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C’era una volta

Instagram: sembravano like, invece erano fiabe.

di Federica Avanzi

…tanto tanto tempo fa in una galassia lontana ai confini della Via Lattea, una popolazione di creature che amava raccontare storie attraverso un mezzo che chiamavano foto-grafia, la Scrittura di Luce: essa consisteva di immagini statiche ottenute tramite un processo di registrazione permanente delle interazioni tra luce e materia.

Grazie a questo mezzo, questa antica popolazione testimoniò svariate e impressionanti fenomeni nel corso della propria esistenza e sviluppò questa tecnica in diversi campi: il prodotto finale aveva come referente, per necessità, il mondo fisico, il loro bellissimo e terribile Pianeta con i suoi confini e le sue leggi gravitazionali. 

Riuscirono a prosperare e sopravvivere in una sommaria armonia finché questi limiti non furono abbattuti da un’invenzione che chiamarono Instagram.

Immagino che questi siano gli appunti di uno studente intergalattico che si appresta a scrivere la sua tesi di laurea dal titolo: La fotografia sul pianeta Terra, Origine e Fine. 

 

Quindi, inforco gli occhiali e incomincio questo corso di Archeo-Psicologia-Gestaltica dei social media e in linea con la materia lo farò a titolo gratuito e priva di qualsiasi formazione adeguata a riguardo. 

 

instagram media

© Peter Menzel / LUZ

 

Archeologia digitale

Instagram, forse lo sapete, è una parola composta da instant (camera) e telegramma. L’applicazione nasce formalmente nel 2010 ed è stata acquisita dal gruppo Facebook Inc. nel 2012. 

Ma facciamo un gioco di memoria: chi si ricorda il primo logo di Instagram alzi la mano.

… quindi? Classe muta?

Va bene, ve lo ricordo io: era una Polaroid bianca vista frontalmente, con una striscia arcobaleno al centro e fu disegnata direttamente dal suo fondatore per presentare l’applicazione; forse però vi ricordate il secondo logo che per diventare l’icona della app era la semplificazione dell’originale; se nemmeno il secondo vi dice niente, però il terzo, cioè l’ultimo, cioè quello che avete nel telefono, lo riconoscete di certo: racchiude tutta la parabola evolutiva di questa app, compreso il fatto che la macchina fotografica sia stata totalmente trascesa.

 

Instagram media

© Vlad Sokhin / Panos Pictures / LUZ

 

I due fondatori furono Kevin Systrom e Mike Krieger e crearono una nuova categoria di comunicazione grazie alla loro capacità di reinventare un business infelice in una felice falsa partenza: agli esordi infatti si concentrarono su Burbn, una app di geolocalizzazione che avrebbe permesso di fare check-in, guadagnare punti per i momenti di socialità e pubblicare foto delle uscite tra amici – in pratica, un Foursquare pimpato. L’applicazione non andava bene e, per analizzarne i motivi, i due spulciarono i dati di utilizzo di Burbn: magia magia, si resero conto che la caratteristica più attrattiva per gli utenti era il posting e la condivisione di foto fatte con il telefono. 

Il target quindi si era radunato a giocare intorno ad un vuoto di funzionalità perché non c’era nulla di così unico in giro: Burbn fu accantonata e nacque l’intuizione di virare quindi su un prodotto dedicato solo a foto condivisibili e commentabili in modo facile e intuitivo – ai tempi Hipstamatic era carente delle dinamiche di condivisione tipiche di un social.

Il primo Instagram, disponibile inizialmente solo per iOS, si votò quindi alla fotografia e nel gennaio 2011 inserì l’#: quella funzione “inventata” da Twitter per creare collegamenti ipertestuali che aggregano argomenti. L’aggiunta di filtri, cornici e dell’alta risoluzione a settembre di quell’anno per la versione 2.0 fu l’ingrediente speciale che forniva la sensazione di utilizzare l’app come una vera fotocamera. Nel 2012 l’app si agghindò per la grande festa rilasciando la versione Android, pronta per essere acquisita da Facebook, una nuova versione nel 2013 (la 4.0, solo iOS) affermò l’arrivo dei primi video brevi da 3-15 secondi e la versione 7.0 (2015) fornì la possibilità di caricare video da 60”. 

E via, di aggiornamento in aggiornamento, già 5 anni fa comunque eravamo giunti alla versione di quello che tutti oggi riconoscono come Instagram.

