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A domanda, rispondano

Da Bruce Chatwin a Ernst Jünger e Albert Hofmann, da Nanni Svampa a Gualtiero Marchesi: Antonio Gnoli è il maestro dell’intervista. Questa volta però, ha parlato lui

di Gabriele Ferraresi

Da Bruce Chatwin a Ernst Jünger e Albert Hofmann, da Nanni Svampa a Gualtiero Marchesi: Antonio Gnoli è il maestro dell’intervista. Questa volta però, ha parlato lui

Chi scrive e intervista per lavoro ha un modello irraggiungibile: Antonio Gnoli. Classe 1949, giornalista di Repubblica, ex caporedattore delle pagine culturali del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, Gnoli nel corso di 40 anni di carriera ha incontrato – e ancora oggi incontra – tutti. Portando a casa interviste magnifiche, complesse, ricchissime di dettagli, da incorniciare.

Gnoli però ha dato alle stampe anche più di un volume: l’ultimo, con Francesco De Gregori, Passo d’uomo (Laterza, 2016), mentre della sua produzione passata non si può non citare un libriccino che una generazione di liceali tra i banchi a inizio anni ’00 ha compulsato come un breviario: Il Dio degli acidi, una lunga intervista ad Albert Hofmann – lo scienziato che per primo sintetizzò l’LSD – realizzata insieme a Franco Volpi.

Piuttosto schivo, tra le ricerche correlate al suo nome Google propone “Antonio Gnoli contatti”, “Antonio Gnoli mail”, e “Antonio Gnoli vita”: partiamo da quella.

Cominciamo dai tuoi inizi, metà anni ’70: sei partito dal manifesto, ma la politica non ti interessava
Non mi interessava come tutte le cose in cui era prevalente l’elemento del protagonismo, quella specie di postura che aveva caratterizzato la fine degli anni ’60 e i primi ’70: quel protagonismo mi era venuto a noia. Era come se dentro la rivendicazione ci fosse al tempo stesso una sorta di soggettività che a me non piaceva. Il che non mi ha impedito di scegliere un campo.

Da che parti ti schieravi, se ti schieravi?
Non ero e non sono mai stato di destra, pur apprezzando la cultura di destra: distinguo nettamente le due cose. Il manifesto entrò nella mia vita in modo casuale, nel senso che era la prima metà degli anni ’70, forse il ’74? Andai in questa redazione dove c’era un giovanissimo Severino Cesari, scomparso di recente. Una figura inattuale, una specie di galantuomo di 25 anni, con una grazia, una cortesia, una gentilezza, molto rare. Soprattutto in un ambiente come un giornale.

Che facevi al manifesto?
Un giorno ho ricevuto una telefonata da Luciana Castellina, che mi dice “Ah Antonio, ma io non sapevo che avessi collaborato al manifesto” le risposi che non c’era ragione di dirglielo. È stato un passaggio molto rapido e molto marginale: già allora mi occupavo di recensioni, di cultura, la prima intervista, o una delle primissime che uscì in Italia con il filosofo Hans Georg Gadamer la feci io proprio sul manifesto.

 

Intervista Antonio Gnoli sapiens foto © leonardo cendamo luz

Antonio Gnoli nel 2012 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

Dal manifesto poi passi alla radio
Mi laureo nel 1976 in Filosofia, e poi mi iscrivo a Matematica: convinto tra l’altro di non dover fare niente di più di quel che mi piaceva in quel momento fare, cioè studiare. Parallelamente ho cominciato a lavorare non tanto sui giornali, ma alla radio, al terzo programma radiofonico dove ho fatto per alcuni anni Spazio Tre, una gloriosissima trasmissione di musica classica e attualità culturali.

Com’era impostato il programma?
Eravamo 4, 5 conduttori, ci alternavamo durante un mese, settimana per settimana. Per 3 ore al pomeriggio cucivamo queste musiche che venivano trasmesse alternandole con delle riflessioni quasi sempre legate a dei libri. È stato un momento e un’occasione bellissima per conoscere persone del mondo della cultura e del giornalismo. Tutto in una casualità quasi programmata, senza troppa convinzione.

 

Le cose sono successe senza cercarle
Non ho mai pensato che dovessi fare alcunché, né avuto grandi obiettivi nella vita. Non li ho mai perseguiti, ho sempre pensato che bisognasse navigare a vista.

 

È andata bene
Oltremodo.

Dici che in Italia c’è “la dittatura delle interviste”: in che senso?
C’è un uso smodato dell’intervista. L’intervista può essere il gesto più pigro che un giornalista possa fare: mettere un registratore sotto la bocca di un signore. Da questo punto di vista è il genere più facile. Poi c’è un’altra maniera che credo, molto immodestamente, di praticare, che è una cosa diversa.

