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In Italia

Cos’è il Gender Pay Gap e come influirà sul futuro delle giovani donne.

di Alessandra Vescio

Ogni anno Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, pubblica i dati relativi alle disparità di genere in ambito lavorativo tra gli Stati membri dell’UE. Uno dei parametri tenuti in considerazione è il gender pay gap, ovvero la differenza di retribuzione oraria media lorda tra uomo e donna, a parità di occupazione.

 

In Italia, dove il diritto alla stessa retribuzione è regolato per legge, il gender pay gap è tra i migliori in Europa: nel 2018 era al 5% contro una media europea del 14,8%. Un ottimo risultato, verrebbe da dire. Peccato che questo dato sia parziale e non rappresenti il quadro reale della situazione occupazionale italiana.

 

Quando si parla di gender pay gap, infatti, bisogna fare una distinzione importante tra gender pay gap grezzo, che prende in considerazione solo la differenza salariale a parità di ruolo e mansione, e il gender pay gap complessivo, che valuta anche altri fattori quali il tasso di occupazione femminile e il numero medio di ore retribuite al mese.

 

Il gender pay gap complessivo per l’Italia infatti si aggira attorno al 43,7% contro una media europea del 39,6%. 

 

Le cause di una tale disparità sono tante e diverse, come la segregazione delle donne in settori lavorativi retribuiti meno e l’esclusione delle stesse dalle professioni più remunerative, ma anche il cosiddetto “glass ceiling”, il soffitto di cristallo che rende le posizioni lavorative apicali inaccessibili alle donne. Un’esistenza condotta tra “pavimenti appiccicosi” e “soffitti di cristallo”, come scrive Joni Seager nel suo Atlante delle donne riprendendo un modo di dire femminista, per indicare le discriminazioni che le donne subiscono a ogni livello sociale e professionale. Discriminazioni che esistono a livello globale e che sono talmente radicate che, secondo il World Economic Forum, servono almeno 257 anni per risanare il divario di genere mondiale in termini di partecipazione economica. 

 

© Gaetan Bally / Keystone / LUZ

 

Per quanto riguarda l’Europa, la situazione non è certo migliore. Il 29 ottobre 2020 è stato pubblicato il Gender Equality Index, strumento che misura e valuta lo stato attuale delle disuguaglianze di genere a livello europeo. A realizzarlo è l’Eige, European Institute for Gender Equality, che dal 2013 ha deciso di fornire prima ogni due anni e ora annualmente un quadro chiaro e preciso dei progressi, dei passi indietro e delle misure necessarie per raggiungere la parità di genere. Su una scala che va da 0 a 100, il Gender Equality Index dà all’Europa un punteggio di 67.9 punti, con una crescita di soli 0.5 punti dal 2017 e di 4.1 punti dal 2010. Mantenendo questo ritmo, spiega l’ente europeo, ci vorranno 60 anni prima di raggiungere la parità di genere in Europa. 

Nello specifico, l’indice analizza sei settori (lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere, salute), dedica un approfondimento a violenza di genere e disuguaglianze intersezionali e quest’anno ha come focus il ruolo della digitalizzazione e il futuro del lavoro. I risultati per il 2020 non sono incoraggianti, specialmente se si pensa che non esistono ancora dati sufficienti a conoscere l’impatto della pandemia da COVID-19. Secondo l’Index infatti gli Stati membri dell’Europa devono prendere provvedimenti concreti per ridurre il gap di genere che esiste su più livelli.

 

© Daniel Müller / Agency Focus / LUZ

 

I principali ambiti in cui persiste una notevole disparità riguardano i luoghi in cui risiede il potere; l’istruzione, dove il limite è rappresentato soprattutto dalla segregazione dei saperi, per cui le donne continuano a studiare e formarsi solo in alcuni settori; il lavoro, dove la segregazione della conoscenza genera la segregazione delle professioni e salari più bassi; il lavoro di cura, ancora affidato principalmente alle donne.  

In modo quasi imprevisto, l’Italia è tra gli Stati membri che possono dirsi soddisfatti del percorso che stanno facendo verso la parità di genere, in particolar modo per la velocità con cui il nostro Paese si sta muovendo. Il Gender Index infatti attribuisce all’Italia un punteggio di 63.5 su 100, con un guadagno di 10.2 punti in più rispetto al 2010. I risultati migliori sono ascrivibili all’ambito della salute, che valuta la percezione dello stato di salute, lo stile di vita e l’accesso ai servizi sanitari, e del denaro, ovvero la situazione economica e finanziaria di ciascuno, che allo stesso tempo però è migliorata solo di uno 0.1 dal 2010. Un punteggio pari a 61.9 è stato attribuito al settore dell’istruzione, grazie all’aumentare del numero di persone con un titolo universitario (sia donne che uomini), anche se ancora al di sotto della media europea. Nell’ambito del potere decisionale sono invece stati fatti progressi importanti, soprattutto grazie all’introduzione delle quote di genere in politica e nei consigli di amministrazione di società quotate e controllate pubbliche: ad oggi, infatti, più di un terzo del Parlamento è composto da donne (il risultato più alto mai raggiunto in Italia) e la percentuale di donne nei CDA è maggiore della media europea. 

