoli però mancava la qualità artistica. Lui l’ha portata insieme a un gusto particolare che mi ha impedito di arricciarmi su sonorità inflazionate. Questa suo interesse per l’alternativo è stato fondamentale per dare originalità e profondità musicale.

 

È chiaro che quando si parla di gusto cade ogni pretesa di obiettività: io non pretendo che chi ascolta un mio pezzo o guarda un mio video apprezzi necessariamente. Ma per quanto riguarda la qualità tecnica, ci sono dei crismi obiettivi e grazie a lui sono alti: le mie produzioni musicali sono di qualità, a livello di stilistico, di suoni, e devo dire grazie a lui.

 

E il sodalizio con Romina Falconi?
Ci siamo conosciuti sul set di Crash, canzone che lei ha inciso senza incontrarmi prima. L’inizio è poco poetico: abbiamo un manager in comune, mi serviva una voce femminile e sapevo che lei mi apprezzava. Ci incontriamo e lì nasce un amore. Siamo due persone molto diverse, dove io sono molto cerebrale e controllato lei è molto spontanea, abbiamo entrambi delle insicurezze ma sono molto diverse e anche complementari. Ho grandissima stima di lei, è l’incarnazione del talento musicale. Ha un orecchio incredibile, a livello vocale dotata ma non solo in termini tecnici, di potenza del mezzo, ma anche di intonazione, di capacità di stare sul tempo. Lei scrive canzoni con la metrica “sbagliata”, in cui si concede di rincorrere delle sillabe o di allungarne altre. Non usa quasi rime, usa accenti tonici spostati: funziona lo stesso. Io invece uso una “ricetta da Cristina d’Avena”: le sue sigle hanno una metrica perfetta, rime incrociate perfette, sono dei pezzi killer che al primo ascolto ti conquistano. Io mi devo appoggiare a queste soluzioni tecniche, lei in questo può essere molto più libera. Anche a livello personale, lei mi è di grande aiuto e so di esserlo anche io per lei.

Nel tuo canale YouTube c’è un video in cui affronti in maniera diretta il tema dell’intolleranza, mentre su Facebook hai pubblicato una clip dedicata al “Comitato Nazionale per il Rilascio delle Ricette”, che prende in giro i no-vax. Mi ha colpito il fatto che tu abbia scelto di esporti in prima persona: molti tuoi colleghi “impegnati” non amano prendere posizione. Perché questa scelta?
È una cosa dalla quale traggo orgoglio, importante per me. È chiaro che la valuto, anche dal punto di vista del ritorno personale, non sono scelte fatte di pancia. Però ogni volta è un rischio. Quando parlo di intolleranza, quando faccio una satira sui no vax, comprensibilmente questi vengono definiti dei video politici: tuttavia, non è così che nascono.

 

Faccio riferimento a dei valori che sono fondanti della società: l’uguaglianza, il fatto che tutti debbano avere uguali diritti e doveri – possiamo discutere all’infinito su come assegnare i privilegi, ma quello deve essere il punto di partenza – l’importanza della cultura e della scienza e lo spiegare che il sapere scientifico non è una lobby: non è democratico perché non tutti hanno diritto ad un’opinione, i dati di fatto sono quelli, però è un sapere accessibile a chiunque, basta studiare.

 

Questa di per sé non è politica. Il fatto che nello scenario politico attuale ci sia stata una polarizzazione tale per cui i valori in cui credo sono rappresentati da una certa parte politica, è più una conseguenza. Diciamo che la politica diventa espressione di quei valori e io parlo di quei valori.

Politica e politici…
Raramente parlo di un politico, ancora meno inviterei a votare un partito piuttosto che un altro. Non vorrei apparire associato a un partito, perché dal punto di vista commerciale potrebbe essere azzardato, ma sono anche fermamente convinto dell’importanza di quello che faccio. Socrate diceva che le grandi menti discutono le idee, le menti normali discutono i fatti, le menti deboli discutono le persone. Attaccare un politico è abbastanza sterile, qualora questo si ritirasse o venisse sconfitto ce ne sarebbero altri duemila pronti a sostenere le stesse idee. Sono le idee che vanno attaccate. Il fatto che io mi ritrovi a parlare di politica è perché voglio parlare di valori.