Tra la media delle interviste ai politici e le tue c’è un abisso però
L’intervista è ormai la prosecuzione della politica con altri mezzi. Se vuoi far dire qualcosa a un politico, basta telefonargli, fargli le domande più o meno giuste, e lui risponderà con piacere, con senso di apparente responsabilità: ma per mandare un messaggio a qualcun altro. Sono dei giochi linguistici.

E il giornalista diventa uno strumento
Diventa uno strumento, esatto: e si muove abilmente tra la direzione del giornale e quella prateria incontrollata, indisciplinata, che sembra il far west, che è la nostra società politica.

Si fanno rileggere le interviste?
No. Anche se qualcuno lo chiede, io non le faccio rileggere. Non perché mi senta di dover difendere chissà quale onorabilità, il motivo è molto semplice: c’è una lealtà che io stabilisco nella relazione con l’intervistato, e l’intervistato deve fidarsi delle cose che io ho raccolto con i miei appunti, e che riscrivo.

 

Se non c’è questo rapporto di fiducia che senso ha che io faccia questa intervista? Ma ho anche un’età in cui me lo posso permettere, e anche una “carriera”, non ho avuto mai smentite.

 

Hai parlato di appunti: niente registratore?
Appunti, appunti. Lavoro meglio. Se devo scrivere un libro intervista, in quel caso è bene registrare, per organizzare poi tutto il materiale alla fine: ma nel caso di un’intervista, anche di quelle ampie che di solito faccio io, non ho voglia di stare lì a riascoltare. È come far rileggere un’intervista. È buona la prima.

Internet e i social media hanno cambiato le nostre vite: tu che ne stai abbastanza lontano, che idea ti sei fatto?
Sai, siamo in mezzo a un guado. È difficile dire che cosa diventeremo. Certamente la questione è seria, per certi versi persino drammatica. È cambiato il modo in cui percepiamo le cose, ed è cambiato il mondo intorno a me; ma non vorrei dare l’idea di essere come l’ultimo giapponese che non s’è accorto che la guerra è finita. Personalmente mi difendo e cerco di capire in che misura questa è davvero una trasformazione antropologica, in che misura influirà sui nostri destini: ma se lo chiedono ormai in tanti.

E nel tuo lavoro cosa è cambiato?
All’età che ho, la cosa ormai è abbastanza irrilevante. Faccio le cose che amavo fare venti, trent’anni fa, senza l’assillo di andare in redazione o dover dirigere il settore cultura…

Torniamo indietro. Nel 1982 incontrasti Bruce Chatwin, ma non pubblicasti l’intervista: è vero?
È vero. Ai tempi lavoravo al Globo, e ricordo questa intervista, questa mattinata lunghissima con Chatwin. Ci eravamo incontrati a piazza del Popolo, lui era di passaggio a Roma, stava da un’amica. Questa amica mi avvisò e io, che avevo letto una settimana prima In Patagonia – un libro sorprendente – lo incontrai. Mi comparve questo personaggio, tutt’altro che nelle vesti dell’esploratore, del viaggiatore come lui amava talvolta presentarsi, e cominciammo a parlare: ci bevemmo un caffè, poi facemmo una lunga passeggiata. Avendo lavorato a lungo in una casa d’aste – mi pare Sotheby’s – Chatwin aveva competenze storico artistiche di un certo rilievo, e il suo occhio su Roma era soprattutto quello del grande esperto, del connoisseur.

 

Intervista Antonio Gnoli sapiens foto © leonardo cendamo luz

Antonio Gnoli nel 2012 © Leonardo Cendamo / LUZ

 

In giro con Chatwin per Roma: stupendo
Tornai a casa con i miei appunti, scrissi questa chiacchierata e poi andai dal mio direttore di allora e gli dissi: “Ho questa intervista con un signore che forse nessuno conosce, ma che ha una potenza linguistica e narrativa straordinaria. Se sei d’accordo ci farei un pezzo un po’ ragionato, in cui parlo un po’ del libro e un po’ delle cose sue, con delle riflessioni, dei virgolettati” non voleva essere neanche un’intervista, il personaggio non era noto. Il direttore mi guarda: “Ma chi cazz’è Chatwin? Antonio… fammi 30 righe, dai”.

Quindi niente, hai lasciato perdere
E io “Vabbe’, se devo fare 30 righe, non faccio niente” e la cosa finì nell’oblio. Gli oblii però non sono mai eterni, e come accade a volte, l’intervista è ricomparsa; in una prima veste con il mio amico Geminello Alvi che aveva fatto nel gruppo Repubblica una rivista bella e strana di economia, strana come poteva essere strano lui. Poi diventò con Elisabetta Sgarbi un piccolo libro.