 

© Armin Karami / Middle East Images / LUZ

 

L’entusiasmo verso questi risultati sembra dunque piuttosto giustificato, ma anche qui basta andare più a fondo nell’analisi per accorgersi di un certo squilibrio: i notevoli risultati raggiunti dall’Italia in alcuni settori vengono controbilanciati dai passi indietro fatti altrove.

 

È il caso del lavoro, ambito in cui la disparità di genere è ancora talmente profonda che il nostro Paese finisce direttamente all’ultimo posto della classifica redatta dall’EIGE tra gli Stati membri dell’UE. 

 

Nello specifico, il Gender Equality Index suddivide il settore lavorativo in due sottodomini: la partecipazione, che consiste nell’accesso al lavoro, e la segregazione e la qualità del lavoro. La partecipazione è a sua volta analizzata dal punto di vista del tasso FTE (Full time equivalent), per cui si valuta la diffusione del part-time rispetto a un contratto full-time, e la durata della vita lavorativa. Secondo questo indice, il tasso di occupazione equivalente a tempo pieno per le donne è solo del 31,1% (con uno 0,1% in più rispetto al 2010) contro il 51,4% per gli uomini. 

 

© Didier Ruef / LUZ

 

Come spiega il Bilancio di genere per l’esercizio finanziario 2019, pubblicato dal Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, il tasso di occupazione femminile, pari al 50,1%, è tra i più bassi d’Europa e l’incremento visto negli ultimi anni è dovuto soprattutto alla maggiore diffusione dei contratti di lavoro part-time. Quest’ultima è una modalità che solo apparentemente permette alle donne di gestire tempo, vita privata e lavoro in modo più flessibile, ma che rivela in realtà l’esistenza di disuguaglianze a livello sistemico. Nel 2019 è stato registrato il numero più alto dell’ultimo decennio di donne che lavorano part-time, pari al 32,9% delle occupate; di queste, il 60,8% si trovano in una condizione di part-time involontario, dunque non scelto, e si tratta anche di un dato in crescita. Più del 70% sono lavoratrici sotto i 34 anni, a indicare come l’accesso al mondo del lavoro e a una stabilità anche economica e finanziaria sia ancora molto difficile per le donne più giovani. Secondo i dati Censis inoltre, anche quando il part-time viene scelto volontariamente, la motivazione principale data dalle donne in quasi la metà dei casi è dovuta alla necessità di avere più tempo per dedicarsi ai figli o a persone anziane, mentre per gli uomini è quella di avere più tempo per sé. 

 

© Francesca Tilio / LUZ

 

Altri due elementi interessanti che emergono proprio dall’analisi del settore lavorativo in Italia condotta dall’EIGE e dal Bilancio di genere sono il ridotto numero di imprenditrici e la maggiore presenza di donne in settori quali il commercio, l’istruzione, l’assistenza sociale e sanitaria e di uomini nei settori tecnologici e scientifici. Tale discrepanza esiste anche a livello europeo, dove solo 2 donne su 10 lavorano in ambito ICT e circa il 15% di uomini è impiegato in infermeria, ostetricia e assistenza sanitaria. Questa segregazione dovuta a stereotipi di genere, per cui le donne sarebbero più portate per i mestieri di cura e il rapporto col pubblico che per il settore scientifico, genera a sua volta ulteriori limiti per l’occupazione femminile.

 

Come emerge dal Gender Equality Index, infatti, non solo i lavori ad oggi più pagati sono dominati dagli uomini, ma i posti di lavoro occupati dalle donne sono anche quelli più a rischio di essere sostituiti dalle macchine. 

 

Si potrebbe pensare che tutto ciò dipenda da una minore formazione delle donne, ma non è così. Le donne studiano e si laureano più degli uomini e con voti più alti, eppure non solo incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mondo del lavoro, ma le disparità di genere aumentano in maniera proporzionale al livello di istruzione.

 

Le donne sovraistruite per i ruoli che occupano, ad esempio, sono tante e sono più degli uomini e sono anche di più quelle che svolgono lavori a bassa paga.

 

Inoltre, una grande differenza emerge tra le donne con e senza figli. Come riporta il Bilancio di genere, “il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con almeno un figlio in età prescolare (0-5 anni) e il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni senza figli nel 2019 è pari a 74,3%” e “le donne più giovani con figli hanno le maggiori difficoltà a entrare o a rimanere nel mercato del lavoro rispetto a un decennio fa”. Un dato poi se possibile ancora più significativo è quello relativo alle dimissioni volontarie che nel 73% dei casi riguarda proprio le madri. A ciò si aggiunga anche la differenza del tasso di occupazione in caso di tre o più figli: quello femminile si abbassa repentinamente, mentre quello maschile scende ma di poco. 

 

© Ornella Mazzola / COVISIONI / LUZ

 

Principale conseguenza di tutto ciò è che, come riporta il Bilancio di genere, “il reddito medio delle donne rappresenta attorno al 59,5% di quello degli uomini a livello complessivo”. 