 

Immanuel Casto intervista

Immanuel Casto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Ecco, paradossalmente, ci sono molti colleghi in ambito musicale che non prendono una posizione, se interrogati si diranno favorevoli a un tipo di valore ma poi in concreto non si esprimono. Quando poi lo fanno, lo fanno parlando della persona. Invece io vorrei sentire un’idea. Immagino ci siano varie ragioni, ognuno fa le sue scelte commerciali, il nostro è un lavoro e quindi lo capisco. Ad esempio, io non ho il dente avvelenato con gli artisti omosessuali che non fanno coming out: è una scelta personale che rispetto. Però dare il mio rispetto non significa dare la mia stima.

Oggi assistiamo a uno strano paradosso: da un lato il web ha sdoganato e democratizzato la pornografia, rendendola accessibile a chiunque. Questa facilità di accesso a materiali prima vietati non corrisponde a una maggiore libertà di pensiero o di costumi, anzi: siamo nel pieno di una stagione di conservatorismo di ritorno. In mezzo, ci sono i social media, che sono uno sfogatoio delle peggiori pulsioni sociali e alimentano la rabbia collettiva e le divisioni. Cosa pensi di questo mix di moralismo e violenza verbale?
Partiamo da come viviamo la sessualità. È vero che a livello di immagine la sessualità è sdoganata ed è praticamente impossibile non averci a che fare. La si vede, anche non volendo, è sotto i nostri occhi ma non se ne può parlare, il che è forse la definizione di ipocrisia. Mi parli di questo contrasto tra legittimazione dell’insulto, dell’aggressione verbale se non fisica e dall’altra parte, del moralismo: non li vedo in contrasto. Il moralismo è una degenerazione del concetto di morale, un concetto complesso ma che, semplificando, attiene al distinguere tra bene e male, al chiedersi “questa cosa è giusta?” e “questa cosa è sbagliata?”. Questo è un principio morale. Il moralismo perde di vista questo punto; moralismo è dire “la nudità è pericolosa, bisogna pensare ai bambini” quando, in concreto, in che modo un corpo umano rappresenta un pericolo o danneggia qualcuno? Dal momento che nel moralismo non ci sono principi morali, non mi stupisce che si possa poi legittimare l’aggressione verbale.

Prima era diverso
Nessuna delle persone che leggerà questa intervista in vita sua ha mai visto il dibattito politico raggiungere un livello così basso: veniamo da un opposto che secondo me è causa dello scenario attuale. Ricordo che da ragazzino – e non ho mai avuto deficienze cognitive – facevo fatica a leggere un giornale. Era difficile comprendere perché era tutto autoreferenziale, era un sistema difficile da comprendere. Questo è sbagliato e ha portato a una perdita di fiducia nelle istituzioni e nella politica. Adesso invece è impossibile non capire il dibattito. Ci si insulta – Trump, leader di una potenza mondiale, usa l’espressione “son of a bitch” – dopo di questo c’è solo la violenza fisica. Nel momento in cui l’aggressione verbale, l’insulto viene definito un’opinione, si sta di fatto legittimando la violenza, la deumanizzazione di un individuo, e questo è solo l’inizio di un processo di intolleranza. Moralismo e violenza verbale perciò non mi sembrano per nulla in contraddizione.

Il moralismo però non colpisce solo le forze conservatrici. Ho la sensazione che ci sia un vento che soffia su tutta la società, anche sui movimenti lgbtqi, e in certo senso temo la perdita della capacità di ridere e di irridere i falsi moralismi, che è sempre stata un’energia dirompente, che ha alimentato la lotta del movimento lgbtqi. Tu sei un’icona del mondo gay, cosa ne pensi?
Sono d’accordo innanzitutto sulla premessa: il riso è uno strumento importantissimo per vincere la paura. Se hai paura non puoi ridere. Toccando un concetto un po’ new age, dico che l’opposto dell’amore non è l’odio e neanche l’indifferenza, ma è la paura. Per amore cosa intendiamo? L’amore è vicinanza, contatto, condivisione: pensiamo al sesso, è scambio di fluidi, vicinanza assoluta, apertura; pensiamo alla nascita, alle interazioni umane che associamo all’amore. L’odio non è l’opposto, perchè, in un certo senso, a una persona che odi le mani gliele metteresti addosso volentieri.