 

Ingredienti facili facili per una ricetta gustosa: la forza dell’immagine; mentre Facebook abbiamo detto lavora di relazione e condivisione, Instagram schiaccia il bottone più antico del mondo, quello dello sbirciare e del mostrarsi, come una finestra affacciata sulla piazza del quartiere.

 

Senza concedere nulla più di cuoricini e una manciata di secondi di attenzione, Instagram ci porge la spada, come fece Narciso con Aminia, per poterci trafiggere mentre sprofondiamo nel desiderio di essere guardati tanto e quanto guardiamo gli altri. La notizia triste è che noi non invocheremo gli dèi per chiedere di essere vendicati, ma aspetteremo ancora 15 secondi – perché come vi dirò più avanti, non siamo nel Mito, ma nella Fiaba.

 

Tra trend e contro-trend – corpi scolpiti vs corpi normali, colori saturi vs #nofilter, vita finta vs vita reale – qui c’è spazio per tutto e per tutti; eppure, stiamo in ansia.

 

Ma perché? 

 

Perché una fotografia, così come un video, non è solo questione di vanità: è uno strumento per narrare storie e le storie ci sono utili per navigare il mondo: da queste, traiamo informazioni vantaggiose alla nostra sopravvivenza, dalle caverne di Lascaux in poi.

 

E vissero tutti #felici e #contenti

 

Le storie di Instagram si potrebbero definire fiabe: sono racconti che nascono dal basso, raccontano argomenti di interesse comune e rappresentano l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo rappresentando gli archetipi in forma semplice e concisa (feat. Carl Gustav Jung).

 

Nella narrazione della fiaba due sono le forze trainanti, Eros, la pulsione della vita e Thanatos, quella della morte: non me ne vogliano gli psicologi, ma potremmo dire che su Instagram il like e la views rappresentano Eros, e l’assenza di ogni reaction incarna Thanatos.

Finito il pippone, cercherò di spiegarmi meglio.

Influencer 1 è una bellissima ragazza, che si è creata un lavoro grazie agli strumenti che il millennio mette a disposizione e al suo talento nel saperli svolgere a suo vantaggio: tratta argomenti semplici – la moda, la sua vita, ultimamente la sua famiglia -, interagisce con brand di moda importanti e lotta tutti i giorni con il male, contro i suoi detrattori che incarnano l’archetipo dell’Invidia. Ogni giorno, like, views e commenti al suo profilo forniscono un valore al suo capitale social, costruendo il bene che incarna e commercializza: questa è la sua fiaba.

Influencer 2 è una bellissima modella: tratta argomenti semplici – la moda, i suoi amici, le sue esperienze -, interagisce con brand di moda importanti, combatte con le forze del male tutti i giorni e le hanno persino hackerato il profilo. Ogni giorno, like, views e commenti forniscono un valore al suo capitale social, costruendo il bene che incarna e commercializza: questa è la sua fiaba.

L’unica differenza tra l’Influencer 1, liberamente ispirata a @chiaraferragni e l’Influencer 2, @lilmiquela, è che una è viva e reale e l’altra no.

LilMiquela è, cito Wikipedia, “una modella Instagram per adolescenti” da quasi 3 milioni di follower, creata nel 2016 da Brud, un’agenzia creativa specializzata in robotica e intelligenza artificiale.

 

instagram media

© Samanth​a Scott / LUZ

 

Se usiamo le fiabe per raccontare chi siamo e a cosa aspiriamo, a me basta questo per spiegare quella confusione, quell’ansia di cui accennavo all’inizio: la funzione evocativa e formativa della fiaba è distorta da uno strato sottile di ghiaccio che separa la finzione dalla realtà.

 

Se poi vi dicessi che su Instagram pare si pubblichino 3.600 “fiabe” al secondo, che sono 216.000 al minuto, 12.960.000 all’ora, 311.040.000 al giorno, per sette giorni, per 12 mesi, da 10 anni, non so a voi ma a me è già venuta l’ansia. Non è difficile quindi spiegarsi questa nuova sindrome che chiamano FOMO, “fear of missing out”, la paura di essersi persi qualcosa di importante.

 

Perché queste fiabe sono fatte per non finire mai e mai scrivere …e vissero felici e contenti.

 

Detto questo, bevete un bicchiere d’acqua, sgranchitevi le gambe e rilassatevi: si può convivere con tutto questo ma lo scopriremo tra poco – prima, un volo rapido su numeri e funzioni.

Intermezzo – beauty metrics

Follower, like e views rappresentavano la triade per la valutazione di un contenuto Instagram, almeno fino all’estate del 2019. Poi il mondo che alimentava l’acquisto di like e fan e l’ossessione per la quantità del numero rispetto alla qualità del contenuto, ha portato la piattaforma ad attrezzarsi eliminando la visibilità dei like e (quasi) tutti noi a tirare un sospiro di sollievo. 