Nel 2003 hai pubblicato con Bompiani Il Dio degli acidi, una lunga intervista con Albert Hofmann, lo scienziato inventore dell’LSD: come arrivaste tu e Franco Volpi ad Hofmann?
Attraverso Ernst Jünger. Eravamo da lui a Riedlingen, ricordo ancora questo congedo, dopo una giornata molto intensa che avevamo passato insieme. Ho ancora in mente questo dettaglio: Jünger ci accompagnò alla porta e poi fece marcia indietro, ritornò indossando un paltò scuro. Una volta fuori, sul vialetto, mentre stava per andare sulla tomba della prima moglie e dei due figli – erano morti uno in guerra e uno suicida, se non ricordo male – ci disse “Ma voi avete mai conosciuto il mio amico Albert Hofmann? Be’, lui è stato un mio grande amico, una persona importante per me. Se cercate qualcuno di interessante e di singolare da intervistare lui potrebbe essere la persona giusta”. Rientrò in casa e ci appuntò su un biglietto il numero di telefono.

Passando alla fotografia, hai conosciuto bene Mario Dondero: che ti ricordi di lui?
Siamo stati molto amici. Mario era una delle persone più straordinarie che mi potesse capitare di incontrare, aveva il dono di metterti a tuo agio solo guardandoti; e poi aveva questa capacità affabulatoria meravigliosa. Però era stato un po’ messo ai margini, forse perché non era un fotografo che doveva dimostrare quanto l’immagine fosse in qualche modo legata a un discorso estetico, non gliene fregava niente: non era un’esperienza che lo interessasse.

 

Gli interessava incontrare le persone, e la fotografia era lo strumento che gli permetteva di conoscere le persone e i luoghi più disparati e diversi.

 

Con lui hai lavorato molto
Ricordo che veniva ogni tanto a Repubblica, incontrava alcuni amici, una volta gli ho detto “Perché non mi racconti un po’ la tua vita?” e facemmo questo incontro, che divenne un’ampia intervista su di lui. Fu la prima, e credo che questa cosa abbia contribuito – lo dico con molta cautela – alla riscoperta di questo personaggio.

Emmanuel Carrère in Propizio è avere ove recarsi racconta di un’intervista andata molto male con Catherine Deneuve. Ti è capitato qualcosa del genere?
Mi è capitato sì, una cosa che mi irritò profondamente: un’intervista con Nanni Svampa. È morto di recente e ci ho ripensato, e ho capito qual era l’elemento che mi aveva infastidito: il fatto che gli altri componenti del trio sparissero. È come se tutto si legasse alla sua bravura, al suo modo di essere, come se gli altri non avessero contribuito al successo del gruppo. Quella la ricordo come una delle chiacchierate meno appassionanti.

Un’altra volta in cui le cose non sono andate come speravi?
Con Gualtiero Marchesi, che andai al trovare al Marchesino, il ristorante che aveva aperto vicino alla Scala. Cominciamo questa conversazione e sento che gira intorno alle cose, in maniera molto ovvia. Gli dissi “Scusi Maestro – lui si faceva chiamare Maestro – lei mi sta dicendo delle cose che io ho già letto su di lei. Mi aspetto che mi dica delle cose che non ho letto”. Dissi tutto questo con molta calma, senza risentimento, senza nessun tono offensivo. Rimase un po’ sorpreso, si prese un attimo di tempo, tornò, si risedette al tavolo e mi raccontò delle cose belle.

Raddrizzata in corsa. Hai incontrato chiunque: chi non sei riuscito a incontrare, ma avresti voluto?
Uno è, ti sembrerà strano, Giulio Brogi: che è un attore secondo me meraviglioso. Lo sentivo tre anni fa, volevo che mi raccontasse la sua vita, le sue vicissitudini, però credo che fosse – se capivo bene – in depressione, e questa cosa sfumò. Lo chiamai un’altra volta e un po’ come Bartleby rispose “Preferirei di no”.

Oltre a Brogi?
Gastone Moschin. Il punto è sempre trovare qualcuno che ti sorprenda, le persone troppo note alle fine non ti danno più di quanto non abbiano già dato. Non aggiungi niente, o ben poco; invece con personaggi come Brogi o Moschin… ma Moschin non stava bene, e poi si era in qualche modo isolato, non aveva voglia.

Qualcuno che ti sorprenda; ma non per forza un vincente
Il vincente è una figura rispettabilissima. Ma trovo molto più interesse in persone che non hanno avuto tutto dalla vita.

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