 

L’opposto dell’amore è la paura, perché se temi qualcuno non lo vuoi in una stanza con te, vuoi che ti stia lontano il più possibile. È totale chiusura. Quando hai paura non puoi ridere, mentre il riso può essere un’espressione di amore.

 

Questa è l’epoca della paura e sarebbe anche un po’ naif aspettarsi che questa paura non contaminasse anche il movimento lgbtqi. È così e mi dispiace, e poi ridere di sé stessi è proprio liberatorio, è un passaggio fondamentale. Anche io non sono certo un profeta o un monaco che ha raggiunto il risveglio spirituale, tutt’ora ci sono degli aspetti di me di cui faccio fatica a ridere e questo mi fa capire che c’è ancora del lavoro da fare. Si dice anche “non hai risolto un problema finché non sei in grado di riderne”: sono d’accordo e questo è alla base di quasi tutto quello che ho fatto a livello artistico.

C’è anche il tema della correttezza politica
Se entriamo poi nell’ambito della correttezza politica dovremmo affrontare un discorso molto ampio. Non sono contro la correttezza politica di per sé. Che poi.. le forze più reazionarie continuano a scagliarsi contro ad essa e anche io spesso, talvolta, l’ho fatto. Con correttezza politica intendiamo quell’insieme di accorgimenti e di toni atti a tutelare la sensibilità degli altri e in particolare delle minoranze. Un proposito molto nobile. Però si tratta di un mezzo: facendo della filosofia molto spiccia, se l’ideale è la giustizia e il mezzo è la legge, qui l’ideale è il rispetto e il mezzo è la correttezza politica. Come la legge è imperfetta, la correttezza politica di per sé non è un valore. Spesso invece la vediamo applicata in maniera bovina: “no, questa parola non si può dire!”, quando magari serviva proprio per fare autoironia. È chiaro che si presuppone una maturità e una sensibilità al riguardo non posseduta da tutti. Quindi adesso io mi ritrovo a difendere la correttezza politica. Quando si chiedono le dimissioni di una figura pubblica che definisce qualcuno un “frocio”, in molti insorgono contro la correttezza politica. È giusto invece, perché si sta parlando di insulti perpetuati con dolo specifico, per togliere la dignità.

 

Immanuel Casto intervista

Immanuel Casto © Vito Maria Grattacaso / LUZ

 

Non c’è niente di goliardico né autoironia. Bisogna ragionarci ogni volta. Tornando al discorso del riso, alcune delle figure politiche che oggi rappresentano le forze reazionarie più conservatrici, spesso ridono. Ma non è un riso divertito, è un riso sardonico, un riso maligno e di scherno, che in realtà esprime rabbia. E anche chi commenta, magari fa delle battute, ma non sono battute divertenti, è un riso che esprime rabbia. Queste persone non si divertono, è chiarissimo. Mentre al contrario quando ci si ritrova in determinati ambiti come può essere il movimento lgbtqui, mettiamo caso ci si trovi per una riunione, la prima mezz’ora la si passa a smettere di ridere. È molto difficile per un gruppo di artisti, di attivisti, di progressisti che si trovano a discutere per qualche assurda ragione di Adinolfi, non ridere per venti minuti. Mentre lui non credo che si diverta.