 

Oggi, se fate parte del mondo della comunicazione, spero vivamente che vi siate persuasi della necessità di guardare i dati di engagement – direct messages, tap, swipe-up e commenti – piuttosto che le cosiddette beauty metrics.

 

Ecco spiegato perché influencer più piccoli, detti nano o micro-influencer, performano come e a volte meglio delle big star. Voglio spendere due parole sui commenti, a qualsiasi livello della catena del cibo di Instagram voi apparteniate: leggeteli – capisco che non sono immagini, ma fate questo sforzo. 

Uno, perché è importante allenarsi alla lettura. 

Due, perché è inutile dire che un post ha avuto un sacco di commenti quando buona parte sono generati da bot che dicono nice story  

Tre, perché nei commenti si nascondono sempre dei suggerimenti che possono diventare spunti interessanti per coltivare il vostro storytelling (la vostra fiaba) e per capire chi sono le persone che vi seguono e che si scomodano a scrivervi.

Per quanto riguarda i numeri veri e propri, qui entriamo come sempre nella selva oscura, dove fa freddo, si battono i denti e diciamolo, non si capisce una mazza: il mio faro nella notte è sempre We Are Social/Hootsuite (che ringrazio pubblicamente) che ci dicono nella Digital 2020 che il 64% della popolazione italiana tra i 16 e i 65 anni interagisce con Instagram per un totale di 20 milioni di utenti attivi mensilmente. 

Per fatturato e valore, appartenendo alla stessa famiglia, valgono le considerazioni fatte per la Facebook Inc. 

Nel 2019, secondo Instagram, l’applicazione è stata scaricata da 1 miliardo di persone.

 

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© Dörr Luisa / LUZ

 

Tre cose che non mi hai chiesto ma che voglio dirti lo stesso

Coerenza

Se sei un foodie e posti la foto di un muffin con la glassa e mi dici quanto è buono, è noioso; se mi scrivi la ricetta è utile; se parte la riflessione sulla fame del mondo è incoerente.

Se sei un insegnante di yoga e posti la foto di te in costume mentre esegui un asana complicatissimo con uno zoom sul sedere e mi parli di filosofia è incoerente; se mi scrivi che esprimi gratitudine al tuo corpo così com’è, dopo aver rimosso ogni imperfezione e messo mille filtri è incoerente; se citi una frase di un testo sacro, sempre per coerenza, citala bene.

Se sei una celebrity e fai un post brandizzato, sforzati di scrivere una caption che c’entri qualcosa con il brand e con te; se non ce la fai da solo, chiedilo al tuo manager; se nemmeno lui ce la fa, abbi l’umiltà di fartelo suggerire da qualcuno; sappi che non vale rispondere con il tuo numero di follower come se bastasse quello: se qualcuno ti paga per fare qualcosa sii riconoscente. Un po’ di coerenza, diamine.

Palinsesto

La tua bacheca di Instagram è il tuo palinsesto: abbine quindi cura.

Ogni immagine brutta, video brutto, copy brutto che guardi, si infilerà nella tua testa per non uscirne più. Poiché tendenzialmente guarderai Instagram come ultima cosa la sera prima di addormentarti e per prima la mattina appena ti svegli, cerca qualcuno o qualcosa che non sia benzina sul fuoco delle tue insicurezze: sii furbo, gioca d’anticipo. Se hai ancora dei sospesi con la tua fisicità, evita di seguire le modelle magrissime, se sei appena diventato genitore e sei costretto a ridurre le tue uscite, smettila di rosicare dietro chi fa le recensioni dei locali, se vuoi un cane e non te lo puoi permettere, consolati con i profili di caniny e gattiny.

Challenge

Se potessi scrivere la tua fiaba, da dove inizieresti? 

Nella prossima settimana, genera un bel contenuto su Instagram. Un consiglio se non sai da dove iniziare: ordina come gli influencer professionisti dei sampling di carte da parati costosissime da usare come sfondo per le tue stories e vedrai che figurone anche se vivi in 20 mq! 

(Ah davvero pensavate fossero tutte pareti reali? ..che dolci che siete..)

Un grazie a tutti quelli che ho citato, da Jung in giù e ci vediamo al prossimo giro con il sito di dating dalla storia più breve della terra: YouTube.

 

Grafica in copertina © Agustina Arevalos Mingrone / LUZ

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