 

Se la situazione appena delineata risulta preoccupante, non c’è alcun dubbio che la crisi pandemica che stiamo vivendo la aggraverà ulteriormente. Ad essere più colpiti al momento infatti sono soprattutto i settori occupati in gran parte da donne, che subiscono conseguenze sia in termini di impatto economico per le misure restrittive tese ad arginare la diffusione del virus sia di stress mentale nel caso dei servizi essenziali (che solitamente sono anche quelli a bassa paga). Inoltre, poiché già in generale sono soprattutto le donne ad avere condizioni di lavoro precarie, a tempo determinato o non contrattualizzate, al momento vivono un maggiore rischio di perdere il lavoro e anche l’impossibilità di accedere ad ammortizzatori sociali e misure di tutela messe in atto dal Governo.

 

© Nina Berman / NOOR / LUZ

 

Un altro campanello di allarme è la pressoché totale attribuzione alle donne del cosiddetto lavoro di cura. Già il Gender Equality Index, analizzando i dati relativi al 2019, fa notare come uno dei fattori che maggiormente limita il raggiungimento della parità di genere è la gestione della casa, dei bambini e delle persone anziane. A causa di una stereotipata divisione dei ruoli di genere, infatti, ancora troppo spesso si affida del tutto alle donne il compito di pulire, cucinare, educare e seguire i figli, prendersi cura delle persone anziane o con disabilità all’interno di una famiglia.

 

Considerato come un compito “tipicamente” femminile, il lavoro di cura è tanto essenziale, quanto non visto e non retribuito.

 

Secondo l’indice redatto dall’EIGE, in Italia le donne hanno quattro volte più probabilità degli uomini di trascorrere almeno un’ora al giorno a cucinare e fare le pulizie in casa. Con la chiusura delle scuole e delle attività ricreative per bambini e adolescenti durante i lockdown, il lavoro di cura per le donne è chiaramente aumentato e si è sommato a situazioni di estrema precarietà lavorativa, di instabilità psicologica o di smart working che non sempre si è rivelato sinonimo di flessibilità. È anche interessante notare come gli uomini e le donne manifestino un disagio molto simile nel prendersi cura della casa e della famiglia e nel dover conciliare tutto questo con il lavoro, eppure il maggiore impatto viene subito poi dalle donne, in termini ad esempio di avanzamento di carriera, condizioni lavorative o semplicemente di mantenimento della propria occupazione. 

 

© Isabella De Maddalena / LUZ

 

I dati fanno emergere poi come il rischio di povertà, che già le donne corrono molto più degli uomini, aumenti in condizioni di maggiore vulnerabilità: è il caso delle donne migranti, con disabilità, con un basso livello di istruzione, con un’età superiore ai 65 anni o di madri single, e questo genera a sua volta potenziali ricadute sulla salute fisica e mentale. E ancora, gli studi rivelano anche che la dipendenza economica dal proprio partner risulta elemento dirimente nella scelta di restare o tornare in una relazione violenta.

 

Anche in questo caso, la pandemia ha reso tutto più difficile: il lockdown infatti ha aumentato il rischio di violenza domestica e le ricadute economiche hanno gettato in condizioni ancora più precarie le donne in relazioni violente e finanziariamente dipendenti. 

 

Parlare di disparità di genere in ambito lavorativo e di gender pay gap è dunque molto complesso e rifarsi ai dati senza tenere in conto le numerose sfaccettature e i tanti fattori che creano il sistema in cui viviamo è riduttivo e parziale. È sicuramente un bene che in Italia, ad esempio, ci sia una sempre maggiore presenza femminile nei luoghi di potere, per quanto anche in questo caso sembra di assistere più a un cambiamento apparente che non effettivo; ma è ancora più importante tenere a mente che, come ha scritto la giornalista Jennifer Guerra, “non si può parlare di reale uguaglianza di genere se la stragrande maggioranza delle donne non vede nella propria vita quotidiana alcun progresso”. 

 

© Didier Ruef / LUZ

 

Per ridurre realmente le disparità di genere sono necessari interventi specifici da parte dei Governi, come l’attivazione di servizi di cura che siano validi e accessibili per tutte le famiglie, migliori condizioni lavorative, di tutela e salariali anche in caso di contratti part-time e a tempo, e l’approvazione di leggi che garantiscano la rappresentanza femminile su più livelli. Tutto questo però non può rivelarsi efficace senza una formazione tesa all’abbattimento degli stereotipi di genere. L’effetto, come dicono diversi report, sarebbe positivo non solo per le donne ma per l’economia di un intero Paese perché porterebbe a un incremento dei posti di lavoro, all’aumento del PIL, alla riduzione delle spese di assistenza per le ancora tantissime donne in condizioni di povertà, ma anche al ricorso a competenze e prospettive nuove e al contempo valide e proficue. Un percorso dunque che porterebbe benefici a tutti e sotto diversi aspetti, e che ad oggi non può più non essere considerato una priorità. 

 

Foto di copertina © Nina Berman / NOOR / LUZ

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