I tuoi pezzi sono ironici, ma non sempre leggeri. Da una parte penso a Zero Carboidrati, dove parli dell’ossessione per il corpo e di disturbi alimentari, o Da quando sono morto, una specie di pezzo alla Spoon River. Dall’altra invece ci sono i calembour, Da grande sarai fr***o, scritta con Fabio Canino, una ballata quasi fiabesca, oppure Tropicanal, come rime tipo “Quanto è gaia/la papaya che portiamo dentro al cuor?”: come convive questa dicotomia nella tua  musica?
Questa dicotomia caratterizza quello che faccio, le conferisce qualità e al tempo stesso la rende meno accessibile perché ha due livelli di lettura che non tutti hanno voglia di approfondire. Per me convivono perfettamente. Parliamo proprio del concetto di tragedia e di commedia. La tragedia cos’è, anche a livello di sceneggiatura? All’inizio i personaggi sono in una condizione serena, di ordine, e tutto viene distrutto. Al contrario, nella commedia dal caos si crea l’ordine. La tragedia distrugge, per poi ricostruire qualcosa, la comicità costruisce per poi dissacrare. In quello che faccio, questi intenti sono molto precisi. C’è la volontà di distruggere, per poi costruire qualcosa di meglio. Sono sicuro che una persona su cento, ascoltando Battito Anale, farà una riflessione sull’apollineo e il dionisiaco.

I tuoi testi sono politicamente scorretti perché parlano di desiderio, senza censure
In questo ambito non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, quindi parlerò solo di me stesso. Per me il desiderio, e il desiderio del piacere, è fondamentale. Il piacere in tutte le sue accezioni, anche aiutare gli altri, fare del bene può dare piacere. Avendo una visione atea e agnostica della vita, se qualcuno mi chiedesse se la vita ha senso, risponderei no. Però può avere uno scopo.

 

Lo scopo della mia vita è il piacere e il desiderio. Desiderare è fondamentale. Chiunque abbia vissuto una depressione più o meno profonda sa che uno degli aspetti più pesanti da sopportare è proprio l’assenza di desiderio. Il desiderio è un motore.

 

Non tutti condivideranno la visione schopenhaueriana per cui, soddisfatto un illusorio movimento di piacere, arriva subito la noia. Ma basta ripartire subito con un altro desiderio! È poi fondamentale anche nelle relazioni: penso che a livello romantico, abbiamo una concezione mortifera dell’amore, che anche io ho dentro di me. Io voglio il lieto fine, voglio il matrimonio, il “vissero tutti felici e contenti”: invece no, deve esserci crescita, desiderio, deve esserci cambiamento nel tempo. Non ci è mai stata insegnata questa cosa, abbiamo una concezione funebre dell’amore.

Se Baglioni ti chiamasse a Sanremo, che brano porteresti?
Premesso che non escludo di provarci anche quest’anno, ci avevo già provato con Romina. Ti racconto un aneddoto: al tempo bisognava garantire l’ospite che si sarebbe portato. Io propongo Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision, all’apice della sua popolarità. La contattiamo tramite il mio manager e lei accetta. Naturalmente a Sanremo non ci prendono: Sanremo è un collo di imbuto sottilissimo da cui vengono esclusi un sacco di artisti mainstream a beneficio degli interessi delle major, che peraltro sono due o tre. Questo è evidente a tutti. Spesso gli artisti portano a Sanremo il pezzo più brutto della loro carriera, è ovvio che si tratti di una mera scelta commerciale. L’aspetto di selezione artistica in realtà è un’idea un po’ ingenua. Tornando a noi, esce la notizia che ci candidiamo insieme a Conchita e, a quel punto, Sanremo chiama a partecipare Conchita ma non prende noi. Quest’anno ci riproverò: ho diverse idee ed è chiaro che devono essere idee credibili per il contesto. Potrebbe essere un testo romantico o una cosa un po’ più politica: ma mi rifiuto di fare un pezzo a tesi, per quanto poi in questi contesti funzionino sempre bene. La verità è che fanno schifo. Spesso vincono i festival, si plaude al messaggio, ma quando una persona fruisce l’arte non vuole sentire un comizio politico. Anche se si tratta di cose con cui sei d’accordo: ti leggi un articolo di giornale. Quindi, qualunque cosa affronterò, lo farò in termini emotivi. Farò una proposta, senza alcuna aspettativa: e poi vedremo.

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